Un italiano a Seul

Linguaggi, narrazioni e dinamiche interculturali

Oppa Gangnam style

 

Si chiama “mitopoiesi”, esiste da millenni come forma di affermazione dell’identità di culture e società: il modo migliore per contrastare un modello culturale egemone, una narrazione dominante, è con una storia che proponga un modello differente, ma soprattutto che sia una storia ancora più efficace del modello esistente (cfr. Furio Jesi). Se però le storie sono generate all’interno della medesima società, c’è il rischio che tutto rimanga bloccato in una dinamica fra cultura dominante, culture alternative e culture di opposizione (cfr. Raymond Williams). Il cambiamento è quindi solo illusorio, una apparente libertà che consente all’ideologia dominante di reprimere le idee veramente rivoluzionarie che potrebbero sovvertirne l’egemonia. Cosa c’entra questo con la Corea? C’entra soprattutto con l’ampia diffusione che il K-pop sta avendo in gran parte del mondo. C’entra perché, forse per la prima volta nella storia della civiltà occidentale, un movimento culturale asiatico (Hallyu, l’onda coreana) sta avendo una forte influenza su una generazione di adolescenti. Il fatto che il K-pop sia un fenomeno originatosi in una società altra lo rende potenzialmente destabilizzante per i modelli culturali dominanti in Occidente, perché è difficilmente riconducibile a una dialettica esistente all’interno della nostra società. Le società orientali sono spesso definite collettiviste e conformiste, aspetti che sono riflessi anche nel K-pop: i BTS, che sono in sette, gli EXO, che erano originariamente dodici, e in generale tutti i ragazzi delle boy band orientali si vestono, pettinano e truccano con uno stile molto simile fra di loro, conformandosi a uno standard di bellezza a volte chiamato soft masculinity.

 

È proprio questo modello maschile diverso da quelli più diffusi in Occidente che può avere un effetto di contronarrazione. Provenendo dall’esterno, la soft masculinity del K-pop ha il potenziale di creare cambiamenti non facilmente assimilabili dai modelli culturali esistenti, o perlomeno governabili, nella società occidentale. Non un’estetica maschile legata alla forza fisica, bensì un’immagine di uomo con un volto fanciullesco, un fisico esile e un aspetto esteriore curato grazie all’uso di cosmetici e trattamenti di bellezza di cui è comune parlare in pubblico. Che impatto può avere la diffusione di un simile modello di mascolinità in un Europa? Soprattutto in un’Europa con una crescente diffusione di ideologie di destra, tradizionalmente legate a esibizioni di violenta forza maschile e omofobia? In Corea entrambi gli aspetti convivono, creando un conflitto paradossale fra questo tipo di immagine maschile e la disparità di genere nella società coreana, estremamente patriarcale e conservatrice. Ne è un esempio lampante il recente scandalo che ha come protagonista proprio un famosissimo cantante, Seungri, membro della boy band Big Bang. Nonostante la sua immagine pubblica si conformi ai tratti della soft masculinity, Seungri era al vertice di una rete di sfruttamento, abuso e mercificazione di ragazze che frequentavano discoteche della capitale coreana. Non serve scomodare Erving Goffman e Judith Butler e teorizzare come l’identità maschile diffusa nel K-pop sia una performance, invece è forse più interessante considerare come questa immagine maschile venga recepita dai milioni di fan in tutto il mondo.

 

 

È una domanda che si sono fatti alcuni ricercatori che studiano l’influenza della cultura coreana nel Sud-Est asiatico e la risposta può essere estremamente rilevante anche per l’Europa: nonostante questo coinvolgimento rappresenti una forma di resistenza al controllo da parte dello Stato in un contesto sempre più autoritario, questo tipo di fandom non necessariamente mette in questione le gerarchie patriarcali esistenti nelle relazioni fra generi in Malesia (Ainslie, M. J., Korean Soft Masculinity vs. Malay hegemony: Malaysian masculinity and Hallyu fandom). Inoltre, la maggior parte delle adolescenti indonesiane intervistate è consapevole che nel business dell’entertainment l’identità di genere possa essere modificata e presentata come parte di una strategia di marketing e come performance (Ayuningtyas, Paramita, Indonesian Fan Girls’ Perception towards Soft Masculinity as Represented By K-pop Male Idols). Accanto a questi esempi, per interrogarsi su possibili dinamiche occidentali legate alla diffusione della hallyu bisogna anche tenere presente che le società sono sistemi autopoietici che si auto-regolano, cioè sistemi le cui dinamiche non sono decidibili e prevedibili in modo centralizzato (cfr. Gregory Bateson e Niklas Luhmann). La creazione, l’esistenza e il cambiamento dei sistemi sociali sono dati dalla moltitudine di interazioni degli individui che li compongono e dai flussi e mutamenti delle idee e storie esistenti all’interno del sistema. Le dinamiche esistenti in Corea, Malesia e Indonesia fra soft masculinity e parità di genere, quindi, non saranno le stesse che avverranno nelle società occidentali, in cui sono in corso da molti più anni processi di emancipazione femminile e di presa di coscienza maschile delle ineguaglianze fra generi. Sarà interessante vedere cosa avverrà nei prossimi anni in Europa, ma anche in Nord America.

 

Tutto un altro discorso andrebbe fatto per l’assimilazione di alcuni aspetti della cultura occidentale in quella coreana e per l’importanza che le artiste donne del K-pop hanno per le ragazze coreane, come modelli di emancipazione dalle gerarchie neo-confuciane di età e genere che dominano la cultura coreana. Ma in questi casi la questione mi sembra estremamente più complessa. Forse ne accennerò in una prossima cartolina.

Tre membri della boy band coreana BTS (Jungkook, J-Hope e Jimin)

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