Gimmie Shelter!

Dopo il pezzo di Roberta Locatelli, prosegue la discussione attorno al libro di Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale.

 


 

«Oh, a storm is threat'ning
My very life today
If I don't get some shelter
Oh yeah, I'm gonna fade away»
Rolling Stones, 1969

 

Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati affronta direttamente la questione decisiva dei nostri anni di cambiamento epocale in relazione alla storia culturale della lettoscrittura e alla sua correlazione con l'educazione e l'insegnamento. Leggibilissimo e narrativo grazie anche a un'agile struttura, mette a fuoco la situazione e apre il dibattito con lucidità e competenza proponendo interessanti innovazioni che tutti gli operatori della cultura dovrebbero prendere in considerazione.

 

L'analisi di uno studioso serio e impegnato è la fase preparatoria di una ricerca pragmatica di alternative al fronteggiarsi degli apocalittici e degli integrati, del «rifiuto luddistico» e dell’«adorazione messianica» delle tecnologie; essa muove dal presupposto che si tratta di negoziare con l’innovazione digitale e sull’educazione a fronte di un paesaggio umano, cognitivo e sociale rapidamente mutevole, che la scuola non pare in grado di cogliere per la rigidità della sua struttura e la scarsità delle risorse e che il resto degli agenti istituzionali mostrano di non aver intenzione reale di disciplinare o cambiare.

 

Procediamo con ordine e vediamo le tesi principali. La lettura di testi in formato digitale e sui supporti diversi dal libro, la grande novità degli ultimi anni, viene presentata come un furto: «Non si sono aperti nuovi orizzonti per la lettura dei testi in un nuovo formato; questa lettura è stata invece rubata». L'idea chiave è che iPad e realtà analoghe siano ecosistemi nuovi che iniziano ad avere successo, perché tra le altre cose, possono supportare anche lettura: l’ebook appare dunque non come una trasformazione del libro ma una sua estenuazione tra le tante metamorfosi dei formati comunicativi, in un contesto concorrenziale rispetto all'economia dell'attenzione. Un contesto dunque sfavorevole in particolar modo per la lettura e la scrittura saggistica, nel momento in cui l'attenzione è continuamente sollecitata altrove, e disincentivante per una pratica che richiede educazione e rigorosa autodisciplina.

 

Da studioso di scienze cognitive particolarmente attivo nel mondo digitale e non sospetto di passatismo ideologico, Casati ci dice che, a partire dai dati presenti, il libro di carta presenta grandi vantaggi di natura cognitiva: linearità per agevolare la comprensione, spazio visivo stabile 'frontoparallelo', isolamento rispetto alla competizione per l'attenzione, stoccaggio di informazioni che agevola la memoria (le pagine sull'ecologia quotidiana della propria libreria sono da antologia).


 

Il successo clamoroso dell'iPad, dei tablet e della multimedialità va ascritto dunque a tutto il resto, piuttosto che non alla facilità di lettura; ovvero alla possibilità di comunicare, connettersi con altri, ricevere informazioni, giocare, fruire e condividere musica e video e altro, caratteristiche che ne fanno oggetti meravigliosi per il tempo libero e di grande ausilio anche per la didattica e la ricerca, ma che possono diventare cognitivamente controproducenti se vengono intesi come lo strumento unico di lettura e come panacea per l'educazione del Terzo millennio. La competizione del testo cartaceo con le altre realtà compresenti non può che vedere in prospettiva la lettoscrittura risultare nettamente sconfitta.

 

«Per questo l’idea che l’iPad e succedanei siano “il libro del futuro” e se ne auspichi l’introduzione in tutte le scuole va considerata con grandissima cautela: [...] l’iPad è lo spazio meno protetto di tutti, dato che crea una situazione in cui mentre leggi un testo sei a un click di distanza da letteralmente milioni di app e video potenzialmente più interessanti o comunque meno faticosi da visionare, e di messaggi della rete sociale sempre molto urgenti e appetitosi.»

