Xenofobia in Sudafrica

Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?

 

 

English Version

 

 

“Afrofobia”? “Xenofobia”? “Razzismo dei neri verso i neri”? Se un nero come te può arrivare ad aggredire uno “straniero” perché la sua pelle è troppo scura, non è forse questa la manifestazione per eccellenza dell’odio verso se stessi? Di certo è l’insieme di tutte queste cose. Ieri chiedevo a un tassista: “Ma perché devono ammazzare in questo modo questi ‘stranieri’?” La sua risposta: “Perché durante l’Apartheid il fuoco era l’unica arma che noi neri avevamo a disposizione. Non avevamo munizioni né fucili né altro. Con il fuoco potevamo preparare delle bombe incendiarie e lanciarle contro il nemico a distanza di sicurezza”. Oggi non abbiamo più bisogno di stare a distanza. Per uccidere “questi stranieri”, dobbiamo essere il più vicino possibile ai loro corpi per darli alle fiamme o lacerarli, aprendo ad ogni colpo ferite così profonde che non potranno mai rimarginarsi. E se lo fanno, lasceranno sui loro corpi cicatrici indelebili.

 

Kudzanai Chiurai, Iyeza, 2012, (dettaglio), still da video, Courtesy of the artist and the Goodman Gallery

 

Ero in Sudafrica durante l’ultima ondata di violenze contro “questi stranieri”. Da allora, le metastasi di questo cancro si sono diffuse. L’attuale caccia allo “straniero” è il risultato di un complesso sistema di connivenze: alcune dichiarate ed esplicite, altre tacite. Il governo sudafricano ha scelto di recente la linea dura nei confronti dell’immigrazione. Nuove misure draconiane sono diventate legge. Con effetti devastanti per chi risiede legalmente nel territorio. Qualche settimana fa ho partecipato a un incontro del personale “straniero” alla Witz University. Una lunga sequela di storie orrende. Permessi di lavoro non rinnovati, visti non concessi ai familiari, bambini in situazioni di totale incertezza dal punto di vista scolastico. Una situazione kafkiana che coinvolge anche gli studenti “stranieri” entrati nel paese legalmente, ai quali finora era sempre stato rinnovato il permesso di soggiorno, ma che adesso si ritrovano in una condizione di incertezza dal punto di vista legale, impossibilitati a completare le procedure di iscrizione e ad accedere ai fondi ai quali avrebbero diritto, stanziati per loro dalle fondazioni. Attraverso queste nuove misure anti-immigrazione, il governo fa di tutto per rendere illegale la condizione degli stranieri regolarmente presenti sul territorio.

 

La rete di connivenze è ancora più ampia. Le relazioni commerciali del Sudafrica si stanno estendendo su tutto il continente, spesso portando con sé le peggiori forme di razzismo tollerate nel Paese durante l’Apartheid. Se le relazioni commerciali si stanno “de-nazionalizzando” e “africanizzando”, tra i neri più poveri del Sudafrica e parte della classe media si sta diffondendo una sorta di “nazional-sciovinismo”. Un fenomeno spregevole che si sta allargando a macchia d’olio a tutti i settori della società sudafricana. Il nazional-sciovinismo è alla perenne ricerca di capri espiatori. Se la prende inizialmente con chi è diverso, ma finisce ben presto per innescare una lotta fratricida. Non si ferma allo “straniero”. Nel suo DNA vi è un drammatico cambio di rotta che lo porta a scagliarsi contro se stesso.

 

Ero in Sudafrica quando si è aperta l’ultima “stagione della caccia”. La differenza, questa volta, è stata la comparsa dei primi fondamenti di una vera e propria “ideologia”. Vi è adesso una parvenza di retorica volta a giustificare le atrocità e la strisciante ondata di pogrom. Perché è di questo che si tratta. Un massacro. Le giustificazioni partono dai soliti stereotipi: sono più scuri di noi, ci rubano il lavoro, non ci rispettano, sono utilizzati dai bianchi che preferiscono sfruttare loro piuttosto che dare lavoro a noi, eludendo quindi il principio delle quote riservate alle minoranze. Ma il discorso sta diventando ancor più perverso e può essere sintetizzato come segue: il Sudafrica non ha alcun debito morale nei confronti dell’Africa. Vogliamo parlare degli anni dell’esilio? I sudafricani in esilio sono stati meno di 30.000 (un dato di cui sono venuto a conoscenza ma di cui ignoro la provenienza) ed erano sparsi in tutto il mondo: 4.000 in Ghana, 3.000 in Etiopia, alcuni nello Zambia, ma la maggior parte in Russia e nell’Europa orientale. Per cui non intendiamo subire il ricatto morale di “questi stranieri”.

 

Bene, proviamo allora a porci qualche domanda difficile. Perché il Sudafrica si sta trasformando in un campo di sterminio per africani che arrivano da altri paesi (a cui vanno aggiunti i bengalesi, i pachistani e chi verrà dopo di loro)? Perché, storicamente, questo Paese ha rappresentato un “luogo di morte” per qualunque cosa o chiunque fosse “africano”? Quando parliamo di “Sudafrica”, cosa significa la parola “Africa”? Un’idea, una mera occorrenza geografica? Vogliamo cominciare a calcolare i sacrifici compiuti dall’Angola, dal Mozambico, dallo Zimbabwe, dalla Namibia, dalla Tanzania, dallo Zambia e da altri paesi durante la lotta per la liberazione? Quanti soldi ha stanziato il Comitato di Liberazione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) per i movimenti di liberazione? Quanti dollari ha donato la Nigeria per la lotta in Sudafrica? Se dovessimo calcolare i danni inflitti dal regime dell’Apartheid all’economia e alle infrastrutture dei paesi limitrofi, a quanto ammonterebbero? E una volta quantificati, non dovremmo presentare il conto all’ANC, che ha governato il Sudafrica, e chiedergli di ripagare quanto è stato speso a favore dei neri oppressi in Sudafrica durante quei lunghi anni? Non avremmo il diritto di aggiungere a questi danni e a queste perdite tutti coloro che sono stati uccisi dall’esercito dell’Apartheid per vendetta nei confronti di chi, come noi, ha accolto i combattenti sudafricani, tutti coloro che sono stati mutilati, la lunga catena di miseria e indigenza sofferta in nome della nostra solidarietà con il Sudafrica? Se i sudafricani neri non vogliono sentir parlare di debito morale, forse è arrivato il momento di dar loro ragione, di presentargli il conto e chiedere i danni.

 

Kudzanai Chiurai, Moyo II, 2013, Courtesy of the artist and the Goodman Gallery

 

L’assurdità di questa logica meschina, che sta trasformando il Paese in un nuovo campo di sterminio per chi è più nero di noi, per “questi stranieri”, è sotto gli occhi di tutti. Ma non sarebbe assurdo – visto che il governo sudafricano non può o non vuole proteggere dalla rabbia del suo popolo chi risiede legalmente nel Paese – appellarsi a un’autorità più alta. Il Sudafrica ha firmato quasi tutte le convenzioni internazionali, inclusa quella che ha istituito la Corte penale internazionale dell’Aia. I promotori dell’odierna “stagione della caccia” sono in gran parte noti. Alcuni hanno fatto dichiarazioni pubbliche incitando all’odio. Possiamo pensare a un modo per denunciarli all’Aia? L’impunità genera impunità e atrocità. È la via più breve per il genocidio. Se i colpevoli non possono essere puniti dal governo sudafricano, non è ora di rivolgersi a una giurisdizione più alta?

 

Un’ultima osservazione su “stranieri” e “migranti”. Nessun africano è uno straniero in Africa. Nessun africano è un migrante in Africa. L’Africa è il luogo al quale noi tutti apparteniamo, nonostante la follia dei nostri confini. Nessun nazional-sciovinismo potrà cancellare questa cosa. Nessuna espulsione potrà farlo. Anziché spargere sangue nero sulla strada che porta il nome di Pixley ka Seme (!), dovremmo fare di tutto per ricostruire questo continente e porre fine a una storia lunga e dolorosa che, per troppo tempo, ha fatto sì che essere neri – in ogni luogo e in ogni epoca – fosse una colpa.

 

 

Traduzione a cura di Laura Giacalone

Un'altra traduzione di questo articolo a cura di Lorenzo Alunni è stata pubblicata su il Lavoro Culturale

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