Blaxploitalian. Intervista con Fred Kuwornu

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Fred Kuwornu è un regista e attivista italo-ghanese, noto soprattutto per i suoi documentari Inside Buffalo (2010), sui soldati neri americani che combatterono per la liberazione dell’Italia durante la seconda guerra mondiale, e 18 Ius Soli (2012), sui figli degli immigrati in Italia e la loro lotta per il riconoscimento sociale e legale. Quest’estate ha presentato il suo ultimo progetto cinematografico, Blaxploitalian: One Hundred Years of Blackness in Italian Cinema, realizzato con il contributo della fondazione Lettera27. Ispirato a un importante volume curato da Leonardo De Franceschi, intitolato L’Africa in Italia, nonché alle esperienze personali dello stesso regista all’interno dell’industria cinematografica italiana, Blaxploitalian è un documentario di ampio respiro che racconta la storia, tuttora misconosciuta, degli attori di origine africana in un secolo di cinema italiano. Come le precedenti opere di Fred, anche questo documentario nasce con un’esplicita missione sociale. Blaxploitalian si inserisce infatti in una rete di campagne internazionali nate intorno alla protesta #OscarsSoWhite e dibattiti sul tema condotti in Inghilterra e in Francia, con l’obiettivo di dar vita a una piattaforma capace di promuovere una più ampia e corretta rappresentazione delle diversità nei media.

 

Conosco Fred dal 2013. Ci siamo incontrati per la prima volta nel 2014, quando lo invitai all’Università di Berkeley, in California, per partecipare alla proiezione di 18 Ius Soli e a un dibattito sul film. Le nostre strade si sono poi incrociate nuovamente a Bologna lo scorso 13 maggio, in occasione dei workshop Diversity Digital Filmmaking, nell’ambito del festival Human Rights Nights 2016. A pranzo, tra un’insalata e un frappè, abbiamo parlato di Blaxploitalian, del cinema italiano e dell’attuale dibattito internazionale sulla questione della rappresentazione nel cinema.

 

Fred Kuwornu. 

 

Nota: La nostra conversazione, originariamente in italiano, è stata poi tagliata per ragioni di lunghezza e per una maggiore chiarezza e scorrevolezza del testo.

 

Camilla Hawthorne: mi puoi raccontare un po’ da dove è venuta l’idea di fare questo documentario, Blaxploitalian?

 

Fred Kuwornu: L’idea mi ha venuta perché comunque ho sempre vissuto anch’io il problema di non poter lavorare nel cinema se non volevo ruoli stereotipati. Praticamente mi sono accorto che all’epoca i ruoli che mi offrivano erano solo quelli dell’immigrato. C'era una fiction con un regista famoso che si chiama Michele Placido, e lì infatti recitavo la parte di uno con l’accento africano, però avevo accettato perché era un modo per lavorare con Michele Placido, e poi comunque per fortuna la mia vita è cambiata, insomma il lavoro di recitazione non mi interessava proprio. E quindi questa idea è rimasta lì fino a qualche anno fa, quando poi ho letto il libro di Leonardo de Franceschi, e mi sono detto, “Sì, si può fare”. Perché in realtà c’è molto di più di quello che pensavo, del materiale per fare un lavoro diciamo un po’ più organico, da manuale, tipo educational. Perché ovvio che io posso raccontare anche la storia di questo problema solo seguendo una persona che va ai casting, che fa tutto, e che ti racconta la difficoltà, però è una cosa diversa. Questo era un lavoro che volevo corale. Ecco da dove mi è venuta l’idea, circa due anni fa. 

 

L’Africa in Italia, edited by Leonardo de Franceschi (2013). 

 

CH: È interessante perché, come vedi nel documentario, c’è una storia lunga, profonda, di afrodiscendenti nel cinema italiano, però questa storia non è ancora riconosciuta, questi attori non sono riconosciuti… perché, a parte questo libro, non ci sono molte persone che conoscono questa storia?

 

FK: No, non ci sono. Ormai in Italia ci sono tante cose della storia, purtroppo, che non entrano neanche nei libri. Così come altri argomenti, quindi…

 

CH: Come il colonialismo…?

 

FK: Colonialismo, la liberazione dell’Italia... Ovviamente a me interessava usare il libro di Leonardo e il contesto storico per la battaglie che le persone fanno nel presente. Anche per evitare che poi si raccontasse che il problema è sorto solo di recente e che quindi richiederà molto tempo per risolverlo. Quindi l’idea era quella di impacchettare questo lavoro, creando un filo conduttore storico di almeno cent’anni, legato al mondo del cinema. Poi questo è anche un documentario che piace anche a chi non è necessariamente interessato ai temi sociali ma lavora nel mondo del cinema perché gli piace la storia del film. È come se io facessi una cosa sulle donne che hanno lavorato nel cinema russo. Ci sono persone che sono affascinate da questi temi. Beh ecco, non so il vero motivo per cui non è abbastanza conosciuta questa storia della presenza di persone afrodiscendenti nel cinema.

