Per un teatro minore – Babilonia Teatri

“Ma quanto se la tira questa!” mormora sordamente la solita signora seduta accanto a me, qui in versione alternativa e indianeggiante (siamo a Short Theatre, santuario romano del teatro contemporaneo), la stessa che, alla fine di Calcinculo di Babilonia Teatri, urlerà a squarciagola “bravi, bravi!” con le braccia protese in un applauso pieno di fervida riconoscenza: all’inizio di ogni incanto c’è sempre un principio di avvelenamento, un lieve sentore di irritazione, e non è sempre facile stabilire se si tratti di quella particolare irritazione che, diceva Ortega y Gasset, “si rivolge immediatamente contro l’artista per rimbalzare però contro chi la prova, lasciandolo inquieto nei confronti di sé medesimo”. 

Ma la signora che da anni frequenta i miei tentativi di recensire spettacoli, sempre diversa e sempre la stessa, non ha tutti i torti: con la sua gonna sbriluccicante e multistrati, l’informale giubbetto jeans, il microfono che sfiora il grembo, Valeria Raimondi “se la tira” davvero moltissimo, è una star strapaesana che calca una scena dove per miracolo, sotto un basso firmamento di luci, il pavimento della sala prende il colore smorto della terra battuta – di quella povera terra spelacchiata su cui atterrano i circhi e le giostre di periferie – e tutto si intona a una derisoria minorità: macchine celibi da due soldi, come gli estintori che fanno garrire le bandiere con il leone alato della liga veneta, sfilate di cani accompagnati dai loro padroni e magnificati da Enrico Castellani nelle vesti di un afasico imbonitore, cori di finti alpini con barbe e capelli veramente bianchi, un avanspettacolo di illusioni raccolte dalla polvere del paese profondo destinate a sgretolarsi appena si materializzano sul palco.

 

Con la differenza che la Raimondi è strepitosamente brava, non solo perché sa cantare ma perché la sua gestualità è sempre in bilico tra la parodia e l’apologia della performance rock-pop, tra l’intrattenimento e il suo brusco precipizio, nascosto nei testi delle canzoni come un innesco esplosivo sotto i cumuli di vestiti di un kamikaze: senza soluzione di continuità seduce e graffia, conquista e respinge, la sua sfrontatezza si spinge fino ad apparire innocente, la sua vitalità fino a far dimenticare che il suo refrain più struggente è un inno brutale al male del secolo, “la mia depressione fa orario continuato / ho chiesto il part time ma non gliel’hanno dato / mi sono suicidato”. 

 

 

Funziona così con i Babilonia, da sempre e non da oggi: la potenza dei loro spettacoli è spesso concentrata nel metro, e dunque nell’oblio, non nell’accento (cioè nella memoria) con una scansione poematica talmente veloce e fluviale che gli spettatori non hanno il tempo, lì per lì, di trattenere o di decifrare tutti i detriti, gli idioletti, le invettive, le ustioni che la sua colata lavica si porta appresso, si ritrovano ricoperti di tagli quasi senza essersene accorti, il ritmo incalzante, la musica, la confezione spettacolare perfetta (e anch’essa contraddittoria nel suo sposare l’alto e il basso, il sontuoso e lo squallido) li ha anestetizzati. Ogni ferita è destinata a riaprirsi soltanto dopo, a cose fatte, appena il corpo riconquista la sua intimità con la notte, confermando la regola aurea a suo tempo enunciata da Claudio Morganti: lo spettacolo finisce quando finisce, il teatro comincia con (dal)la sua fine. 

 

 

Calcinculo è un concerto punk ambientato in una sagra di paese e ci vuol poco a capire che il suo comando più imperioso, la sua attrazione più invincibile non parlano tanto agli occhi, quanto a quell’organo eminentemente speculativo che è l’orecchio. Da ogni personaggio di cui Castellani e Raimondi, cantando o declamando i loro cori, disegnano l’ombra – tutto quello che ci resta del caro vecchio personaggio nel mondo in cui i comportamenti hanno definitivamente soppianto le azioni – un animoso frammento dell’attuale Cacania italica si stacca e si trasforma musicalmente in tema, con tanto di variazioni. Si va da una libertà canzonettistica che evoca immediatamente il suo contrario (Voglio la mia libertà // Mi chiudo in casa con doppia mandata / inchiodo la porta / la saldo / la blindo”) al delirio paranoico della paura percepita srotolato fino ai suoi esiti più paradossali (lasciare la porta aperta ai ladri e segregare la progenie sin dalla più tenera età), dalla canzone Comunista, che in realtà è un inno al solipsismo, fino a un poemetto, anch’esso macinato dal frugale e stentoreo dispositivo vocale dei Babilonia – qualcosa che ricorda i vecchi mitragliatori a rullo – in cui Enrico Castellani tocca il culmine di violenza e di lucidità della sua drammaturgia poetica proclamando di voler smettere di fare teatro perché c’è gente che “dentro e fuori dei teatri compie azioni che non hanno eguali”. Ed è proprio perché l’autore e performer veneto lo dice, sottraendolo a qualunque simulazione, a qualunque ammiccamento visivo, che l’atto terroristico nell’accezione ormai celebre di “grandiosa opera d’arte” (Stockhausen dopo l’11 settembre) perde qualunque ridondanza possibile (come invece accadde nella messinscena della Fura dels Baus dedicata al Dubrovka di Mosca): contro ogni tentazione di rispondere allo spettacolo con lo spettacolo, l’attentato clamoroso compiuto da “gente che in nome della buona riuscita dello spettacolo rinuncia alla vita e alla morte” viene reintrodotto in un discorso critico – critico non del terrorismo ma, appunto, dello spettacolo come forma suprema delle relazioni tra gli uomini. 

 

 

Crisi della spettacolarità generale, letterale, sanguinosa caduta dell’intero ordine spettacolare che l’ironia congenita del gruppo presenta nelle mentite spoglie di ciò che su tutte le scene appare più desiderabile: il successo (e, colpo mortale a certo letteralismo delle avanguardie, quel particolare successo in cui l’arte sposa la vita fino a morirne). È qui che il gioco al rilancio dei calcinculo sferra la pedata decisiva che scaglia il seggiolino fino all’azzurro più vuoto e vertiginoso, ma siamo solo in un atterrito luna park dove ce n’è per tutti – per gli ottanta euro renziani e per il “respiro asfittico, pentastellatico”, per il suprematismo delle leghe e per la liberistica società della trasparenza – un calcio in culo non si nega a nessuno, a cominciare, come ogni satira che si rispetti, da noi stessi: a forza di rotolare in su e in giù, anche la verità rischia di passare inosservata, ma non l’inavvertita striscia di sangue che il suo passaggio ci lascia sulla faccia. I cani sfilano, gli alpini cantano. Sta qui la forza inattuale del teatro minore dei Babilonia, nel nascondere la loro potenza testuale tra gli ammennicoli della più risibile insignificanza e nel farne brillare la mina al momento giusto, con tutto il rabbioso, luminoso umanismo di cui (loro e il teatro) sono capaci. 

 

Le foto di Calcinculo sono di Eleonora Cavallo.

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