L’odio crea consenso

Che le discussioni politiche possano originare violenza verbale, e toni particolarmente accesi, non è certo una novità portata da Internet. In un mondo ormai connesso, però, un’analisi di toni, argomenti, azioni e attacchi online che ruotano attorno a temi politici, con l’avvicinarsi di tornate (e contese) elettorali, assume sfumature assai interessanti.

L’odio online, in senso molto ampio, può essere visto come un tema cruciale per la politica in generale (con conseguenti ipotesi d’intervento legislativo per cercare di mitigarlo o soffocarlo), per il personaggio politico o istituzionale inteso come vittima (quale possibile bersaglio di messaggi d’odio) e per il personaggio politico quale, al contrario, autore e generatore di odio, o d’istigazione all’odio, in prima persona. 

 

Al contempo, è sotto gli occhi di tutti la stretta correlazione esistente tra odio politico online e attualità (per cui si generano discussioni accese in corrispondenza, o come conseguenza, di un evento che abbia ampia risonanza nella cronaca) e tra odio politico e propaganda elettorale quale metodo subdolo, e apparentemente neutro, per fomentare odio nella società, per diffondere insicurezza generalizzata tra i cittadini e per raccogliere, così, maggiori consensi. 

In tal caso, negli ultimi anni, l’odio politico si è accompagnato all’odio razziale, e tutti i politici, anche i meno estremisti, hanno compreso come i discorsi d’odio su temi etnici, religiosi, razzisti e sessuali possano avere una forte capacità di alterare l’equilibrio centrale e locale, d’influenzare direttamente i comportamenti dei cittadini e, in estrema sintesi, di muovere voti. 

 

Sono, così, le stesse forze politiche che, nei loro discorsi, documenti, volantini, programmi, comizi e interviste veicolano messaggi che prendono indubbiamente di mira minoranze etniche, religiose, sessuali, immigranti e altri gruppi, con un’azione che non proviene solo da partiti per tradizione estremisti ma che si può individuare, in tutta Europa, anche nella retorica dei cosiddetti “grandi partiti di massa”. 

Eppure il politico che parla, per la sua posizione, dovrebbe avere una maggiore responsabilità: il suo potere diffusivo di pregiudizi nei confronti, ad esempio, di un gruppo preso di mira è assai ampio grazie alla camera di risonanza fornita dai mass media di cui può, in ogni momento, usufruire. Si tratta di una sorta di “posizione di autorità” che pone il politico in una condizione di forza, alterando l’equilibrio delle parti proprio come avviene in alcuni casi di bullismo: l’odio politico può avere così un impatto su altri, potenziali agenti che si sentono supportati dai politici e pensano di poter parlare e agire nello stesso modo. 

 

In un mondo perfetto, i politici sarebbero i primi a utilizzare toni e discorsi che non veicolino espressioni d’odio, ma non solo: provvederebbero a criminalizzare apertamente un tale modo di esprimersi, opponendosi al fatto che un simile modo di parlare possa entrare a far parte del processo democratico congiuntamente a una tolleranza diffusa per simili toni. 

Purtroppo, l’attualità è ben diversa, e questo ruolo importante dei partiti e dei singoli politici è oggi, sia online sia offline, scomparso.

 

L’innalzamento dei toni nelle presidenziali USA

 

In un editoriale di Arthur C. Brooks su “The New York Times” dell’8 giugno 2015, dal significativo titolo “The thrill of political hating”, si è fatto cenno all’odio politico in vista delle elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti d’America e si è denunciata la diffusione di una retorica distruttiva che sta accompagnando tutto il periodo elettorale. 

L’odio politico in periodo elettorale (ma non solo) di solito, ricorda Brooks, si manifesta in tre forme.

Il primo è definito, nei paesi anglosassoni, come “hot hate”. Si basa su espressioni di rabbia, volte a dipingere l’altra parte come inferiore, criminale, stupida o addirittura come l’essenza stessa del male.

Vi è, poi, il cosiddetto “cool hate”, meno crudo ma basato sul disgusto nei confronti dell’altra persona veicolato attraverso il sarcasmo, il dileggio o la diminuzione dell’importanza della stessa. Può essere altrettanto dannoso: l’editorialista ricorda il caso di John Gottman, esperto psicologo sociale famoso per riuscire a prevedere, con un’accuratezza addirittura del 94 per cento, il futuro divorzio di una coppia semplicemente analizzando frammenti di conversazione tra i due coniugi. I segnali di allarme più forti, in questo caso, erano individuati nell’ostilità, nel sarcasmo e in un humor offensivo presente nel dialogo, elementi che anche in politica sono molto comuni e facilmente rilevabili.

 

L’ultimo tipo, infine, è l’odio anonimo, che ha assunto una forma molto interessante nel mondo online non tanto perché si sia in presenza di un anonimato reale (nella maggior parte delle situazioni gran parte dei comportamenti sono attribuibili senza particolari difficoltà investigative a una persona ben individuata) ma di un anonimato, al contrario, “percepito”, ossia una sensazione di “filtro” o “scudo” che la tecnologia offre e che spinge, in alcuni casi, a un inasprimento dei toni (dovuto anche alla mancanza di un contatto fisico in rete).

 

Il monitoraggio dell’odio razziale e politico

 

Un progetto europeo molto attento e moderno, denominato VOX-Pol, si propone, tra le altre cose, di monitorare le espressioni di estremismo politico razzista e xenofobo a livello internazionale. La percezione, notano gli studiosi del progetto, è che vi sia una crescita di tali tipi di espressioni online rapida e preoccupante in molti paesi europei e non europei, sino a prendere la forma di un fenomeno di preoccupazione globale.

Un primo motivo di tensione è la crescita di movimenti che, come strategia di fondo, hanno quella di cercare di nascondere la loro reale agenda politica e tentare di presentare i loro punti di vista attraverso un ribaltamento della retorica dei movimenti per i diritti ma finalizzata a distruggere i diritti stessi. Si è in presenza, in altre parole, di espressioni nascoste di razzismo che cercano di sfruttare condizioni favorevoli (nella loro prospettiva) quali la crisi economica, l’aumento del conflitto sociale e la crescita d’istanze populiste in politica.

 

Oggi le affermazioni razziste, notano i partecipanti al progetto, non prendono soltanto la forma del razzismo più becero: molto materiale è travisato o è pubblicato su Internet in forma di offese occasionali o di sfoghi individuali che, comunque, sono idonei ad alimentare le attitudini razziste tra le persone e a supportare la normalizzazione del razzismo.

Questo tipo di odio politico è molto subdolo: cerca di veicolare messaggi d’odio contro immigrati, rifugiati, membri di minoranze, omosessuali o disabili cercando però di far sì che chi parla non sia appellato pubblicamente come razzista.

 

Black propaganda e grey propaganda

 

Un secondo progetto europeo, denominato “LIGHT-ON”, è altrettanto interessante nel tentativo di comprendere a fondo l’essenza delle espressioni d’odio politico. 

Nello studio si distingue tra “black propaganda”, nel caso si vogliano colpire i gruppi di minoranza o gli avversari diffondendo false informazioni, e facendo apparire dette informazioni come provenienti da una fonte affidabile (che, in realtà, è falsa), e “grey propaganda”, dove le fonti non sono identificate (sono oscure) e i contenuti sono parzialmente veri ma sono attentamente selezionati per indurre effetti quali la persuasione e la mobilitazione nei confronti di singoli o gruppi.

Sarà quindi interessante, una volta raggiunta una discreta capacità di “identificare” l’odio politico seguendo i parametri poco sopra, illustrare e osservare il picco di odio che pian piano aumenterà non appena si avvicineranno le tornate elettorali di ogni tipo – locali, centrali, referendarie – e valutare che forme prenderà. 

 

Le forme di odio “nascosto” o camuffato sono sicuramente quelle più pericolose, perché meno evidenti e capaci di confondere soggetti con una preparazione culturale, e una capacità di discernere, più deboli. 

 

Se a ciò si aggiunge l’effetto “virale” che consentono i social network nella circolazione delle espressioni d’odio, e una diffusa mancanza di responsabilità nella gestione dei toni da parte di chi dovrebbe, istituzionalmente, preoccuparsene, il quadro che si disegna per il prossimo futuro non può che apparire abbastanza fosco.

 

Giovanni Ziccardi è professore di Informatica giuridica all'Università di Milano. Oltre al suo ultimo libro L'odio online, ha pubblicato nella collana Saggi Internet, controllo e libertà (2005).

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