 

Il realismo di Casati è fin generoso: nella mia esperienza di insegnante (sono tecnofilo per i colleghi, tecnoclasta secondo gli amici che fanno altri lavori), oltre alla strisciante guerra quotidiana con cellulari e iPhone, accade che quando si lavora in classe con i portatili (che però non tutti hanno) o in laboratorio di informatica (che però funziona da schifo) sono sicuro che molti studenti stanno facendo altro, che si tratti della pagina Facebook o del video cult del momento. Mi è capitato persino di intercettare una prenotazione di una stanza di un love-motel per festeggiare in allegria un diciottesimo compleanno. È una competenza anche quella, certo; meglio così che in macchina, ok, mi è già stato detto da colleghe. Rimane dunque il problema della vigilanza continua per la distrazione dietro l'angolo.

 

Al contrario incontro nelle classi anche raffinati scrittori e blogger che montano video e musica con estrema precisione, ma se parliamo di pratiche diffuse, statisticamente sui livelli medi i miei dati sono demoralizzanti.

 

In ogni caso: ci sono 31 milioni e mezzo di italiani che non leggono neanche un libro all'anno secondo i i dati dell'Associazione italiana e editori; se bambini e bambine leggono molto, dopo i 14 anni la lettura lascia il posto all'uso di internet.

 

A leggere sono pochi, Casati ci ricorda che il rapporto con i libri e con la lettura è un dato che deriva dalla famiglia: «i bambini e i ragazzi che leggono libri sono soprattutto quelli che crescono in un ambiente ricco di libri e i cui genitori (in particolare le madri) leggono». Poi capita che si perdano pure quei lettori in determinati contesti, più raro il contrario.

 

Anche qui l'esperienza mi dice che i migliori allievi per motivazione, risultati e competenze acquisite – che sono poi veramente capaci di produrre un paper, una ricerca e la esecranda 'tesina' – sono buoni lettori. In classe hanno il buon gusto di non usare il cellulare e di non cercare di ascoltare Fabri Fibra o Truce Baldazzi dai portatili, ovvero sono 'educati' a un clima di lavoro comune e non sentono il bisogno di disperdersi altrove. Casati sintetizza poi un dato elementare, ipocritamente ignorato dal senso comune in un paese profondamente classista e in cui non esiste più mobilità sociale:

 

«i risultati scolastici sono correlati con il censo o con il grado di istruzione dei genitori (grado di istruzione che spesso dipende a sua volta dal censo); chi riesce bene a scuola è chi proviene da un ambiente socioculturale elevato, e sono queste persone che hanno peraltro più disponibilità di computer e accesso a internet. La disponibilità di protesi digitali è una spia della condizione sociale e non una ragione del successo scolastico».

 

È un dato elementare, come quello di uno studio Ocse che afferma chiaramente che la multimedialità ha effetti positivi sul rendimento scolastico solo con soggetti che abbiano buona padronanza della lingua veicolare e delle competenze matematiche di base. Altrimenti peggiora la situazione.

 

 

Il che spiega perché molti «nativi digitali» siano in realtà spesso incapaci di compiere ricerche anche minime di fonte a una mole di dati che già i motori di ricerca hanno filtrato per l'utente e che l'incapacità critica fa sembrare tutti uguali e di pari significatività. Tra i meriti del libro c'è proprio la critica della nozione di «nativo digitale» e di «mutazione antropologica», che hanno avuto una certa fortuna nella pubblicistica e tra il largo pubblico. A partire dai (pochi) studi sull'argomento bisogna concludere che «non abbiamo alcuna ragione di pensare che esista un’intelligenza digitale specifica»; anzi le competenze specifiche dei nativi digitali si ridurrebbero ad abilità cognitive binarie come l'utilizzazione di alternative in spazio digitale o il tracciare percorsi in paesaggi virtuali. Siamo di fronte alla iper-sopravvalutazione di alcune pratiche minime che hanno a che fare con l'intelligenza, ma fino a che punto con l'educazione e la cultura? Per stare dietro a questo 'nuovo' paradigma cognitivo – qui torno all'esperienza – ho fatto alcuni corsi in cui mi veniva spiegato che per fare storia e filosofia con la Lim dovevo inventare «qualcosa di carino» per i ragazzi, basato sui modelli di videogiochi e in ambiente grafico che definire sciatto è davvero generoso.

 

Anche l'altro fattore della presunta diversità di intelligenza degli studenti, il multitasking, viene demitizzato. È falso che l’«attenzione cosciente» possa essere rivolta simultaneamente a più attività che richiedono attivazione di ordine superiore e semantico: quello che avviene in ambiente digitale è più sovente un «task switching», simile allo zapping per la fruizione televisiva o al surfing di sito in sito, in cui si può eccellere senza che la propria dotazione cognitiva e il successo scolastico abbiano alcun beneficio. Quando chiedo ai miei studenti di descrivere le condizioni e i tempi di studio ricevo descrizioni desolanti di tempi continuamente frammentati tra cellulari, computer acceso e fisso su Facebook, televisori (anche due per stanza, minimo uno). Studiare per molti significa leggere il manuale in queste condizioni. Quando poi si parla con i genitori si scopre che anche i momenti del pasto e le altre attività comuni sono sempre fatte con l'occhio allo smart phone; le serate in famiglia mi vengono descritte come vicende di televisori, telefonate e rispettive pagine Facebook. Un ragazzo dai risultati eccellenti mi dice di aver installato un programma per studiare con il computer che blocca tutte le altre applicazioni potenzialmente distraenti, in una versione aggiornata della mitologica sedia su cui Alfieri si faceva legare.

 

Ho un amico musicista professionista che ha aperto una scuola di rock, con l'obiettivo di educare al sapere chitarristico acustico ed elettrico del Novecento adolescenti vittime del metal più trifido o del corporate-punk. Benché più cool di me e con studenti più motivati mi parla degli stessi problemi: «Capisci? Siamo in una sala con almeno ventimila euro di strumentazione, stai suonando con una band una Les Paul su un Marshall valvolare testa e cassa e cosa fai? Guardi l'iPhone! Bisognerebbe chiedere i danni all'Apple per aver bruciato il cervello di una o due generazioni!».

 

Ma torniamo al libro: «Gli studenti devono poter lavorare senza distrazioni e l’insegnante ha bisogno dell’attenzione degli studenti per capire se sta facendo bene», sintetizza Casati perorando la necessità della scuola come spazio protetto, in cui sia protetto lo spazio dell'attenzione e della costruzione delle pratiche cognitive, attraverso contenuti anche difficili ma di cui si abbiano le condizioni di accesso. Tutto questo implica che il compito istituzionale della scuola sia di presidiare lo spazio e il tempo della lettura, per tutto quello che da essa deriva.

 

Casati distingue nettamente l'accesso all’informazione, rispetto al quale il digitale è una risorsa eccezionale e potentissima, e l’accesso alla conoscenza, processo più complesso che implica attività quali studio, sperimentazione, dimostrazione, esercizio, padroneggiamento, che nelle retoriche del sapere digitale scompaiono o non si capisce come possano essere sviluppate, in assenza di fatica, lavoro, travaglio e anzi nella presentazione di uno scenario idilliaco e ludico di autoedificazione. Se escludiamo gli studenti che copiano dalla rete le risposte a domande dei compiti in classe o che consegnano relazioni e tesine facendo copia-e-incolla e stampando voci di wikipedia (pochi ma esistono), sempre più vedo che i miei studenti meno brillanti (e che non crescono dal punto di vista cognitivo) si limitano a imparare male e in fretta riassunti del manuale o dei miei appunti fotocopiati. I riassunti o gli appunti sono stati fatti da compagni, più spesso compagne, che attraverso l'esercizio sono diventati i più bravi e le più brave. Probabilmente perché avevano già potenzialmente una disposizione al lavoro che l'interesse e il risultato positivo accrescono in una reciproca alimentazione positiva.

 

«Se non esiste un dato sulla “mutazione antropologica”, il problema che la scuola deve affrontare non è quello di adattarsi a fantomatici nuovi tipi di intelligenza, ma di fare in modo che l’intelligenza e la cultura possano sbocciare e svilupparsi in un contesto in cui la dispersione rende difficile questa missione». La scuola deve dunque, oltre a supportare queste situazioni, il più possibile agevolare quelle problematiche e ad ogni livello deve porre come prioritaria l'educazione all'uso critico dei media a partire dalla propria specificità se si vuole antistorica, che vuol dire saper scrivere a mano, usare una lavagna di ardesia, un quaderno, un manuale, un libro, un atlante; insieme ai corrispettivi digitali.

 

E laddove l'ecosistema digitale tende a essere fagocitato dalla logiche neoliberali del mercato, la scuola dovrebbe essere in grado di opporre una garbata resistenza e anche un certo stridore a favore del non utile e del non economico, della bellezza e della meraviglia, che sono poi le cose che ci piacciono nei mondi digitali che apprezziamo venendo da quelli precedenti e che molti studenti non conosceranno mai e che rifuggono perché uncool o 'da vecchi'.

 

 

Per fare questo però struttura curriculare e spazi scolastici dovrebbero essere radicalmente ripensati. Le proposte educative di Contro il colonialismo, da affiancare alla didattica tradizionale, sono in parte già esistenti ma minoritarie e sperimentali e difficilmente verranno prese in considerazione dall'istituzione scolastica perché vanno inserite in orario curriculare e prevedono tempi lunghi; suggerite da chi vive in Francia, purtroppo sottovalutano la resistenza al cambiamento che la nostra scuola a tutti i livelli oppone ostinatamente. L'idea base è di rifunzionalizzare le tecnologie rispetto alla finalità per cui sono state pensate, «usandole in modo diverso da quello immaginato dai loro progettisti e produttori, liberandole quindi dalla sciatteria progettuale, ed evitando al tempo stesso di soccombere a interessi economici poco trasparenti».

 

Casati propone un «microtutorato verticale» per cui studenti di scuole superiori potrebbero seguire via chat/sms attività di studenti più piccoli in alcuni orari prestabiliti; un «mese della lettura» in cui si legge, semplicemente insieme e poi ognuno presenta un report del proprio lavoro; blog di classe per assistere l’insegnamento; l’invito a non usare Wikipedia ma a scrivere voci di Wikipedia; biblioteche scolastiche «ricche e libere, aperte ai genitori», che siano spazi di lavoro personalizzati. Ma qui sento già le risate dei colleghi e immagino il mugugno dei refrattari, il ghigno dei cinici, l'isteria dei tradizionalisti, lo slancio dissipatorio degli utopisti radicali.

 

Grazie dunque a Casati per il libro che vorrei regalare a tutti i colleghi, comunque. In un poderoso libro di filosofia che non ho mai completamente digerito, La linea e il circolo di Enzo Melandri, (1968, ristampa 2004), ritrovo i due mantra che mi hanno accompagnato mentre con la mente offuscata dalla febbre e dagli antidolorifici leggevo in pdf questo libro, facendo più fatica di quella che avrei fatto leggendolo su carta e poi digitavo i caratteri sulla tastiera di un portatile, alleggerito nella scrittura dal riposo e dai farmaci. Parlano ancora di noi e di tutto quello che sta sotto ogni strumento umano di conoscenza.

 

Uno: «è impossibile superare in ingegno coloro che, in epoca preistorica, hanno scoperto come addomesticare gli animali, selezionare le graminacee e fondere i metalli in leghe. In queste tre attività ci sono già tutti gli schemi di ragionamento utili per arrivare fino a noi».

 

Due: «ho una cassetta di schede, uno schedario per ritrovarle e una memoria che funge da schedario trascendentale». Le mie schede digitali hanno ormai superato o duplicato le cartacee, lo schedario trascendentale rimane identico.

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