Enrico Deaglio, l'eco della bomba

Chi si aspetta una lettura storica come le altre si sbaglia. La bomba. Cinquant’anni di piazza Fontana, edito da Feltrinelli, non è soltanto un libro di storia, perché quella storia non ha ancora avuto una fine. La bomba di piazza Fontana, che causa la morte di diciassette persone e novanta feriti, con tutte le bombe che seguiranno e con quelle che l’avevano preceduta, mette in discussione la storia stessa del nostro Paese, la sua stessa fragilissima natura democratica. Il contesto politico è conflittuale: l’autunno caldo, come fu chiamato, aveva portato in piazza enormi folle operaie esasperate. Nascono i primi gruppi di estrema sinistra, che raccolgono vasti consensi, nelle scuole ma anche in alcune fabbriche, soprattutto nel nord. La bomba dialoga con quel clima. In Grecia, due anni prima, i militari hanno preso il potere con un colpo di stato. Lo stesso si teme per l’Italia, circolano frequenti allarmi nella sinistra italiana.

 

Molto efficace l’incipit del libro, un’immagine che ci trasporta in un complicato mondo di segni apparentemente indecifrabili. La fronte di un interlocutore di Deaglio, “un sopravvissuto” e un testimone della strage. Quando un raggio di sole raggiunge la sua fronte la pelle si illumina. Deaglio è anche medico e un particolare così assurdo non poteva sfuggirgli. Sono minuscoli frammenti di vetro, l’onda d’urto dell’esplosione di quel 12 dicembre 1969. Era tale la spinta, la forza dell’esplosivo, che questa polvere vetrosa ha scavato la prima barriera della pelle per insediarsi in profondità nella sua cute e producendo, in certe condizioni di luce, una sorta di fluorescenza. Lo stesso sopravvissuto, sempre nella prima pagina, dice anche perché c’è stata la bomba. Ferito a una gamba andò ai funerali delle vittime con una stampella, unendosi alla folla sbigottita. Camminavano “come se ci stessimo tutti avviando a una fucilazione.” A questo era servita la bomba: il sopravvissuto lo dice con straordinaria lucidità.

 

A destra Giuseppe Pinelli al circolo della Ghisolfa a Milano. Pinelli era ferroviere, e da adolescente aveva combattuto nella Resistenza con una brigata partigiana anarchica.


Deaglio ammette subito di appartenere a una generazione segnata da quell’evento, e anche in lui quel giorno continua a emettere una fluorescenza che non accenna a spegnersi. Liquidato in due righe il suo evidente coinvolgimento personale la presenza del narratore svanirà dalla scena, con tutti i suoi umori. Non è l’indignazione dello storico a interessarci, il suo lavoro è quello di mostrare i motivi di questa indignazione. Inoltrandosi nella lettura di La bomba nessun lettore resterà indifferente. È una lettura dolorosa, capace di scatenare sentimenti violenti. Si abbandona spesso il libro e si cammina nervosi per la stanza. In che paese siamo cresciuti? Ma è davvero breve il secolo breve? È davvero finito (nel 1993, per esempio, con l’ultima bomba) o si è semplicemente trasformato? L’Italia è mai stata un paese davvero democratico? È mai esistita un’Italia liberal-democratica nel sentire comune? Cos’è davvero lo Stato italiano? Potrei occupare lo spazio di questo articolo scrivendo tutte le domande suscitate da questa lettura. Non è vero che non ci sono risposte e che non si sa nulla, anzi da anni sappiamo quasi tutto. Le nuove scoperte ci sono, e sono significative: documenti, nomi, circostanze.

 

 

Mancano soltanto le conclusioni logiche: del resto è difficile che un’intera macchina statale recepisca la consapevolezza di essere il principale problema del Paese. Leggendo Deaglio ci si forma un’immagine cangiante, di questa misteriosa struttura, insieme parassitaria e golpista, sorniona ma immodificabile, infiltrabile da chiunque, bande di psicopatici nazi-fascisti compresi. Anche i suoi eroi positivi, i suoi martiri, diciamo da Moro a Falcone e Borsellino per fare soltanto i nomi ad altissima intensità simbolica, sono sempre stati circondati da nemici invisibili che non erano mafia o terrorismo soltanto (entrambi autentici, peraltro) ma soprattutto Stato. Isolati, cancellati dalle istituzioni prima che dagli attori dell’ultimo miglio. Un’altra leggenda che viene a cadere, con questo libro, è quella dei Servizi deviati. In rapida sintesi Deaglio stesso ci offre le conclusioni del suo lavoro, rivolgendosi a nuovi lettori nati in questo secolo. “La bomba venne preparata e collocata dal gruppo veneto di Ordine Nuovo, un’organizzazione nazista con forti agganci e protezioni ai vertici dello Stato italiano, che non fece nulla per impedirlo.” E aggiunge: “quando leggerete quanta protervia, quanta ‘organizzazione industriale’, quanta volgarità venne usata per costruire il falso su piazza Fontana, probabilmente penserete che gli attuali demagoghi non hanno inventato niente”.

 

Pietro Valpreda, ballerino anarchico. Vita più caotica rispetto a quella di Pinelli. A Roma aveva fondato un circolo anarchico subito infiltrato da un agente di polizia e da un nazista, Mario Merlino. Arrestato il 15 dicembre 69 verrà accusato di essere l’esecutore della strage alla banca di piazza Fontana. Il suo riconoscimento sulla base di una foto vecchia di decenni, in cui risultava completamente diverso.  La testimonianza era stata strappata e messa in bocca a un tassista. Era completamente estraneo ai fatti.


Il libro affronta la complessa ricostruzione dei fatti, e non c’è commento che non proceda da fatti. Per esempio l’impiegato della Banca nazionale dell’agricoltura, Fortunato Zinni, scrive così in un memoriale: “La vergognosa e irridente tela di Penelope ordita per fare e disfare sentenze, in una allucinante e incredibile parodia della giustizia, ha di volta in volta messo a nudo: la certezza di impunità dei burattinai del massacro, il cinismo di una classe politica imbelle e complice, la disponibilità di una parte della Magistratura ad assecondare il potere, il servilismo di una stampa pronta a credere alle verità ufficiali.” Fotografie dell’epoca illustrano in modo puntuale l’intera narrazione. Vediamo la voragine della potentissima esplosione, progettata per causare il maggior numero possibile di vittime. Ricordiamo storie dimenticate: il bambino che ha perso una gamba per fare un favore al papà che non se la sentiva di andare in banca.  Sfilano ritratti, testimonianze: tra queste spicca malinconicamente la figura di Rumor, il signor Non Ricordo. Nessuna autorità fa bella figura. La bomba scatta una fotografia impietosa del suo presente: la stampa, che certo non vantava nessun Watergate, la magistratura, che con la sentenza del “malore attivo” relativa a Pinelli scrive una delle sue pagine più vergognose. Del resto come stupirsene? Ancora oggi, con qualunque governo, i direttori di testata nella televisione pubblica vengono scelti dal governo e dai segretari di partito: ecco, la persistenza del più grande poltronificio italiano, la rai, è un sufficiente indice di democrazia. Immaginiamo un Trump che nomina il direttore della CNN.

 

 

Impressionante la pavidità e il servilismo dell’intera stampa italiana, pronta a sbattere i mostri in prima pagina. Le poche voci di dissenso, da Piero Scaramucci a Camilla Cederna, saranno indagate e condannate per aver detto soltanto la piccola parte di verità che potevano intuire. Pagina vergognosa per la stampa e per la magistratura italiana.

