Weimar nel vortice della storia

In un’opera del 1919 dal titolo Demokratie, George Grosz, celebre pittore tedesco, rappresenta la classe politica degli anni Venti e Trenta del secolo scorso in un vortice turbinoso, in balia degli eventi e inabile a governare. È la prima democrazia tedesca: la Repubblica di Weimar (1919-1933). All’epoca nessuno chiamava quell’esperimento democratico con il nome con cui divenne successivamente famosa. Fu una Repubblica nata quasi per caso, annunciata prematuramente dal socialdemocratico Philipp Scheidemann cento anni fa, il 9 novembre del 1918, dal balcone del Reichstag all’indomani della resa delle truppe tedesche nella prima guerra mondiale e dell’abdicazione del Kaiser Guglielmo II. Il paradosso è che poche ore dopo l’annuncio di Scheidemann anche la Lega di Spartaco annunciò con Karl Liebknecht la repubblica dei soviet al Lustgarten, a poche centinaia di metri di distanza dalla sede del parlamento tedesco. 

 

La rivoluzione di novembre riuscì ad abbattere il vecchio regime monarchico ma gli obiettivi delle opposizioni alla Monarchia erano diversi. Inconciliabili. Da una parte i socialdemocratici che volevano una democrazia repubblicana e dall’altra gli spartachisti intenti a instaurare una repubblica sul modello russo. La lotta finì con le repressioni operate dal socialdemocratico Gustav Noske, commissario alla Difesa del governo provvisorio, e con l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht il 15 gennaio del 1919. 

I moti furono una mezza rivoluzione. D’altronde, la società tedesca uscita dalla guerra non era minimamente paragonabile alla Russia dei contadini. La Germania era un Paese altamente sviluppato, conosceva da decenni il suffragio universale maschile e, infine, seppur sconfitta in guerra non aveva subito alcuna invasione del nemico. Ai tedeschi, già poco inclini alle rivoluzioni – tanto che Lenin ricordava con ironia che una rivoluzione in Germania non sarebbe mai accaduta: “se questi tedeschi vogliono prendere d'assalto una stazione, compreranno un altro biglietto per il binario!” – serviva, semplicemente, un’autentica democrazia. E tale fu la Repubblica di Weimar, nata in un contesto storico e sociale sfavorevole, come se la storia si fosse divertita a incastrarla nel mezzo della guerra civile europea, tra due guerre e tra due nefaste dittature. 

 

 

La prima democrazia tedesca nacque mesi dopo la rivoluzione di novembre del 1918, esattamente l’11 agosto del 1919 con la firma della Costituzione da parte dell’allora Presidente Friedrich Ebert, dopo che l’assemblea nazionale era stata eletta il 19 gennaio dello stesso anno e dopo che il 28 giugno la Germania sottoscrisse il Trattato di Versailles che peserà come un macigno sulla storia tedesca. Se John Maynard Keynes, ne Le conseguenze economiche della pace (1920), criticando il trattato, descriveva l’atteggiamento suicida del primo ministro francese Georges Clemenceau ("Il tedesco non intende e non può intendere che l’intimidazione… voi non dovete mai negoziare col tedesco o conciliarvi con lui; voi dovete imporvi a lui"), David Lloyd George, primo ministro inglese, disse chiaramente in una lettera proprio a Clemenceau datata 26 marzo 1919 che “Voi potete spogliare la Germania delle sue colonie, ridurre il suo armamento a una semplice forza di polizia e la sua flotta a quella di una potenza di quinto ordine; ciò nonostante da ultimo, se essa sente d’essere stata ingiustamente trattata troverà i mezzi di ottenere una vendetta sui suoi vincitori … Il mantenimento della pace dipenderà allora dal non esservi cause di esasperazione eccitanti lo spirito di patriottismo … l’ingiustizia, la prepotenza, mostrate nell’ora del trionfo, non saranno mai dimenticate o perdonate”. L’ascesa di Adolf Hitler nel 1933 e il disegno di espansione egemonica finalizzato al raggiungimento di uno spazio vitale (Lebensraum), così come declinato nel Memorandum di Hossbach (1937), è esattamente ciò che David Lloyd George aveva profetizzato al francese Clemenceau.

 

Versailles fu un trattato capestro che alimentò la fake news della "pugnalata alle spalle" su cui si fondò gran parte della propaganda di movimenti e partiti antidemocratici e sovranisti del tempo e fu una clava sulla democrazia di Weimar. La questione era talmente sentita che il Feldmaresciallo Paul von Hindenburg, eroe di guerra e dal 1925 Capo di Stato, in un’affollata commissione parlamentare d’inchiesta nel settembre dl 1919, affermò pubblicamente che l’armata tedesca era stata tradita. Accusò tutta la classe politica (in particolare i socialdemocratici) e i poteri occulti (gli ebrei) di aver leso l’onore della Germania. In questo modo Paul von Hindenburg gettò una nube di illegittimità sul nuovo ordine repubblicano, contribuendo in modo decisivo a impedire la formazione di un ampio consenso politico nei confronti delle nuove istituzioni democratiche e da cui derivò il loro fallimento. 

 

 

La repubblica di Weimar fu un coacervo di contraddizioni: era una Repubblica che si definiva ancora Reich (Impero) nell’articolo 1 della sua Costituzione (non a caso definita Reichverfassung) e aveva una duplice bandiera nazionale. La bandiera del Reich era nero-rosso-oro e quella mercantile era nero-bianco-rosso (articolo 3). Con queste premesse era difficile pensare che potesse crearsi una forma di consolidata coesione politica e culturale tale da trasformare la società tedesca in una comunità repubblicana. Il problema era ben noto al socialdemocratico Friedrich Ebert, il primo Presidente della Repubblica e già Presidente dei Commissari del popolo che guidarono la Germania nella fase di transizione tra l’autunno del 1918 e le elezioni dell’Assemblea Nazionale del 19 gennaio 1919. In un famoso discorso del dicembre del 1918 Ebert cercò di convincere le élite militari a salvare l’unità della nazione: “Voi dovete collaborare alla grande opera di un nuovo futuro tedesco”. Le vicende andarono in una direzione diversa da quella auspicata da Friedrich Ebert. Le aporie del sistema democratico Weimariano restarono tali fino al suo crepuscolo, raggiungendo il momento di maggiore difficoltà dal 1930 con l’inizio del governo del Presidente che segnò la fine del parlamentarismo. 

 

Nonostante tutte le sue contraddizioni la Repubblica di Weimar fu un progetto politico e costituzionale innovativo e straordinariamente moderno. Dall’elezione diretta del Capo di Stato al sistema 

proporzionale senza sbarramento, dall’introduzione del suffragio universale paritario e dei referendum fino al riconoscimento di una mole impressionante diritti sociali, la Costituzione di Weimar fu un modello a cui molte democrazie si ispirarono, anche nel secondo dopoguerra. Weimar fu espressione della migliore cultura politica e costituzionale tedesca ed europea, ma si trovò compressa nella più atroce crisi democratica del Novecento.

 

 

 Hermann Heller, grande giurista e politologo tedesco, verso la fine della storia della democrazia di Weimar scrisse che “la nostra epoca – era il 1931 – non riesce a trovare una soluzione politica adeguata alla democrazia sociale di massa. Le forme e le norme tradizionali non sembrano idonee. La fede nelle possibilità di elaborare un modello democratico per una società stravolta dalla rivoluzione è gravemente scossa. Il presupposto di ogni forma di stato è l’affermazione di un contenuto comune di volontà che sia capace di integrare nell’unità dello stato la molteplicità degli antagonismi sempre presenti nella società.” (La crisi politica europea, in L’Europa e il Fascismo, Giuffré 1987). Parole profetiche per quel tempo, ma che sono un monito per il presente. Qualunque democrazia richiede istituzioni capaci di creare un sentimento di appartenenza a un sistema di valori nazionale ed europeo che resista al vortice delle tensioni sociali e politiche, sinteticamente descritte da George Grosz, e che resista alla seduzione, sempre presente nella storia d’Europa, dell’arrivo di un uomo forte dalle proprietà, solo apparentemente, salvifiche e taumaturgiche.

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