Gregory Bateson: festa e maschere

14 Febbraio 2023

Si fa presto a dire Carnevale. Coriandoli, mascherine, processioni ironiche, casino in piazza. Qualche momento di euforica spensieratezza, un paio di giorni di vacanza – quando va bene – per i ragazzi svogliati, e poi tutti giù col periodo quaresimale, aspettando la santa pasqua o, laicamente, la primavera. Sono giorni detti grassi, strabordanti di lardo e altra roba indigeribile, si sa; ma non è più quello il problema, come non lo è quello dei giorni detti magri, dato il prezzo del pesce al mercato. Riequilibriamo. E troviamo la giusta distanza. 

Da principio furono Bachtin e Camporesi, che hanno ripensato i rituali carnevaleschi all’interno del più vasto fenomeno antropologico del mondo alla rovescia, topos dell’immaginario collettivo dove i rispettivi ruoli sociali – ricco e povero, padrone e servo, padre e figlio, uomo e animale, sacerdote e fedele etc. – vengono sistematicamente invertiti, di modo che, per esempio, l’uomo tira il carretto e l’asino ci sta su, i pesci volano, le persone camminano coi piedi in alto, il cavaliere serve lo scudiero e così via. Questo rovesciamento è però temporaneo, come appunto nel Carnevale, dove il prendersi beffe del potente e della sua spocchia (ché di questo in fondo si tratta) è possibile soltanto entro una cornice rituale condivisa ma passeggera. Poi tutto riprende come prima, e più forte di prima. Confermando di fatto ciò su cui si scherzava. Così, in molti carri allegorici che turisticamente si apprestano in diversi paesi e città italiane, facendo la caricatura di alcuni uomini politici con ruoli apicali, si afferma e riafferma tutto il loro potere, sottolineandolo, legittimandolo per certi versi.

Ma travestimenti, identificazioni, rovesciamenti, caricature, camouflage hanno nelle varie culture umane (e anche animali) significati e valori assai più vasti e complessi. Stanno in rituali rigidamente codificati oppure li rompono, formandone di nuovi: basti pensare all’universo della moda e della musica (per non parlare di cose ben più gravi come le guerre o le attività venatorie), dove il gioco del divenire altro, intensificato a più non posso, genera vertigini infinite. Suscitando peraltro il sospetto, per dirne una, che le fluidità identitarie oggi tanto sbandierate (recitate o meno) non siano che l’effetto di superficie di meccanismi psicologici, sociali, antropologici ben più profondi, regolati e ripensati ogni volta. Come dire che la fluidità, come la fissità, sono sapientemente costruite, mai immediate, e per ragioni volta per volta diverse, dunque discutibili. 

Vale la pena a questo proposito rileggere, o magari leggere per la prima volta, un libro straordinario, complesso e insieme felice come Naven di Gregory Bateson, appena ripubblicato da Raffaello Cortina per la cura e con la prefazione di Gaetano Mangiameli, e un lungo saggio introduttivo di Michael Houseman e Carlo Severi (p. 324, € 28). Si tratta di un testo classico, fondativo per alcuni aspetti, indisciplinato e irriverente per altri, dell’antropologia culturale del Novecento. Tesi di dottorato del giovane Bateson spedito dai suoi maestri di Cambridge (non da poco: Haddon, Radcliffe-Brown, Malinowski…) dall’altro capo del mondo, Naven, pubblicato nel ’36 e riedito con un nuovo epilogo nel ’58, è il tentativo di interpretazione di un curioso rituale degli Iatmul del Medio Sepik, in Nuova Guinea. Dove il tentativo, esplicitamente sofferto, vale – vedremo – forse più degli esiti ermeneutici finali. 

Il Naven, presso gli Iatmul analizzati da Bateson (e da tanti altri dopo di lui), è un momento di festa dove, per celebrare la prima azione ritenuta culturalmente significativa di un giovane adolescente (la cattura di pesci o uccelli ma anche l’uccisione di un nemico), viene messo in opera un travestimento collettivo che tende a ridefinire la comunità, problematizzandone l’ethos di fondo. I ruoli sociali, i toni emotivi degli uomini e delle donne, le relazioni di parentela vengono, potremmo dire, carnevalizzate: rovesciate in modo caricaturale e, così, riaffermate – un po’ come i carri allegorici nostrani. Lo zio materno (wau) del ragazzo (laua) prende i vestiti della sorella, cioè dalla madre di laua, e esibisce platealmente, esageratamente, la propria fittizia femminilità.

Va in giro in cerca di laua; gli offre del cibo e riceve delle conchiglie in cambio; poi esclama dinnanzi al villaggio ‘tu sei mio marito’ e si strofina le natiche contro la gamba del nipote. A volta imita addirittura il parto che ha visto la nascita del ragazzo. Nel frattempo la madre di laua, chiamata da tutti ‘padre’, indossa splendidi vestiti da guerriero e inizia a picchiare selvaggiamente, anche qui platealmente, il figlio di wau. Anche la moglie di quest’ultimo si traveste da uomo e inizia a malmenare il fratello del marito. Come se non bastasse, la sorella di laua, una ragazzina, si traveste da uomo e va in giro per il villaggio. Insomma, i ruoli si invertono, ma in modo eccessivo, esagerato, caricaturale. Gli uomini ostentano dolcezza materna, le donne fierezza maschile, ma è chiaro che stanno recitando una parte, dando a vedere il carattere arbitrario e al tempo stesso necessario dell’ordine costituito. I segni non si nascondono dietro alcuna mimesi, dietro alcuna verosimiglianza, indicando anzi la loro natura semiotica, i loro codici. 

n

Bateson è perplesso. Che significa tutto questo? A che serve? Ha una qualche funzione sociale? Ha un’articolazione interna invariante? Le ipotesi proposte nel corso del lavoro sono parecchie, e nessuna, per l’autore, soddisfacente. Forse, dice, a non andar bene sono le domande. Da allievo di Malinowski e Radcliffe-Brown, padri del cosiddetto funzionalismo antropologico, il giovane dottorando dovrebbe appunto andare in cerca delle ragioni per cui un simile bailamme ha un senso in quella cultura (cacciatori di teste, giusto per saperlo), e dunque, appunto, della funzione sociale del rito. Ma Bateson non è convinto, e dedica una gran parte del suo testo a cercare altre strade, altri metodi di indagine.

Così, a poco a poco, senza dichiararlo mai esplicitamente (si tratta pur sempre di una tesi di dottorato di prossima valutazione accademica), mette in parentesi la quesitone della struttura sociale complessiva (obiettivo ultimo del funzionalismo) scartando tutto il problema classico dell’integrazione dell’individuo nel gruppo. Dal suo punto di vista non si tratta più di capire quanto i modelli culturali pesino sul singolo e quanta libertà il singolo conservi rispetto a essi. Quel che conta, dice analizzando il naven ma proponendo una tesi di ben più larga portata, è semmai l’interazione fra gli individui, i meccanismi comunicativi di botta e risposta, azione e reazione, fra di essi. Nasce così, in sordina, l’idea della cultura come comunicazione che tanta fortuna avrà in seguito, sia nelle ricerche successive di Bateson (psichiatria, cibernetica, etologia etc.: da cui quel capolavoro che è Verso un’ecologia della mente, 1972) ma in generale nelle scienze umane e sociali. 

È nei processi comunicativi che si instaura quella che Bateson chiama ‘schismogenesi’, definita come il “processo di differenziazione delle norme del comportamento individuale risultante da un’interazione cumulativa fra individui”. Progressivamente, nel corso dell’interazione comunicativa, si sommano le reazioni dell’uno alle reazioni dell’altro, e il loro rapporto inevitabilmente cambia, si fondano altri codici, altri ruoli, altri sistemi di potere e di senso. Non ci sono regole a priori da seguire, ma non c’è nemmeno libertà fine a se stessa. C’è relazione reciproca di individui che, in questa stessa interazione, cambiano. Il guerriero per definizione fiero (è il suo ethos) recita il ruolo della madre affettuosa, e viceversa. La violenza maschile rivela tutta la sua debolezza, ma anche la tenerezza femminile viene messa in discussione. Ci si ride su, si dà spettacolo di questa irrisione e, ancor prima di ogni rito di passaggio, laua inizia a far parte integrante della comunità Iatmul, pronto a divenire anch’egli un wau, uno zio materno verso cui i prossimi laua guarderanno con sospettosa devozione filiale.

È in questo contesto che Bateson evidenzia la differenza fra una comunicazione complementare (dove ognuno conserva il proprio ruolo: uomo e donna, zio e nipote, consanguineo  e alleato etc.) e una comunicazione simmetrica (dove entrambi rivendicano un identico ruolo: due guerrieri fieri, due madri dolcissime, due fratelli…) che tanto spazio avrà, sbarcato a Paolo Alto, California, nei suoi lavori sulle patologie psichiatriche, e che lo porterà a coniare il concetto di double bind, doppio legame, da cui la sua originale interpretazione della schizofrenia. Magari, come chiariscono Houseman e Severi, specificamente sul naven Bateson non ci prende del tutto, e occorreranno altre ricerche etnografiche  e altri modelli interpretativi per comprenderne meglio il senso e il valore. Quel che più conta è comunque il fatto che, da questo libro in poi – lo spiega bene Mangiameli – occorrerà ammettere che “le società non sono regolate da meccanismi coerenti e perfettamente oliati, come se le norme sociali fossero state pianificate a tavolino con uno sguardo dall’alto, ma si reggono su contraddizioni e si muovono attraverso queste”. Una cultura è un “equilibrio dinamico in cui continuamente hanno luogo cambiamenti”, e questi cambiamenti si fondano sull’interazione comunicativa. Su quella che già Malinowski, ancora lui, aveva definito comunicazione (ma lui diceva comunione) fàtica.

 

L’eredità di Bateson è dunque ancora da misurare a pieno. Ma basti leggere, o rileggere, quell’altro capolavoro che è la Pragmatica della comunicazione umana, celeberrimo testo del ’67 di Paul Watzlawick e soci (dove Bateson è citato decine di volte), per trovarne una gran parte: la comunicazione non è tanto o soltanto passaggio di contenuti informativi ma gestione di relazioni interpersonali che si fonda su inevitabili paradossi, su inciampi, cattivi funzionamenti, fraintendimenti, sviste, malintesi, contraddizioni. Altro che cooperazione interpretativa, principio di carità, buonismo ermeneutico. Fra la comunicazione, diciamo così, quotidiana e quella patologica, non c’è, per questo, una differenza di natura ma solo di grado. Lo si coglie assai bene leggendo un altro bel libro di Bateson, anch’esso pubblicato anni fa da Cortina, su L’umorismo nella comunicazione umana. Il riso scatta a causa di una serie di cornici comunicative, di livelli di senso che si sovrappongono. Esattamente come nel doppio legame, linguaggio e metalinguaggio, senso e supersegno, si sovrappongono. Il comico non è una deviazione momentanea rispetto a una norma che lo precede, ma la norma stessa che, poco a poco, svanisce per lasciar spazio a noiosissime velleità informative, a routinarie notizie sedicenti referenziali. 

Il paradosso, il rovesciamento, il travestimento stanno alla base di tutto. Come dire, banalmente, che è sempre Carnevale – e il suo ironico contrario. Facciamocene una ragione. Mica male, in fondo. 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO
TAGGED: Gregory Bateson