 

L’esame ravvicinato delle prime reazioni della stampa e della televisione italiane è desolante, ma lentamente si manifestano i primi dubbi e per fortuna anche le prime certezze. Per tutti il Mostro (Valpreda, con la complicità del suicida-confesso Pinelli) è in prima pagina. I pochi convinti della loro innocenza, insieme ai conoscenti e agli amici di Pinelli, scrivono una bellissima lettera ingenuamente indirizzata a L’Unità, che però non la pubblica. Tra i primi a schierarsi dalla parte di Pinelli e degli anarchici milanesi il giornalista Piero Scaramucci, che pochi anni dopo pubblicherà un bel libro-intervista con Licia Pinelli: Una storia quasi soltanto mia. Pinelli era un galantuomo, per nulla violento, insomma una persona splendida: tutto qui. Subito dopo, e sarà per sempre, si accende la passione civile di Camilla Cederna, che certamente sarà indagata più di quanto siano stati indagati i colpevoli. In molti sono stati perseguiti e condannati dalla magistratura, e questo per aver detto soltanto in parte la verità, non potendo conoscere altri inquietanti dettagli. Il riscatto, anch’esso parziale, verrà dalla magistratura di provincia, da singoli, e soltanto molti anni dopo. Interessante un altro aspetto del lavoro di Deaglio, che documenta l’influenza enorme che suscitò la bomba anche nella produzione letteraria e artistica. Splendida per esempio la lunga citazione tratta da Il sipario ducale di Paolo Volponi. Ma i nomi diventeranno tanti: Pasolini, Dario Fo, Enrico Baj, per non parlare delle varie espressioni musicali e cinematografiche.      

 

Immensa folla silenziosa ai funerali delle vittime. Nessuno crede che la strage sia attribuibile agli anarchici. Tutti sanno che sono stati nazi-fascisti e apparati dello Stato.


Gli uomini che hanno originato i nostri servizi erano non solo fascisti, ma con forti simpatie naziste. Certo, hanno obbedito agli ordini, omicidio dei fratelli Rosselli compreso. Esattamente come Eichmann. Noi i nostri Eichmann abbiamo preferito collocarli nei luoghi di comando più sensibili. L’infamia dell’amnistia togliattiana è la legalizzazione di questa anomalia, che rende la democrazia italiana soltanto parziale, sin dall’inizio. Le stesse persone protette dall’amnistia hanno lavorato al lungo colpo di stato strisciante del dopoguerra, hanno messo diverse bombe nelle piazze e nelle stazioni. Come dicevo ci vuole fegato ad addentrarsi in queste pagine. Rievocando personaggi come Silvano Russomanno e il famigerato ufficio Affari riservati, che occupò la Questura di Milano coordinando l’arrivo delle bombe e i fittissimi depistaggi che giungeranno fino alla persecuzione dei pochi testimoni attendibili, la lettura si fa quasi intollerabile.


In pratica la Questura di Milano partecipa a tutti gli effetti a un’azione golpista, in itinere sin dall’inizio della guerra fredda, a sua volta iniziata prima ancora che finisse la seconda guerra mondiale. Della buffonata messa in piedi per raccontare l’omicidio di Pinelli non riesco neanche a parlare: è la fine dell’anarchia, mi butto! Neanche della presenza in quella stanza di Silvano Russomanno, riesco a parlare. Voglio ricordare soltanto la telefonata che fece Licia Pinelli in questura per sapere cosa stava succedendo (o meglio: cos’era già successo). Calabresi in persona le risponde: “sa signora, abbiamo molto da fare.” Non voglio sintetizzare brutalmente tutto il libro, anche perché Deaglio ha il dono di catturare la nostra attenzione senza mai alzare la voce, scegliendo sempre la massima chiarezza espressiva, lasciando parlare i protagonisti, i fatti, le azioni. Se i giovani giornalisti, anziché frequentare dei ridicoli corsi su Instagram, leggessero con attenzione questo libro farebbero una cosa saggia e ne trarremmo tutti un grande giovamento. Difficile dirlo nell’epoca delle opinioni facili: una persona intelligente non ha opinioni.  

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO