O la borsa o la vita

La politica sembra porre oggi più che mai la questione del “debito pubblico” nei termini di un problema di primaria importanza. Il discorso economico-finanziario dominante non fa che produrre e diffondere l’idea secondo cui è importante che ciascuno “faccia la sua parte” e che la vita di ciascuno venga in parte impegnata nel tentativo di estinguere un debito che riguarda tutti. 

Abituati a concepire simili preoccupazioni come “normali”, se non addirittura “legittime”, non stupisce che a un certo punto un filosofo – vuoi per noia o per insofferenza verso lo “stato delle cose” – cominci a chiedersi da dove provenga l’obbligo della restituzione, visto e considerato che la condizione stessa del vivente non è mai stata nulla di diverso dall’esperienza di un “avere da altri”. Che cosa è mai dovuto accadere nella storia dell’umanità affinché tale esperienza, che coincide in fondo con il vivere stesso, venisse a un certo punto ricollegata a un debito da estinguere? 

 

Assumendo la radicalità della domanda Gianluca Solla mette a fuoco nel suo ultimo libro Il debito assoluto, l’economia della vita (ETS, 2018) le condizioni tanto storiche quanto teoriche a partire dalle quali è stato possibile convertire il senso profondo di tale “avere da altri” (e dell’esperienza di debito che esso implica) nei termini economico-finanziari dell’indebitamento e dell’obbligo di restituzione. 

Se da una parte il termine debito “proviene dal verbo latino dehibere (dovere), tuttavia a sua volta – ci dice l’autore – tale verbo proviene da de-habere (avere da-)”. È solamente nella misura in cui “ciò che si ha” lo si ha da altri, che è possibile definire uno stato-di-debito inteso come indebitamento e obbligo di restituzione: “una cosa qualsiasi è dichiarata dovuta perché al suo fondo s’inscrive il fatto di occorrere e di discendere da altri. Il dovere in quanto tale sarà allora pensabile unicamente a partire da questo carattere debito che attiene alle cose e di cui il dovere costituisce una riscrittura, in termini prima giuridici e poi morali”.

 

La tesi che appare come in filigrana al lettore è che sia possibile leggere l’intera storia dell’economia e del diritto occidentali come la storia della riscrittura del carattere debito che attiene ai corpi e ai beni materiali che circolano nelle nostre società. Riscrivere significa qui, da una parte, trasformare il caratteristico “provenire da altre” di ciascuna vita in uno “stato-di-debito”; dall’altra, invece, fissarne il valore in termini oggettivi. Detto in altri termini: ciò che è originariamente dovuto in ciascuna vita (il suo costitutivo provenire da altre vite) diventa il presupposto dell’indebitamento e dell’obbligo di restituzione ogni qual volta si attribuisce a questo stesso “dovuto” un valore.

 

L’elezione del denaro a criterio di valutazione universale rappresenta una delle operazioni di riscrittura del debito più importanti che la cultura occidentale abbia mai prodotto. Con esso non solamente “ciò che si riceve da altri” assume un valore ben preciso (definendo correlativamente l’entità dell’indebitamento e della restituzione), ma l’istituzione stessa del valore riceve ora un nuovo aspetto. Se nei vecchi sistemi di valutazione il valore di una cosa era in qualche modo dedotto a partire da un’altra cosa presunta simile o identica (come nel caso del “baratto” nell’ambito degli scambi commerciali o della “legge del taglione” nei casi di risarcimento), con l’introduzione del denaro lo stesso valore si definisce invece sulla base di un criterio universale, oggettivo, che funziona parallelamente – attraverso la moneta – come sostituto simbolico di ciò che dev’essere dato in cambio (valore economico) o di ciò che dev’essere dato in risarcimento di un danno subìto (valore giuridico). 

 

Con questa rivoluzione interna al sistema del valore la cultura occidentale ha potuto dar forma a tutta una serie di dispositivi di regolamentazione della vita in società (economici, giuridici, politici), tutti fondati sul carattere al tempo stesso universalistico, simbolico e riparativo del denaro. 

Fra questi: l’istituzione da parte del diritto germanico del Wergeld, con la quale si stabiliva la possibilità di sanare il debito contratto dall’uccisione di un uomo attraverso il pagamento della somma di denaro corrispondente al sesso o alla classe di appartenenza di quest’ultimo, oppure quella del fisco, che permette ancora oggi ai cittadini di uno Stato di garantirsi determinate condizioni di vita (assistenza medica, istruzione scolastica, sicurezza sociale etc.) attraverso il pagamento di una somma di denaro stabilita in anticipo (imposta, tassa, contributo etc.).

Questi come altri “dispositivi del denaro” hanno contribuito in larga misura a produrre e a diffondere il pregiudizio securitario per cui basta quantificare il valore delle cose e delle vite per colmarne o prevenirne l’eventuale perdita/mancanza (basta pagare una somma stabilita in anticipo per colmare il vuoto lasciato dalla perdita di un familiare o quello generato dalla mancanza di istruzione, salute, sicurezza sociale etc.). 

 

 

Tuttavia, “a essere eventualmente rimborsato secondo le tabelle in vigore – afferma Solla parlando del meccanismo che sta alla base del Wergeld – è il prezzo astratto che la legge ha fissato in anticipo”. Ciò che ritorna al danneggiato, in altri termini, non è che la somma corrispondente (sostituto simbolico) al valore tanto universale quanto arbitrario che è stato attribuito in anticipo a ciò che si sarebbe potuto perdere, e non la cosa o la vita effettivamente perduta.

Se è proprio attraverso una simile valutazione fatta a monte che diventa possibile una messa in scena del rimborso e della riparazione, la cancellazione simultanea di debito e singolarità che la riparazione del primo, o l’universalizzazione della seconda, in qualche modo comporta, diventa per Solla la cifra di un rapporto di implicazione reciproca non del tutto intelligibile agli occhi della ragione monetaria: “è di questo rapporto che sussiste tra debito e singolarità che il Wergeld testimonia nella misura in cui prevede l’annullamento di entrambi […] là dove la singolarità sarà apparsa nella figura di una vita colpita a morte o ferita, essa sembra intrattenere con il concetto di debito un rapporto costitutivo, di cui iniziamo solo ora a intravedere i confini. Là dove saranno apparsi insieme, nella loro comune coappartenenza, debito e singolarità avranno in ogni caso indicato l’avvento di un eccesso, di un disavanzo, incolmabile nel registro contabile della moneta”.

 

Considerato a partire da questa comunanza, lo statuto del debito cambia necessariamente di segno: da riparabile a irreparabile, dal momento che è debito di ciò che rimane irriducibile a qualsiasi misura singolare. 

Non potendo seguire alcuna restituzione a un simile debito, di esso non rimane che il promemoria che ricollega ciascuna vita a ciò che di essa vi è di irreparabile, inappropriabile, irriducibile al calcolo, trasformando conseguentemente l’obbligo della restituzione nel vincolo che lega ciascuna vita alla singolarità unica e irripetibile del proprio vivere.

Questa inversione operata internamente al paradigma del debito apre alle questioni di portata che fanno in qualche modo da sfondo all’analisi condotta nei confronti dei vari dispositivi del denaro (o del debito) menzionati nel libro. Fra queste: come intendere – al di là della concezione economico-finanziaria – un debito che è debito di nulla, un debito che si potrebbe definire, in tal senso, assoluto? Quali sono i modi con cui una vita può accedervi e farne esperienza? Perché è necessario che per una vita questo accesso e questa esperienza abbiano luogo? 

 

Il tentativo di Solla è quello di ricavare innanzitutto un’immagine emblematica del debito assoluto partendo dallo studio sul concetto di obligatio romana condotto dal giurista svedese Axel Hägerström. In una visione complessiva del diritto come “mistica forza immanente alla vita”, la concezione romana dell’obbligo a cui la condizione dell’indebitamento del civis richiama non ha nulla a che vedere – afferma il giurista svedese – con la restituzione di un oggetto o di un valore, bensì con la necessità di attenersi in primo luogo ai patti, di prestare fede alla parola data: “il vero nodo della questione non è mai tanto il denaro, quanto quella cosa intangibile e decisiva che va sotto il nome di fides […] essa segnala ciò che trapassa i soggetti di una situazione, verso quell’intreccio tra vite che ha luogo anche quando non se ne sappia nulla”. Obligatio e fides rinviano a una dimensione del sé del tutto inscindibile dall’evento singolare di un incontro con gli altri, di un declinarsi inconscio e incessante di “ciò che proviene da altri” nella vita stessa di ciascuno.

 

Luogo che è tale solamente in quanto ha luogo in questo stesso evento inconscio e senza fine: “il debito assoluto è legato a come il mondo si costituisce per ciascuno, a partire da questa provenienza da altri, a cui dobbiamo la vita e le parole e le immagini che si inscrivono nel vivente nella stessa misura in cui il vivente inscrive la sua vita in loro. Anche il reale del vivente e delle sue forme scaturisce da tale debito contratto con il reale della vita. Debito infinito nel senso di interminabile, esso non smette di obbligarci alla singolarità che ora siamo”. L’accesso al non-luogo del debito assoluto presuppone niente di più e niente di meno che la capacità di lasciarsi attraversare dal suo stesso aver luogo, sviluppando un ascolto che sia in grado di coglierne al meglio i modi di espressione. La pratica psicoanalitica intesa come “clinica dell’immanenza” è chiamata in tal senso ad aprire per ciascuna vita una via d’accesso a ciò che in essa vi è di singolare, “a un investimento che non è del soggetto, ma che permette che il soggetto – o qualcosa della soggettività – possa costituirsi come tale”.

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