Post verità, discorso pubblico e performance privata

Il 21 gennaio 2017 il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha mentito in conferenza stampa sulla modesta affluenza alla cerimonia inaugurale del neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump in spregio al principio di non contraddizione: “Nessuno ha i numeri, ma non si era mai registrata una partecipazione così numerosa a una inaugurazione, punto e a capo.” Il giorno seguente Kellyanne Conway, consigliere del presidente, sollecitata dal giornalista Chuck Todd a dare ragione della falsità durante il programma televisivo Meet the Press in onda su NBC, risponde che Spicer ha fornito “fatti alternativi”. Viviamo in un’epoca di menzogna istituzionale, come è proprio dei regimi dispotici?

Potrebbe essere, dal momento che i fatti sembrano venire resi di pubblico dominio seguendo il criterio della post-verità, secondo il termine che l’Oxford Dictionary ha eletto a parola dell’anno nel 2016: “Essa fa riferimento o denota circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno dirimenti per la formazione dell’opinione pubblica di quanto non lo siano l’emozione e l’opinione personale.” Sul piano politico ciò significherebbe che la verità delle cose esiste, ma la sua conoscenza è impedita o quantomeno intralciata da un discorso ufficiale al contempo partigiano e demagogico. Ne consegue però che, per quanto purtroppo le passioni e gli interessi personali prevalgano, è ragionevole sperare che dimostrando pazientemente come stanno davvero le cose, riusciremo di nuovo ad agire nella realtà del mondo, che sia economica, sociale, culturale. È perciò necessario verificare i fatti. Al “fact checking” si è votata la stampa americana, prima tra tutti la CNN, conducendo una strenua lotta per la sopravvivenza contro l’amministrazione USA che non smette di svilire la funzione di selezione, analisi e verifica che gli organi di informazione svolgono, seppur talvolta parzialmente. 

 

Questa è però una posizione di retroguardia, frutto di una comprensione consolatoria e conservatrice del discorso pubblico attuale, che si basa su una concezione letterale della verità: tutti possiamo conoscerla perché, per definizione, tutti possiamo accedervi. A cosa serve l’istruzione se non a questo? È un’idea nobile e potente che ha permesso agli uomini di emanciparsi dalla prepotenza dell’aruspice, del prete e del signore, e che si rivela tuttavia inadeguata. La sortita del portavoce della “più grande democrazia occidentale” non è un gesto di prevaricazione al contempo infantile e autoritario, e non si tratta di una versione mistificante del potere performativo della parola che John Austin ha indagato nella sua teoria degli atti linguistici, secondo la quale le parole fanno le cose, gli enunciati influenzano operativamente l’ambiente circostante. Ciò che è in gioco non è la realtà dei fatti, né la sua piena comprensione, ma la condivisione di una medesima realtà, proprio quando si sia su posizioni diverse e si abbiano interessi diversi. Non per caso uno dei più lucidi commenti al nuovo corso presidenziale è venuto dal conduttore televisivo Trevor Noah che il 27 gennaio ha dedicato alla vicenda una puntata del suo The Daily Show intitolandola Welcome to President Trump’s Reality. Dopo aver documentato che Trump sceglie volentieri le fonti delle sue informazioni dai programmi televisivi e non dai report che pur gli vengono sottoposti, Noah chiosa: “Adesso noi dobbiamo vivere nella sua folle realtà”.

 

 

In questa sua realtà è inutile cercare di intervenire collettivamente, perché è un posto la cui brutalità è tale da impedire qualsiasi possibile forma di azione concertata. “Il mondo è un casino. Il mondo è un posto arrabbiato,” ci informa il presidente. Il mondo della post-verità è un luogo di fatti ignorati e opinioni dominanti, questo è un mondo di individui spaventati e stati d’animo bellicosi. Ancora Spicer ci fa sapere che “la disoccupazione è uno stato d’animo”. Alcuni commentatori hanno suggerito che la quotidiana e violenta imposizione ai cittadini di bugie plateali nella più totale mancanza di rispetto della loro intelligenza sia una forma di gaslighting. L’espressione viene dal film del 1944 Gaslight in cui un marito assassino per scagionarsi manipola la moglie facendole credere di avere una percezione alterata delle situazioni. Assisteremmo dunque all’uso pubblico e politico di tecniche intimidatorie che vengono di norma esercitate in un ambito della vita privato ed affettivo, ad un abuso psicologico perpetrato dallo stato non contro un individuo bensì contro una comunità. Ciò è perfettamente coerente con la tesi, difesa oggi dal presidente americano e smentita da tempo da dati accertati, che la tortura è efficace. Questo non è nuovo del tutto; la propaganda ha infatti sempre manipolato paure e speranze. Quel che sta accadendo però non è la buona vecchia relativizzazione della verità, ma la privatizzazione della realtà.

