"LTI, La lingua del Terzo Reich” di Victor Klemperer

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.

 

Come si legge un taccuino di un filologo, ricavato da diari scritti dal '33 al '45 per riuscire a sopravvivere e “reggersi in equilibrio”, da ebreo tedesco, in un mondo diventato improvvisamente bestiale? Come una testimonianza preziosa; come una galleria di ritratti ed episodi quotidiani vividi e minuti; come una raccolta di osservazioni sulla manipolazione della lingua; come un libro di storia; come un portolano che ancora oggi, pur con tutte le differenze, può guidarci nelle correnti e nelle rapide del linguaggio quando la propaganda politica prende ad agitarlo e vuole a tutti i costi governarlo, tentando di sviarne e dirigerne l'uso.

“Taccuino di un filologo” è il sottotitolo di LTI, La lingua del Terzo Reich, di Victor Klemperer, uscito in Italia per la casa editrice Giuntina nel 1998 (in Germania nel '46, divenuto presto un classico), dove LTI sta per Lingua Tertii Imperii. L'autore è un professore ebreo di Filologia all'Università di Dresda, nato nel 1881, esperto di letteratura francese, laureato con una tesi su Montesquieu, allievo di Karl Vossler e collega di Erich Auerbach: privato dal nazismo della cattedra e dei suoi libri, trasferito in una “casa degli ebrei”, spedito in fabbrica con la stella gialla cucita sul petto, si salverà solo grazie al fatto di essere sposato con una tedesca “ariana”.

 

Diviso in 36 capitoli, più una prefazione in cui si parla della parola “Eroismo” e una postfazione dal titolo “Per delle parole”, in cui l'autore ricorda la figura di un'operaia berlinese che era stata in carcere per “delle parole”, cioè per aver offeso Hitler e i suoi simboli, il libro illustra come la lingua di un regime totalitario, se opportunamente dispensata, inoculata ai parlanti come “piccole dosi di cianuro” che intossicano subdolamente giorno dopo giorno, riesca a intaccare nel profondo il pensiero di un intero Paese, anche il più colto e avanzato.

 

Dalle parole si parte e sulle parole si chiude: in mezzo, osservazioni sui segni di interpunzione (le virgolette ironiche), sull'uso del superlativo numerico preso di peso dall'America (dove è usato dalla pubblicità e nel commercio in modo ingenuo) per essere trasferito dai nazisti nei bollettini di guerra, sulla grafica della sigla SS (due taglienti saette), sulla sillaba di un canto che viene ritoccata per renderlo innocente in vista della fine della guerra. E ancora le parole e gli slogan, cercando di non tralasciare nulla, perché questa è l'opera di un filologo dalla spiccata, vibrante, tesissima sensibilità linguistica, calda fino a quasi diventare incandescente viste le circostanze e la sua condizione. E il filologo può permettersi di essere pedante e non tralasciare nulla “perché domani le cose appariranno diverse”. Anzi è proprio il suo farsi urtare, colpire, ferire, ad aiutare il lettore: non occorre conoscere necessariamente il tedesco o essere ferrati in linguistica per addentrarsi in questo testo eccezionale.

 

 

Basta forse solo l'esergo di Franz Rosenzweig, “La lingua è più del sangue”, per seguire il racconto ricco di sfumature e sguardi laterali, orecchio e minuta attenzione, nel succedersi di incontri, tradimenti, scoperte, intuizioni, in cui le parole sono sempre rivelatrici. Mai astrazioni, ma sempre concrete, materiali, d'uso spiccio. 

Sono le parole degli operai che Klemperer ascolta mentre lavora in fabbrica o spazza le strade, che legge nel Mein Kampf o nell'opera dell'ideologo Rosenberg, nei discorsi di Goebbels, che reperisce scartabellando annuari del commerciante, volantini, annunci mortuari o di nascite. Dall'alto al basso, dalla lingua alta a quella degli ignoranti, nelle lettere e negli scritti persino degli ebrei stessi: su tutto regna la LTI, con i suoi due tratti distintivi, la povertà e la monotonia. Povertà già nell'abolizione della distinzione fra parlato e scritto: tutto deve diventare semplice, deve prevalere l'appello, l'ordine, l'esecrazione, perché la lingua totalitaria, per mantenere i pensieri inalterati, fissi su un solo aspetto, deve essere una e avere una sola dimensione. Monotonia perché è nella ripetizione, nell'ossessione, che trae la sua essenza il fanatismo.

 

Da studioso di letteratura francese, Klemperer individua subito lo stravolgimento della parola “fanatismo”: presa dall'illuminismo (dove aveva un significato negativo in quanto indicava mancanza di razionalità, cecità necessaria a piegare la massa a un culto, in quel caso la religione, per ingannarla e sfruttarla), da un iniziale significato peggiorativo anche in tedesco, all'improvviso si rovescia, nella lingua nazificata, in termine centrale e positivo. Prende il posto di “appassionato”, diventa termine virtuoso in quanto implica fedeltà, coraggio, tenacia, forza e dalla politica tracima ai romanzi, dal linguaggio militare a quello quotidiano.

Poi ci sono le parole specificamente naziste: “spedizione punitiva” (Strafexpedition), “cerimonia ufficiale” (Staatsakt) e l'aggettivo “storico” che viene applicato a ogni inezia del regime.

E “sistema”: tutto diventa sistema, organizzazione, chiunque diventa pezzo di quel sistema (sono “pezzi” da contare gli ebrei mandati nei campi di sterminio). Chiunque è compreso nel sistema, persino i ragazzini, persino i gatti! 

