Xavier Dolan. Tom à la ferme

«Perdre quelqu’un subitement, c’est un fil qui se casse. Ce lien qui nous retenait à l’autre, à celui qui n’est plus là.» (“Perdere qualcuno all’improvviso, è un filo che si rompe. È il legame che ci univa all’altro, a chi non c’è più”. M. M. Bouchard, Tom à la ferme, Montreuil, Éditions théâtrales, 2012) Con queste parole il drammaturgo canadese Michel Marc Bouchard introduce la sua pièce « Tom à la ferme », opera pluripremiata e rappresentata nei teatri di tutto il mondo. Queste parole sono anche quelle che meglio descrivono l’adattamento cinematografico di Xavier Dolan (2012), quelle che ne conservano in nuce il senso e il punto di partenza: è la storia di un filo rotto che il giovane regista québécois (1989) mette in scena.

 

 

Tom, pubblicitario (“sono l’esperto dei sinonimi nel posto dove lavoro”) venticinquenne di Montreal perde il compagno Guillaume in un incidente e si reca al suo funerale in campagna. È qui che ne incontra per la prima volta la famiglia – la madre Agathe e il fratello Francis – e che scopre che Agathe non solo non sa chi è, ma neanche sembra essere al corrente dell’omosessualità del figlio. Nella pièce, la narrazione del dolore è affidata ai dialoghi di Tom con il fidanzato perduto – dialoghi/monologhi, a metà tra la voce interiore del protagonista e la sua voce vera e propria: Tom parla spesso da solo, lasciandosi sfuggire letteralmente quello che sente, provocando reazioni ora ilari ora drammatiche negli altri personaggi – ; nel film invece è tradotta nei silenzi del protagonista Xavier Dolan/Tom, biondo e dall’allure volutamente aliena nel contesto rustico in cui si svolge la vicenda. Tom non dice niente, o quasi: all’inizio perché costretto da Francis, che con la violenza lo induce a non rivelare nulla alla madre, a non parlare della sua relazione. In chiesa, Tom non riesce a pronunciare le sue ultime parole per Guillaume, scritte di getto su un tovagliolo con un pennarello nella prima scena del film (“Aujourd’hui c’est une partie de moi qui meurt et puis j’arrive pas à pleurer. Je connais pas tous les synonymes de la tristesse. Vide, solitude, colère, colère, encore colère!”/“Oggi è una parte di me che muore e poi non riesco a piangere. Non conosco tutti i sinonimi della tristezza. Vuoto, solitudine, rabbia, rabbia e ancora rabbia!”). Tom perde la voce e non conosce i sinonimi della sofferenza; è un filo rotto e in qualche modo, la menzogna e l’intimidazione – e poi anche i pugni, le botte – del violento Francis gli rendono servizio.

 

Nelle scene successive assistiamo agli scambi con Agathe (Lise Roy), che crede all’amicizia di Tom e Guillaume, e ne è intenerita. Il dolore di Agathe e Tom è muto e istupidito, cieco e sordo; i loro scambi, tutti sul piano della menzogna – pestato da Francis, Tom arriva fino a sostenere l’esistenza di una fantomatica fidanzata del defunto – sembrano però avvicinarli e puntare nella direzione dell’affetto. Tom/Dolan, magrissimo e delicato, livido e pesto dopo il trattamento di Francis (Pierre-Yves Cardinal), imponente e muscoloso, si attacca presto al suo nuovo personaggio e alla sua nuova famiglia e questo, nonostante si tratti di quella che non sarebbe sbagliato definire una famiglia disfunzionale. La violenza sostituisce i dialoghi ed è inizialmente scambiata da Tom per “autenticità” (“qui è tutto autentico, è tutto reale”, dice Tom alla pseudo-fidanzata del defunto, interpretata dalla collega di Montréal Sarah/Eveline Brochu), e vissuta come sollievo momentaneo del suo dolore. È la narrazione di questo silenzio e della maniera in cui Tom vive il suo dolore – quasi la narrazione di una follia – che Dolan racconta.