 

Blaxploitalian film poster. 

 

CH: Vedo che stai cercando di creare un movimento sociale con Blaxploitalian, collegato con #OscarsSoWhite, con il lavoro che sta facendo Idris Elba in Inghilterra…

 

FK: Sì, in realtà stiamo lavorando anche assieme a Kai [Lutterodt] di Londra, e poi ho preso contatti contatto anche con dei ragazzi che lavorano a Berlino, associazioni di attivisti, per creare la piattaforma insieme su questo tema. Ovviamente più la piattaforma è grande, più anche personalità autorevoli come Idris Elba e Steve McQueen avranno voglia di essere coinvolti. 

La maturità che alcuni attori stanno dimostrando in questo momento è importantissima, e sicuramente penso che se loro sanno che c’è anche una base di consenso tra la gente comune, saranno sempre più coinvolti, partecipando in prima persona e creando iniziative specifiche. Infatti l’idea è quella di creare una nuova iniziativa a Roma, cercando di avere in ottobre qualcuno dalla Commissione Europea, così come Idris Elba o Steve McQueen, e qualcuno della BBC. In questo momento la BBC sta iniziando questo nuovo percorso, in cui prova a capire quali sono i 10 punti dai quali iniziare a risolvere questa problema di “diversity”.

 

CH: A livello europeo?

 

FK: No, rispetto a BBC. Però le cose sono uguali in realtà... sono molto simili, quindi diciamo che loro l’hanno scoperto prima, e si stanno interrogando adesso, però i problemi sono gli stessi. E le soluzioni che stanno indagando sono interessanti. Sono soluzioni che riguardano il modo di fare casting, che partono dalla fine, se si vuole in questo momento "tamponare" un po' il problema. E quindi se si parla del punto finale, si parla dello schermo – in altre parole di chi sono gli attori. Però è ovvio che il lavoro è molto lungo, è un lavoro legato al principio del processo creativo, e quindi è legato alla possibilità di mettere chiunque nella condizione di poter diventare produttore, studio executive, regista. È un lavoro che ha un piano ventennale che sta iniziando adesso; è strutturale, ma è necessario farlo. L’altro sforzo è invece una sorta di terapia – lavorando sul problema che si deve tamponare subito – ed è quello di concentrarsi già nella fase di casting, a chiederci se veramente per il 70% dei ruoli secondari di molti film, per un piccolo ruolo da due minuti, serva sempre lo stesso tipo di faccia? O uno può mettere chiunque, basta che sia bravo a fare quella battuta, quella cosa che serve in quel momento. Perché al momento, in Italia, se si parla di minoranza etnica, o di donna, deve essere specificato al casting. Quindi, “cerco persona nera per...” o “cerco donna per...”

 

CH: Ma è così anche negli Stati Uniti...

 

FK: Non lo so per gli Stati Uniti, però quando per molti ruoli non è specificato, stranamente l'attore è sempre bianco e uomo. È su questa parte che si vuole intervenire, che i ruoli previsti per una parte specifica siano solo quelli veramente necessari. In un film storico, sì, perché si basa sulla storia; o se è una storia particolare in cui il protagonista è stato disegnato e pensato... Ma non dobbiamo focalizzarci solo sui protagonisti, bensì sulle parti più piccole. In altre parole, nella composizione dell'immagine che si vede nel film, dove tante persone, tante cose appaiono, formando un’immagine subliminale nel nostro cervello. 

 

CH: Così il mondo del cinema assomiglierà più il mondo in cui viviamo…

 

FK: Adesso, no.

 

CH: No, ma questo è l’obiettivo…

 

FK: Sì e no, nel senso che il cinema è nato ovviamente per farci sognare, non per ricordarci sempre cosa siamo nel qui e ora. Poi si è evoluto, e c'è una grossa parte di cinema che rivendica di raccontare la realtà. Ma, in questo momento, è proprio quello stesso cinema che non ci racconta del mondo reale. Non parliamo del cinema che ci fa sognare, tipo Star Wars. Infatti il protagonista quest’anno è nero, ma è un film di immaginazione, è una cosa diversa. Se invece parliamo di una storia reale più o meno realistica – come una commedia – le minoranze etniche, eccetera, sono sempre escluse. Non si vede mai la pluralità, o coppie miste. Quel modo di fare casting deve essere, secondo me, davvero limitato.

 

CH: E pensi che la situazione sia più difficile in Italia?

 

FK: Ma no, il problema dell'Italia, come tutte le altre cose, è che anche l'industria del cinema è un’industria di famiglie, che hanno ricevuto soldi negli anni cinquanta dagli americani per fare i film. Poi negli anni settanta entrano in crisi, e lo stato inizia a finanziare il cinema italiano con le tasse di tutti. Negli ultimi 10 anni ormai i film italiani vendono pochissimo, e più o meno le stesse famiglie, o i nipoti, continuano a essere parte di questa cinematografia. Quindi c’è gente anche vecchia che ormai ha 60, 70 anni, che purtroppo è nel mainstream. Però non la puoi neanche cambiare, devi aspettare che se ne vada. Così in questo momento emerge una nuova generazione che comunica su altri canali tipo internet e webseries, oppure ci sono tv via cavo come Sky. Però si inizia a vedere che c'è qualcosa in evoluzione, ecco. Quindi l’unico problema dell’industria italiana rispetto all’altra è solo che è familistica, quindi ci entri perché qualcuno ti ci porta dentro, come nella politica, nell'economia, o qualsiasi altra cosa.

 

CH: Hanno aperto nuove opportunità i digital media, digital filmmaking, Internet, i social media?

 

FK: Sicuramente in questo momento è importante incoraggiare l’autodeterminazione nelle persone affinché raccontino le proprie storie, insegnando loro a farlo in maniera "professionale", di modo che possa avere anche un successo commerciale. Ma per fare questo si deve offrire molta formazione. Più formazione si fa, più persone sperimentano possono sperimentare; più sperimentano, più mettono in rete; più mettono in rete, più si vedono i cambiamenti. I workshop di Diversity Digital Filmmaking a Bologna sono stati un primo tentativo della durata di tre giorniL'idea è di fare una cosa un po' più lunga di un mese, dove veramente insegni soprattutto la sensibilità che dovresti avere per raccontare anche una storia che non ti appartiene. Io se racconto una storia sulla comunità cinese, lo posso fare perché nessuno me lo impedisce, però magari lo posso fare in una maniera diversa, con meno stereotipi. E quindi l'idea è di sviluppare un modulo più lungo, esteso, di almeno un mese. Quindi questo è un buon inizio, però, diciamo, è come andare ogni tanto in Africa a costruire un pozzo, ma il problema strutturale è completamente diverso e va risolto con altri metodi.

 

CH: Com’è cambiata la tua prospettiva e il lavoro che stai facendo, vivendo negli Stati Uniti?

 

FK: Vivere negli Stati Uniti ha cambiato tantissime cose per me, perché ha accelerato tante intuizioni che avevo. Ho potuto confrontarmi, imparare. Negli Stati Uniti stanno cercando di creare una società multietnica – partendo comunque da duemila errori, e segregazioni, cose che non vanno bene, però, in qualche modo c’è una bussola. Questa cosa mi ha insegnato a globalizzare le situazioni. Se non avessi vissuto negli Stati Uniti, avrei sempre continuato a fare i miei lavori pensando che i problemi sono solo qua. Così ho capito che la maggior parte dei problemi sono ovunque. Sul tema della diversità, l'altro giorno ero in Ghana e mi hanno detto, "Anche da noi è lo stesso". Perché quello del nord, il ghanese del nord fa sempre il servant, il domesticoPer cui, poter vivere negli Stati Uniti, potendo comunque viaggiare... e vivere in contesti in cui ho potuto conoscere persone che sono molto illuminanti – questa è una grossa fortuna. E quindi questa cosa ha accelerato tantissimo la mia visione che, così come l’economia si è globalizzata, la comunicazione si è globalizzata, tutto è globalizzato purtroppo, quindi anche le storie devono essere globalizzate ed i problemi devono essere risolti anche a livello globale. 

 

CH: Puoi parlare un po’ del tuo prossimo progetto, Black Italians?

 

FK: Sì, sto cercando di fare un progetto provocatorio... raccontare che cosa può essere un italiano con discendenze africane, che possa essere nato in Italia ma può essere anche nato in America, in Brasile, può essere un ragazzo bianco che parla... come questo qua, che mi ha chiesto l'amicizia su FB, che in Ghana lo conoscono tutti. C'è un italiano che parla Twi e Ewe; si chiama Kofi Filippo. Vedo che mi chiede l'amicizia e penso, "Ma, questo è bianco!" Comunque accetto, e vedo che abbiamo degli amici in comune, ma tutti ghanesi. Poi avevo visto una volta un video dove c’era lui che parlava con Mario Balotelli in Twi. Poi i ghanesi mi hanno detto che lo conoscono tutti in Ghana; è una star in Ghana, questo ragazzo! Perché lui ha imparato con i ragazzi, compagni di scuola, perché è curioso. Per cui, per Black Italians voglio fare questa operazione, cioè raccontare le storie, la Black Italia contemporanea che inizia dagli anni cinquanta... almeno delle persone che posso intervistare, perché non posso più intervistare chi era nelle colonie, eccetera... e arrivare fino a giorni nostri. E comunque come sempre lo stile sarà di cercare di aiutare l’Italia a cambiare atteggiamento, però al tempo stesso scherzando sull’identità. Perché tanto il futuro delle persone è appunto legato alla mescolanza e alla contaminazione. 

 

 

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