 

Fra le tante umiliazioni che quotidianamente subisce da perseguitato, Klemperer si trova a non poter più pagare la quota per i suoi gatti alla società protettrice per gli animali e annota: “nella “organizzazione tedesca dei gatti” – non scherzo, così si chiamava il bollettino di informazioni della società, divenuto organo del partito – non c'era più posto per quegli animali che, dimentichi della purezza della razza, continuavano a rimanere in casa di ebrei. Più tardi ce li tolsero, anche, i nostri animali domestici: gatti, cani e persino canarini vennero portati via e uccisi, non in casi isolati o per spregio a opera di singoli, ma per ordini superiori e con sistematicità”. Così vuole il sistema.

 

Niente animali domestici e niente casa: solo “case degli ebrei”. E sulla targhetta il loro nome è contrassegnato con la stella, quello del coniuge ariano no. Se il nome non è abbastanza ebraico, devono aggiungervi “Israel” o “Sara” (mentre “i tedeschi” vanno protetti dai nomi biblici, come “Lea” o, di nuovo, “Sara”, ora vietati) e presentarsi anteponendo sempre la parola “ebreo” al cognome (“l'ebreo Klemperer”). Non possono più prendere in prestito in biblioteca libri, né tenerne in casa: sono permessi solo libri ebraici, allora una collega adotta l'escamotage, durante le perquisizioni della Gestapo, di segnalare che certi curatori di classici sono proprio germanisti ebrei o che taluni nomi puntati di autori corrispondono in realtà a nomi ebraici, tipo M. per Moses (singolare operazione al contrario per salvare il tesoro di testi).

 

Sin dall'apparizione di questo libro in Italia, nelle recensioni – da Tobia Zevi a Stefano Vitale, da Anna Foa a Gianrico Carofiglio – si è sempre insistito sulla sua utilità, sul suo valore di monito, sul suo richiamarci al dovere di vigilare sulla lingua in ogni momento, sulla necessità di stare in guardia anche in tempi, come si dice, non sospetti. Aldo Nove, recensendolo venti anni fa, scriveva: “Rabbia, demagogia e identificazione di un capro espiatorio. Questi tre elementi in particolare sono quanto mai attuali, e forse lo saranno sempre. Vanno tenuti sott'occhio.”

 

Da allora, rabbia, demagogia e ricerca di capri espiatori sono diventati ancora più drammaticamente attuali e forti. E la propaganda ha ulteriori canali. Propalate ossessivamente tramite social network, trasmesse in loop e in heavy rotation (monotonia, ricordate?) sulle tv zeppe di talk-show in cui a vincere sono i discorsi più urlati e brutali, ora le parole più semplici, e spesso corredate da materiali manipolati ad arte (immagini e notizie fake), dilagano ossessivamente in un profluvio di slogan. Stop invasione, La pacchia è finita, Taxi del mare, Prima gli italiani. Giornaloni, Professoroni, Intellettualoni (toh, l’accrescitivo che vale le virgolette ironiche). Risuona la lingua piegata e manipolata da un comico che la distorce (Grillo con il suo “vaffanculo” che diventa anche solo lettera, V di V-Day) seguito dalla tifoseria della sua curva (fans come fanatici) che battendo con rabbia sui tasti del cap-lock partorisce frasi tutte maiuscole (l'urlo), in cui abbondano punti di sospensione e punti esclamativi misti agli 1 che si insinuano nel reticolo di !!!!, nel pestaggio dei tasti durante l'esecrazione pubblica dei post facebook contro i Sinistrati, i Giornalai, i Pidioti su cui riversare colate di rabbia. La lingua di uno “spin-doctor” (il Morisi di Salvini) che va a spulciarsi anche i singoli tweet degli scrittori, dei cuochi, dei rapper, le parole dei cartelli nelle manifestazioni degli studenti, per additarli al branco nell'incitazione a colpire, zittire, intimidire gli avversari. Gli “Euroburocrati” prendono il posto delle democrazie plutocratiche di un tempo, i “giovanotti palestrati con i telefonini in gita sui barconi” prendono il posto degli ebrei accusati delle peggiori nefandezze; non ci si fa problemi a ritirare fuori i detti mussoliniani, i “me ne frego”, “molti nemici molto onore”, “chi si ferma è perduto” (di nuovo Salvini).

 

Leggendo in Klemperer dell'uso larghissimo che facevano i nazisti della parola “popolo” (Volk), leggendo che su tutto veniva aggiunto “un pizzico di popolo: festa del popolo, compagno del popolo, vicino al popolo, venuto dal popolo”, non si può non pensare, con un lieve brivido, alle espressioni “avvocato del popolo” e “manovra del popolo” pronunciate dai nostri attuali governanti con un soave sorriso.

Oggi si ripete che i tempi sono diversi, che il nazismo è acqua passata (anche se uno dei peggiori massacri del dopoguerra è stato compiuto dal giovane neo-nazista norvegese Anders Breivik a Utoya, nel 2011), che i fenomeni non si ripresentano sempre nelle stesse forme. Vogliamo continuare a pensarlo. Nel frattempo, per non sbagliare, è bene prendere qualche appunto. E rileggere le straordinarie pagine di un filologo, ascoltandolo bene quando ci dice che parole opportunamente intossicate possono avvelenarci persino in piccole dosi, “come l'arsenico”. Ogni giorno. 

 

Sulla figura e l'opera di Klemperer rimandiamo anche alla duplice riflessione di Roberto Gilodi e Michele Ranchetti, Victor Klemperer. Cronache di una vita e di una lingua, da noi pubblicata il 24 giugno 2011.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO