Speciale
Occhio rotondo 62. Alone
Cosa sono quei segni sul ripiano? Tracce disegnate intorno agli oggetti collocati da Giorgio Morandi in decenni e decenni di lavoro sulla superficie dove li disponeva per ritrarli. Lo si vede meglio in un’altra fotografia scattata nella medesima occasione da Gianni Berengo Gardin: raffigura l’allestimento posizionato dal maestro bolognese, il suo piccolo teatro, con un piano di legno che sporge dal tavolo e i tre oggetti che qui, in questa immagine, s’intravedono appena. Il fotografo s’è avvicinato con l’occhio della sua macchina sino a mettere in primo piano le linee disegnate a matita. Sono quasi tutte linee curve ottenute percorrendo il perimetro esterno dell’oggetto, e anche qualche linea retta, una trama fitta di sovrapposizioni, una rete di segni, un disegno in cui ordine e disordine s’inseguono e si sovrappongono, una ragnatela di fili sottili, un tramaglio che serve a dare un orientamento ai gesti con cui il pittore ha disposto le sue cose lì sopra, per poi ritrovarle a distanza di tempo: un ricordo rinnovabile, una memoria stabile.
Morandi stendeva spesso dei fogli di carta, poi appoggiava alla tavola le sue bottiglie, i vasi, le caraffe, le tazze, le scatole e gli altri oggetti d’uso quotidiano, quelli che nella pittura borghese dell’Ottocento figurano nei quadri per suggerire un’atmosfera personale, intima: un interno di casa benestante. Qualcuno ha detto che tengono il posto che nei quadri di Cézanne ha la Montagne Sainte-Victoire: sono l’analogo di rocce, picchi, il profilo della montagna. Altri hanno suggerito che siano reperti, qualcosa che si è salvato dalla catastrofe che è accaduta in quel luogo. In un suo articolo di quasi vent’anni fa Pietro Citati, raccontando il lavoro con cui Berengo Gardin ha documentato lo studio del maestro, prima che fosse smontato e portato altrove, ha ipotizzato che Morandi fosse “un pittore apocalittico, che attendeva la fine del mondo” (Chardin & Morandi uno studio fisso nel tempo, La Repubblica, 20 marzo 2009). È il bianco e nero scelto dal fotografo che suggerisce questa interpretazione? Probabilmente sì.
A differenza di Luigi Ghirri che aveva ritratto il medesimo studio ma a colori in un suo libro, seguendo la palette dell’artista, o almeno riferendosi alle velature gialle e rosee del maestro, Berengo Gardin ha evocato l'esistenza degli oggetti in quanto oggetti, il loro “peso oggettuale”, come ha scritto Massimo Maiorino in Dispositivo Morandi (Quodlibet). È come se il fotografo avesse fatto retrocedere temporalmente le cose a un prima, prima della pittura, prima della luce, prima del colore. Ha ritratto la loro infanzia anteriormente alla loro entrata in una “natura morta” di Morandi. Meglio, prima che diventassero parte d’una Still life, d’una “vita immobile” – è il significato letterale del temine inglese con cui si indica questo tipo di pittura.
Gli oggetti sono un tema prezioso che Berengo Gardin mette qui in luce col suo bianco e nero insieme allo spazio dello studio di via Fondazza 36 dove Morandi ha lavorato per anni e anni. Forse ci voleva proprio l’occhio realista, ma anche sognante, del fotografo veneziano per rivelare l’importanza dell’oggetto in sé e per sé, e non solo relativamente a quello che diventa nell’arte di Morandi. Meglio: cosa è in origine quella serie interminabile di vasi, vasetti, ciotole, barattoli, bottiglie, tazze, tazzine, caraffe, brocche, che riposano nelle stanze della casa, sui ripiani, sulle mensole, sotto i tavoli e i tavolini, tanti anni dopo la scomparsa del loro proprietario – era il 1964 –, un esercito di cose e di forme che oggi si manifesta ancora una volta con il proprio indubbio fascino nell’esposizione allestita nel caveau di Gallerie d’Italia a Milano in occasione della mostra Metafisica/ Metafisiche (a cura di Vincenzo Trione).
Morandi è il poeta degli oggetti? Certamente. Ecco, gli oggetti. Italo Calvino, che di Morandi ha scritto, ponendolo a fianco di Eugenio Montale, ha espresso in un suo articolo, Gli uomini giusti con le cose giuste (“Corriere della Sera del lunedì”, 15 agosto 1977), un pensiero importante. Era il 1977, l’epoca in cui si discuteva della bomba N, l’atomica al neutrone, che distrugge ogni forma di vita ma lascia intatte le case, i palazzi e gli oggetti che vi sono contenuti. Una visione apocalittica che di questi tempi è tornata come un fantasma a causa della guerra in Ucraina con il paventato uso delle bombe atomiche tattiche. In quell’articolo lo scrittore ci ricorda quanto importanti siano le cose nella vita umana, “come parti del nostro corpo, perché senza di esse non sapremmo vivere, perché la vita del genere umano che è vita sociale e culturale oltreché biologica, si realizza attraverso gli oggetti, gli strumenti, gli edifici, i luoghi, e così anche i segni, le rappresentazioni, la scrittura”. Calvino sottolinea come la vita degli individui sia di durata limitata mentre gran parte delle cose che ci appartengono e ci circondano “ci sopravviveranno”. Così conclude: “Resta la nostra responsabilità verso le cose e verso i nostri simili attraverso le cose”.
Che sia questo il messaggio che ci comunica la fotografia in bianco e nero di Berengo Gardin? Che gli oggetti usati da Giorgio Morandi rimandano ad un mondo che gli è sopravvissuto insieme alla sua stessa pittura? E quei segni, la rete di tracce sulla superficie del ripiano, cosa sono se non un’altra forma di memoria delle cose stesse? È ciò che resta degli oggetti, il loro alone, come quello che lascia un bicchiere umido sul tavolo, un’aureola che nel caso del liquido evapora rapidamente, mentre qui dura a lungo. Lo sguardo attento di Berengo Gardin ce lo mostra come se fosse un’opera, un’opera inattesa, non voluta, naturalmente, qualcosa di sfuggito all’autore, ma che parla di lui, delle sue amate cose e del loro reciproco e misterioso rapporto.
Gianni Berengo Gardin, Lo studio di Giorgio Morandi, nell'ambito del progetto diffuso "Metafisica/Metafisiche"
Gallerie d’Italia, Milano, fino al 6 aprile 2026
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In copertina, Gianni Berengo Gardin © Eredi Gianni Berengo Gardin.