 

 

Se nella pièce di Bouchard il tema della menzogna colloca la vicenda nei registri della tragedia, Dolan mette in scena la disperazione del protagonista togliendogli la voce: la sua pena è semmai affidata alla musica – scelta ultima del regista, che afferma di aver pensato inizialmente di girare il film senza colonna sonora. Nella prima scena del film, vediamo Tom cantare “Les moulins de mon coeur” di M. Légrand (senza sentirlo: è la versione a cappella della cantautrice canadese Kathleen Fortin ad accompagnare le immagini), e poi urlare e piangere, ma quasi senza sentirlo (si distingue bene però una pioggia di “fuck”, mentre prende a pugni lo sportello della sua auto). Nella scena del funerale, non potendo pronunciare il suo discorso per Guillaume, fa ascoltare una canzone che li legava (“Pleurs dans la pluie”, di Mario Pelchat). Il ritmo da pianobar e la leggerezza del pezzo musicale irrompono nella chiesa come la voce della verità assente: Guillaume e Tom stavano insieme e si amavano. Il silenzio di Tom, differentemente dal pezzo teatrale, non coincide però esattamente con la menzogna, che è uno dei temi centrali della pièce di Bouchard: coincide piuttosto con la sua sofferenza e con la perdita, in qualche modo, di ogni punto di riferimento.

 

 

Inaspettatamente il pubblico ride, e parecchio anche; perché il film di Dolan, pur dolente, è tutto fuorché funereo. C’è subito un’aria di famiglia tra i tre personaggi principali, pur così diversi, come anche è subitanea l’attrazione tra i due personaggi maschili. La rappresentazione del dolore sembra assumere i tratti della follia, è vero. Ma chi è il folle? L’omofobia e l’omosessualità repressa di Francis diventano un motivo grottesco ed estraniante, così come lo è la scena del tango nel fienile sulle note di Gotan Project: scena tanto più assurda non per l’ambientazione quanto per il fatto che, in quella precedente, Francis ha rotto un labbro a Tom. C’è così chi ride, per cercare un poco di sollievo di fronte alla sottomissione silenziosa di Tom alla violenza di Francis.

 

Il silenzio è la novità, rispetto alle narrazioni precedenti di Dolan, solitamente animate e spesso anche tenute insieme dalla colonna sonora: in Laurence anyways (2011), ad esempio, l’antologia pop che accompagna la pellicola racconta non solo il passaggio da un’epoca all’altra, dagli anni ’80 agli anni ’90, ma anche quello dei diversi stadi della vita di Laurence. Il linguaggio musicale e il silenzio sono dunque le caratteristiche di “Tom à la ferme”, quelle che più distinguono il film dalla pièce: il Tom di Dolan è muto e compie un percorso che si svolge in silenzio, fino al finale – più o meno imprevedibile, comunque mitigato rispetto al climax feroce descritta da Bouchard. Un’altra differenza, rispetto alla pièce, è data da Tom stesso: nel Tom di Dolan è più facile identificarsi, perché il suo percorso è lo stesso dello spettatore: il protagonista scopre gradualmente fino a dove si possono spingere l’omofobia e la violenza di Francis, e quando la scopre, la rinnega e ne prende, alla lettera, le distanze.

 

 

Quello raccontato da Dolan, è un incubo da cui ci si sveglia – un sogno cupo ed angosciante, dove la natura non offre alcun conforto ma, anzi, una corsa nei campi è più pericolosa “di un campo di coltelli”. E tuttavia, c’è una sotterranea gioia di vivere che percorre il film – negli occhi di Tom/Dolan, attraverso lo sguardo del regista/attore, venticinquenne come il protagonista della pièce di Bouchard, c’è la tensione di andare avanti, di superare il lutto e la perdita, in qualsiasi modo.

 

(“Tom à la ferme/Tom at the farm” di Xavier Dolan non ha ancora un distributore italiano. In Italia ha ricevuto il premio FIPRESCI alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia: è da auspicare che questo ne favorisca la distribuzione e contribuisca a portare per la prima volta Dolan, già alla quarta prova da regista, nelle sale cinematografiche italiane.)

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO