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L’oblio e la falsificazione della storia

In un suo recente libro Enrico Deaglio, di cui si è occupato su queste pagine Claudio Piersanti, racconta la storia della bomba di Piazza Fontana (sul medesimo argomento si veda la ristampa dell'importante libro di Giorgio Boatti). Lo si può definire un nuovo suo promemoria, un capitolo della cronaca italiana che ci riporta al suo Patria (il Saggiatore) E ancora una volta riesce a trasmettere i sentimenti della meraviglia e dell’indignazione; sa tenere in bilico i lettori sulla soglia fra la cronaca e la storia intrecciandone i tempi. Quella che si incontra qui è la patria matrigna che uccide i suoi cittadini, li diffama dopo morti, premia le canaglie naziste con l’impunità cancellando non solo le tracce dei delitti ma perfino la memoria. Da testimone e da ricercatore, Deaglio racconta i fatti, segue i fili di trame segrete, scopre cose nuove e ci manda un vigoroso contributo inteso a riprendere possesso della memoria del nostro passato, a colmare le lacune della conoscenza dei fatti, a chiederci perché. Quello che lo pervade è però un sentimento come di uno spaesamento doloroso, di una perplessa e adirata incomprensione. Quello a cui si rivolge è un paese che sembra vivere in una dimensione astorica, in un clima di atemporalità. 

 

 Deaglio vuole scuoterlo questo clima. Non sappiamo se ci riuscirà. Non è il solo che ci stia provando. Il suo libro comparve davanti a chi scrive mentre gli si ammucchiavano sul tavolo altri libri che lottavano in qualche modo tutti insieme per ristabilire la verità e andare al fondo del nostro passato aiutandoci a capire e a non dimenticare. La lettura del suo libro si è intrecciata a quella di un libro appena apparso di Adriano Sofri, Il martire fascista (Sellerio, Palermo 2019) – un titolo vero e serio, non ironico né sarcastico. È uscito nella collana “Memoria” di Sellerio. Ed è un libro di valore su cui si dovrà tornare ancora e riflettere a lungo perché qui si incontra un vero modello di come si possa fare ricerca storica su materia incandescente e su vicende, persone, terre e cose legate alla propria vita dando prova di quello che si potrebbe definire un distacco appassionato e sapiente sulle sofferenze umane e sulle mostruose forme del potere e della sopraffazione razzista. Chi lo legge non dimenticherà più le vittime vere, i bambini sloveni delle scuole italianizzate degli anni ’30 e la violenza di chi, dopo aver strappato quelle terre unendole all’Italia fascista, volle che parlassero solo italiano. 

 

C’è un nome di persona che lega insieme i due libri e i due percorsi di ricerca di Deaglio e di Sofri, uno che procede dal 1969 verso il presente e l’altro che risale la corrente del tempo dal 1969 fino al 1930 e da Milano fino a Trieste e all’attuale Slovenia. Questa persona si chiama Nino Sottosanti, detto Nino il fascista. Si era affacciato nella Milano del 12 dicembre 1969 per incontrare Giuseppe Pinelli nel giorno in cui Pinelli fu poi fermato e portato in quella stanza della Questura da cui uscì morto dalla finestra. Nella parte conclusiva del suo libro Deaglio, racconta come in un libro del 2009 di Paolo Cucchiarelli, presentato solennemente nella Banca dell’Agricoltura, si è letto fra altre incredibili fantasie (con Giangiacomo Feltrinelli sullo sfondo) che Sottosanti, detto anche il sosia di Valpreda, avrebbe forse portato lui stesso una seconda bomba collocata accanto a quella dei fascisti. Due bombe, due taxi, e altre amenità. Adriano Sofri ha risalito il corso degli anni e percorrendo le strade dell’attuale Slovenia e della Sicilia ha ricostruito fatti e figure umane: ha raccontato il maestro Ugo Sottosanti – il padre di Nino – e suo fratello Francesco, un autentico martire fascista, o meglio un fascista che fu la vittima incolpevole di una vicenda orribile, perché la sua uccisione fu dovuta a un errore di persona: l’obbiettivo era il fratello Ugo, l’ignobile maestro elementare tubercolotico e fascista arrivato dalla Sicilia a insegnare ai bambini sloveni che non parlavano italiano vessandoli e sputando loro in bocca quando non usavano la nostra lingua. 

 

Alla memoria e alla conoscenza storica ha dato poco tempo fa un importante contributo Edmondo Bruti Liberati, ricostruendo nel suo libro Magistratura e società nell’Italia repubblicana (Laterza 2018; su doppiozero ne ha scritto Alberto Mittone) il disegno storico di come è nata e come è vissuta tra i Savoia, Mussolini e il secondo ‘900 della Repubblica la magistratura italiana: come dire una storia d’Italia attraverso la vicenda della corporazione che della giustizia legale ha avuto in carico l’amministrazione, in un rapporto prima di totale dipendenza dal potere politico e poi di crescente auto-organizzazione ma anche di conflitti. E qui si leggono messe a punto importanti all’interno di un disegno storico serio e severo della presenza dei giudici nella società italiana: riassunta esemplarmente nella vicenda di quel Gaetano Azzariti che, da presidente del Tribunale della razza fascista passò senza scosse ai vertici della corporazione giudiziaria della Repubblica nata dalla Resistenza, fu ministro della giustizia nel governo Badoglio e collaboratore del guardasigilli Togliatti e – rivoltando la giubba – presidente della Corte Costituzionale, fino a salutare con una sua statua chi entrava nel palazzo romano della giustizia. E qui si può seguire nel dettaglio lo scontro durissimo all’interno della magistratura sulla vicenda della strage di Piazza Fontana, come dire un filone importante della ricostruzione di Deaglio.

 

 

Ma c’è anche un più recente volume che ci offre l’imperdibile occasione di leggere in un testo criticamente accertato un documento fondamentale della crisi del paese che abbiamo vissuto: Il memoriale di Aldo Moro (De Luca Editori d’Arte, 2019), monumentale edizione critica pubblicata dalla Direzione generale degli archivi-De Luca editore d’arte , introdotta da autorevoli presentazioni e soprattutto da saggi di studiosi competenti, come Miguel Gotor, che si apre con una messa a punto di Michele Di Sivo che in un’ampia introduzione spiega come sia stata affrontata e risolta dai curatori la questione fondamentale: se si possa o no leggere quel testo, ricomparso per vie oscure in tormentate fotocopie, come espressione del pensiero e del libero giudizio di chi lo scrisse da prigioniero che sapeva ormai di dover morire. Un archivio, una edizione critica sono garanzie della conservazione della memoria e stimolo alla ricerca storica. Forse la giustizia che i nostri tempi e i nostri contemporanei hanno mancato di dare alle vittime troverà la sua strada nel tempo, com’è stata la sorte di tante minoranze italiane del passato.

Ed è proprio un’immagine della giustizia che accompagna i lettori di questo nuovo libro di Enrico Deaglio: quella della statua di marmo dalle occhiaie scavate da piogge che sembrano di lacrime scolpita da Arturo Martini per il Palazzo della giustizia di Milano: si chiamava “Giustizia corporativa” a ricordo e celebrazione del regime fascista. Di quel regime troviamo in questo libro una folla di mascalzoni e di manutengoli traghettati dalla sponda fascista a governare il popolo della repubblica nata dalla Resistenza. Primo fra tutti Marcello Guida, il questore di Milano, che era stato già il fascistissimo direttore del carcere di Ventotene, dove fu chiuso Pertini. E poi subito dopo Federico Umberto D’Amato, capo dell’ufficio Affari riservati, una istituzione voluta al Viminale da Mussolini per sorvegliare i nemici del regime nel luogo dove gli assassini di Matteotti avevano riportato la Lancia sporca di sangue nel 1925. Quel D’Amato che aveva riciclato Junio Valerio Borghese, il capo della X Mas assassino di partigiani, facendolo diventare eroe patriottico in divisa americana, il futuro golpista del 1970.

 

Quello in cui Deaglio mette ordine è un groviglio di atti e comportamenti e dichiarazioni false nonché logicamente e fattualmente insensate, come quelle del “malore attivo” e del “suicidio involontario” di Giuseppe Pinelli: atti di deliberata guerra alla verità, come il far esplodere la bomba gemella di quella della Banca dell’Agricoltura, collocata nella Banca Commerciale, o come il cancellare la deposizione del professor Guido Lorenzon, l’uomo che aveva saputo da Giovanni Ventura abbastanza di quello che si preparava tanto da vincere la paura di un ambiente fascista e golpista e denunziarlo. Così, risalendo a monte del groviglio di menzogne e di tracce cancellate dall’Ufficio Affari riservati e dal questore di Milano – da Guida e D’Amato – Deaglio ci presenta la realtà storica di un tentativo di golpe concepito perfettamente in tutti i dettagli. Doveva nascere come uno “stato di eccezione” dai disordini di piazza immaginati in un’Italia già percorsa da agitazioni e scioperi di massa, dove la scoperta immediatamente proclamata della congiura anarchica di Valpreda e Pinelli avrebbe dovuto servire da miccia per l’esplosione di tumulti e scontri di piazza. Per questo si erano selezionati i capri espiatori in Pinelli e Valpreda e si era meticolosamente organizzata la strage in coincidenza con un viaggio di Valpreda da Roma a Milano. Perché il piano fallì? La tesi di Deaglio si può riassumere con le foto d’epoca qui riportate della immensa folla milanese raccolta in piazza del Duomo il 15 dicembre 1969, per i funerali delle vittime della strage. Il fatto non previsto dai congiurati di Stato fu che quella folla composita – gente con vesti borghesi e con tute bianche da lavoro della Pirelli e blu degli altri lavoratori – invece di essere sconvolta da disordini fra diverse fazioni e parti politiche, rimase compatta e unita dal dolore, in silenzio. E così non fu possibile ricorrere allo stato di emergenza e al colpo di stato. Sandro Pertini ci fu, in quella piazza e in quel giorno del buio a mezzogiorno.

 

Come disse Pertini (che a Milano sfiorò il non dimenticato Guida, il comandante del suo campo di prigionia), “era mezzogiorno ma sembrava mezzanotte”. E ci fu Rumor, che sapeva ma tacque. Assente il presidente Saragat, ex partigiano ma chiuso nel palazzo in attesa di qualcosa che non avvenne, pronto a dare anche lui la colpa agli anarchici. I quali intanto per primi avevano capito e detto che la bomba era stata messa dallo Stato. La strage era di Stato e così doveva essere chiamata da allora in poi. 

Ma la pervicacia dello Stato, o della sua mostruosa faccia golpista e fascista non doveva fermarsi lì. Questo libro racconta la tela del ragno che avvolse tutte le istituzioni, quella che portò grazie al meccanismo micidiale delle remissioni a spostare a Roma il centro delle indagini e delle attività giudiziarie e poi a relegare a Catanzaro la sede del processo. Ne uscirono assolti Freda e Ventura. Col risultato che oggi Franco Freda continua indisturbato a fare propaganda nazista e a indicare in Salvini il salvatore della patria.

È una storia che si legge con viva emozione, scorrendo senza fiato pagina dopo pagina. L’emozione è quella di Deaglio, ce la trasmette, insieme a un senso di profondo smarrimento. Siamo smarriti perché tutto questo è stato l’inizio di una tragedia italiana che doveva passare poi attraverso tante altre bombe. Vennero gli anni in cui Bologna fu la capitale della resistenza e del terrore, quando prendere un treno da o per Bologna non si poteva fare senza tremore, quando l’unica certezza era che le bombe sarebbero continuate a scoppiare e a uccidere senza poter sapere mai chi fossero gli assassini. Una sequenza infernale: sequestro Moro, stragi di Bologna e di Brescia, Ustica, Brigate Rosse, assassinio di Pecorelli, Dalla Chiesa, la P2. Finché un giorno tutto questo finì, inspiegabilmente, proprio mentre attentati si accendevano in tutta Europa. 

 

Ma la bomba aveva vinto, come Deaglio è tentato di concludere? Non del tutto. Come racconta il libro, il giudice milanese Guido Salvini  (cfr. Guido Salvini e Andrea Sceresini, La maledizione di Piazza Fontana) grazie alla sua inchiesta in solitario su Ordine Nuovo ha ottenuto almeno la “condanna storica” – non giudiziaria – di Freda e Ventura, anche se le sue segnalazioni portate a conoscenza della Procura di Milano nel 1996 non sono state raccolte e nessun giudice fino a oggi le ha riprese. E il 12 dicembre del 2019 nessuna grande manifestazione è prevista per ricordare a Milano il mezzo secolo dalla bomba. “Sarebbe bello”, scriveva Deaglio nell’estate scorsa prima di dare alle stampe il libro. Forse quella manifestazione non ci sarà. Forse agisce qui la legge di Gresham sulla moneta, è la cattiva informazione che scaccia quella buona. 

O forse il problema si chiama oblio. E questo sembra essere il vero problema per noi di quella generazione di allora. Non sembra casuale il fatto che dell’oblio si parli e si discuta sempre più spesso, fino a far emergere sempre più chiaramente un volto nascosto dell’uso della storia che si studia e si insegna: quello di una macchina per dimenticare. 

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