Roland Schimmelpfennig. In un chiaro, gelido mattino

Il nome è molto difficile da pronunciare. E anche da ricordare. Ma bisogna farlo, questo sforzo, giacché Ronald Schimmelpfennig è sicuramente tra i massimi scrittori contemporanei tedeschi e non solo. Generazione 1967, originario di Göttingen e formatosi a Monaco, Schimmelpfennig è tra i drammaturghi viventi più rappresentati al mondo. La sua più importante messinscena italiana – nonché, che io sappia, l’unica – è del gennaio 2014, al Piccolo Teatro di Milano: Visita al padre, uno spettacolo magnifico con Paola Bigatto, Anna Bonaiuto, Caterina Carpio, Marco Foschi, Mariangela Granelli, Massimo Popolizio, Sara Putignano e Alice Torriani, nella regia profonda e intelligente di Carmelo Rifici. 

 

Visita al padre è rimasto per cinque anni anche pressoché l’unico lavoro reperibile in italiano dell’autore tedesco (pubblicato da Cue Press): un testo nevrotico, quasi spastico, tutto incentrato sul tema della perdita. La trama è molto semplice, con echi archetipici: Heinrich, il Padre, si è autoesiliato in una grande villa, circondato da quella che oggi si definirebbe una famiglia allargata: la moglie, la figlia, la figlia della moglie, la nipote, una congerie di donne tra cui il Padre regna, tra estenuanti sessioni di cucina e una traduzione del Paradiso perduto di Milton a cui lavora da più di dieci anni. Una mattina bussa alla porta un ospite inaspettato: Peter, figlio di Heinrich nato da una dimenticata relazione giovanile, e da lui mai conosciuto. L’arrivo di Peter scatena una incontrollabile reazione di eventi a catena, che porteranno all’espulsione del figlio dal nucleo familiare, sancendo in maniera definitiva la sopraffazione dei padri nei confronti dei figli: ribadendo simbolicamente il diritto dei primi a detenere per sempre il possesso della Casa e l’uso patriarcale delle donne presenti; con l’eccezione della giovane Isabel, che invece fugge via con Peter. I seguenti due capitoli della trilogia seguiranno proprio le vicende tragicomiche di questi due figli. 

 

 

Visita al padre è un testo che come pochi altri affronta il tema della perdita: una perdita irrimediabile, consumatasi nel passaggio tra una generazione e l’altra: l’incapacità di una generazione a comunicare alla successiva qualcosa di fondamentale eppure mai esplicitato, forse proprio perché incomunicabile. Cosa? Un linguaggio, un modo d’intendere la sensualità, un significato, una nozione di ordine, un’identità, una disciplina, una forma. In Visita al padre questo vuoto di passaggio si verifica infatti tutto al livello della comunicazione. Lo si vede non solo nei contenuti ma anche nelle forme, nei modi con cui Schimmelpfennig utilizza le strutture teatrali: decostruendo, procedendo per frammenti e materiali, come nella migliore tradizione post-drammatica contemporanea soprattutto tedesca, ma conservando di quelle strutture scomposte proprio il grosso spessore tradizionale, la grana dura dell’archetipo: i richiami a Ibsen, a Cechov, a Brecht, insomma ai punti cardine del teatro della generazione dei “padri”. Chi siano poi questi padri, Schimmelpfennig sembra segnalarlo con inesorabile chiarezza: sono gli ultimi che hanno avuto contatto con chi ha fatto esperienza della guerra. Non è un dettaglio da poco. La villa di Heinrich è situata in un luogo la cui peculiarità è quella di essere stata teatro di moltissime guerre. Heinrich, il Padre, il Patriarca, non è solo il maschio alfa dominatore di una tribù di donne, ma è anche l’unico in famiglia a saper usare un’arma. Il Padre è, qui, soprattutto colui che è ancora in grado di usare la forza. Il Figlio, che invece non ha forza ma solo una stracca, distratta sensualità, non può far altro che capitolare, scappando via insieme a Isabel, l’altra figlia di Heinrich. 

 

Ora: Schimmelpfennig ha scritto nel 2017 il suo primo romanzo, e l’editore Fazi lo pubblica oggi in un’ottima traduzione di Stefano Jorio. Il libro ha un titolo tortuoso quasi quanto il nome del suo autore: In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo. Un titolo, in realtà, bellissimo, un titolo estremamente narrativo che ricorda quello di una favola. Tipico della favola è anche il suo splendido attacco: «In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo un lupo solitario attraversò poco dopo il sorgere del sole il fiume ghiacciato che separa la Germania dalla Polonia. Il lupo veniva da est. Avanzò sulla superficie ghiacciata dell’Oder, raggiunse l’altra sponda e proseguì verso ovest. Alle spalle del fiume il sole era ancora basso sull’orizzonte». 

 

Il romanzo di Schimmelpfennig è infatti una splendida favola contemporanea. Senza cedere mai alla retorica della parabola, alla tentazione dello sciamanismo messianico, senza mai una caduta o una frizione all’interno di una scrittura apparentemente semplice e scarna, ma in realtà di una puntualità ferrea; una narrazione che guarda all’Europa d’oggi, e fornisce il ritratto di una Berlino paradigmatica e desolata, al di là della propria stessa immagine modaiola e scapestrata: una vera e propria foresta urbana. Nell’imminenza di un lupo che arriva, attraversa e lascia Berlino nel giro di poche settimane, si dipanano le esistenze di diversi personaggi – un ragazzo e una ragazza scappati dalla provincia, un giovane manovale, una vecchia artista, una coppia che gestisce un chiosco di bibite, una donna delle pulizie. Storie di fuga, di solitudine, di dolore, che Schimmelpfennig fa giostrare con una narrazione che non risparmia nulla, eppure estremamente delicata, dotata di una tenerezza simile al pudore. 

 

Il paradigma di questa favola è, ovviamente, il lupo: che nel romanzo appare e scompare, viene avvistato, confermato, smentito e chiacchierato, come un’apparizione teofanica. Che cos’è, ci si chiederebbe – che cosa significa il lupo? E si potrebbe anche rispondere: la metafora del selvaggio, del primario, del ferino – di quel naturale che abbiamo dimenticato e che pure continuiamo a desiderare. O ancora: il mitico, l’archetipico, una spia dal regno del simbolico, di cui continuiamo a percepire il bisogno. Certamente il lupo è tutto questo, e anche molto altro. Il lupo di Schimmelpfennig è infatti soprattutto altro, qualsiasi cosa sia questo altro: l’altro da sé, l’altro dalla propria immagine, l’Altro che Lacan segnala con la maiuscola, che ci sorprende, contraddice, sbalordisce – appare qua e là, come un lampeggiamento. Segnala un ricordo, forse; un ammonimento, forse; una strada, un richiamo. 

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