 

Homeland, la serie televisiva americana basata sulla cronaca più recente del terrorismo di matrice islamica e sulle strategie della CIA per contrastarlo, lo racconta molto bene: le azioni e le intenzioni altrui diventano leggibili solo grazie alle intuizioni di Carrie Mathison la cui capacità di presentire il futuro dipende dal fatto di essere bipolare, ovvero profondamente scollegata dai comportamenti comuni e condivisi: “Io non sono quella che ha capito male. Io sono l’unica che ha capito giusto.” È grazie a una sindrome dissociativa che la spia riesce a intervenire pragmaticamente in una realtà in cui tutti mentono e che dimostra a sua volta di essere l’espressione incoerente di condotte individuali: le sue azioni non producono ordine, non risolvono problemi; piuttosto contribuiscono a creare micro mondi che seguono un movimento centripeto.

 

Se l’esercizio della parola è sempre individuale, la presa di parola è sempre pubblica e sottoposta a giudizio. Da questa tensione nasce il rischio generoso in cui si decide di incorrere quando si dice la verità, si parla franco. Quello a cui stiamo assistendo è la perversione di questa tensione e la nascita di un regime di verità parallelo a quello di fatti contrapposti a opinioni più o meno accreditate. Il soggetto che parla non è nemmeno ciò che Martin Heidegger aveva definito il “si impersonale”, l’autore acefalo della chiacchiera irresponsabile, per il quale “si crede”, “si dice”. Il principio cui risponde il discorso pubblico attuale è stato descritto al meglio da, ancora una volta, un comico americano nel 2005. All’epoca conduttore del programma The Colbert Report Stephen Colbert ha inventato la parola “truthiness” per qualificare gli pseudo argomenti con cui George Bush jr aveva giustificato la seconda guerra in Iraq mentendo sull’esistenza di armi di distruzione di massa: “Ciò che io dico è giusto, e nulla di ciò che qualcun altro possa dire sarebbe – eventualmente – vero. Non è solo che io sento che è vero, ma che io sento che è vero. Non c’è solo una qualità emotiva; c’è una qualità egoistica.” La conoscenza del mondo mi viene dalle mie viscere. L’attuale regime di verità risiede in questo individualismo emotivo della parola pubblica cui è insensato chiedere di assumersi una qualsivoglia responsabilità, perché i propri stati d’animo sono assolutamente personali e perciò – si crede – insindacabili.

 

Decenni di reality shows – Trump ha partecipato a The Apprentice per quattordici edizioni – e social media – che Trump usa con prodigalità –, hanno senz’altro prodotto una certa permeabilità tra mondo e fiction, tanto che in un famoso saggio del 2009 la storica delle performance artistiche Carrie Lambert-Beatty ha proposto la categoria di para-fiction per spiegarla. Se restiamo in questa prospettiva, tuttavia, ci troviamo ad apporre note a piè di pagina al problema della plausibilità rispetto alla quale già Aristotele ci faceva comprendere che sarà meglio creduto un fatto verosimile seppur falso rispetto a uno vero ma inconcepibile. Quello che si verifica ora è invece che ciascun individuo ritiene di poter produrre affermazioni normative sul mondo, vere non perché sono autentiche ma perché sono pubbliche. Può darsi che la post verità abbia creato realtà su misura, buone per chi ci vuol credere, ma i 140 caratteri di un messaggio puntuale quanto al significato e agitato quanto al senso – “so bad”, “so sad” – suggeriscono un’idea di paese, polis, mondo radicalizzata più che non opinabile. Nella chiacchiera on line si parla urbi et orbi con la sensazione di intervenire nelle questioni pubbliche.

 

Ciò dà l’impressione, potendo dire la propria, di avere – finalmente ? – voce in capitolo. In tal modo si esprimono una varietà di individui eterogenei e inassimilabili in cui ciascun “io” parla a tutti, anche se non per tutti. A questo fenomeno per certi versi allucinatorio viene data frequentemente la qualifica di populismo, restando sul vago quanto a chi sia populista, se il popolo o i governanti. Ed è allora quasi ovvio che l’autore dei tweets presidenziali non sia solo Trump, ma anche Dan Scavino, suo ex caddy sui campi di golf e attuale direttore dei social media alla Casa Bianca – Facebook e Instagram – con accesso all’account @realdonaldtrump. Se chi parla non può assumersi la responsabilità di quel che dice, non importa chi parla, ma che parli. È sovversivo che a questa varietà di individui appartenga un uomo che è il più potente del mondo perché esercita un potere pubblico – per delega, con il voto –, e non viceversa. Non è re per volontà divina, non ha vinto alla lotteria della storia per volontà della sorte.

Durante la campagna elettorale si è suggerito in modo convincente che i suoi sostenitori lo prendessero seriamente ma non letteralmente.

 

Penso ancora sia vero. Il punto però è che il presidente si prende seriamente alla lettera, e con ciò inaugura un tipo di performance politica nella quale l’aspetto affabulatorio che abbiamo conosciuto in Italia conta pochissimo, mentre è decisiva la frantumazione del discorso cui corrisponde la svalutazione dell’idea stessa di norma con cui la civiltà ha imparato a governare fazioni e tribù. Trump declina il mondo alla prima persona singolare e riesce nel massimo dei paradossi: reificarlo soggettivamente. 

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