Moresco non l’avrebbe mai fatto!
Nel paese degli scrittori rispettabili
Pier Paolo Pasolini lo ha detto e non ha perso occasione di ripeterlo: uno scrittore inizia a fare sul serio quando supera la vergogna. E dire scrittore è nominare la parte per il tutto: l’artista. Il cileno Roberto Bolaño, dal canto suo, sosteneva di aver capito perché l’America Latina sfornava uno scrittore decente a ogni morte di papa: gli scrittori latinoamericani non s’elevano sulla levatura corrente, non ce la fanno, a causa della rispettabilità, a causa della preoccupazione di conquistare e non perdere la rispettabilità, non agli occhi dell’arte però, che sarebbe la cosa giusta, bensì agli occhi della società.
I due è uscito a fine 2025 con Hopefulmonster nella collana Pennisole, curata da Dario Voltolini. Il sottotitolo è tutto un programma: Le miserabili e mirabili gesta di uno scrittore e del suo traduttore. La storia è presto detta: lo Scrittore è così, il Traduttore è colì e lo sono finché non si scambiano i ruoli e iniziano a confondersi, persino loro stessi, su chi sia l’uno e su chi sia l’altro. Inutile dire che ne combinano, e se ne fanno l’uno ai danni dell’altro, di tutti i colori, di tutti gli odori, di tutti i rumori, di tutt… Fine della storia.
Ma come sono fatti ‘sti due? Mi limito a qualche pennellata dalla presentazione estratta dal capitoletto d’apertura, smilzo come le trentacinque staffilate che seguono. Lo Scrittore è brutto e buono; il Traduttore è bello e carogna. Lo Scrittore ha i capelli e la barba bianchi; il Traduttore una criniera ricciuta e corvina che gli arriva fino alle natiche e che rilascia una scia profumata e persistente come quella di una puttana. Lo Scrittore indossa occhiali da vista; il Traduttore occhiali a specchio per farsi baciare dal sole. Lo Scrittore scrive in mignottese, ovvero nella lingua del suo paese, che si chiama Mignott perché ha la forma dello stivale, con tanto di tacco a spillo, di una mignotta; il Traduttore lo traduce in cotolettese, ovvero nella lingua del suo paese, che si chiama Cotolett perché ha la forma di una cotoletta.
Lo Scrittore è Antonio Moresco. Il Traduttore è Laurent Lombard, cui il libro è dedicato e che, come leggiamo nella dedica, «è persona ben diversa dal traduttore stronzo di questo libro», come pure Moresco è «persona ben diversa» dallo Scrittore. Io che conosco entrambi posso testimoniarlo. Il volto dell’atletico Laurent non è incorniciato da un trionfo capillifero che gli ruscella in testa e gli spolvera i glutei muscolosi: prima che sull’occhiale, il sole gli si specchia sull’osso frontale. Né mi risulta che Antonio sia mai stato costretto a togliergli la merda di cane dal carrarmato delle scarpe. Eppure… Eppure tra le righe, ridendo e scherzando alla maniera di Bertoldo, Moresco si confessava…
Paiono scritte col lanciafiamme, queste gesta mirabilmente miserabili. Ed è così: il lanciafiamme della mente incendiaria del suo sconfinautore. Procede di contrasto in contrasto, di rilancio in rilancio, questo libro freccia – frrrrrruuuuuu…
C’è il magistero con cui Moresco è solito viziarci ma all’interno di una struttura scarna, tutta nervo, dove mai si affievolisce la componente detonatoria, la stimolazione mitragliatoria, l’effetto frusta assieme all’effetto ciliegia: una pagina tira l’altra e, senza nemmeno accorgersi, il libro è finito e ne vorresti ancora ancora anc… Scoppietta ovunque, I due, come un falò. Ogni capitolo una scheggia, uno schizzo. I due è un libro a cazzo dritto. E palle rotanti.
Ogni poro dei Due brilla secernendo intelligenza espressiva, felicità inventiva. E quale precisione nelle chiuse di capitolo! Più provavo, durante la lettura, ad anticipare le mosse dell’autore, prefigurandomi dove sarebbe andato a parare, più il bastardo mi fregava, facendo la cosa più sorprendente, che poi è la più organica, la più coerente: la cosa giusta. È ammirevole il polso con cui è governato questo libro scanzonato che viaggia a velocità supersonica.
Mai strombazzante, mai trombonesco, questo pisellone di uno scrittore, all’occorrenza suonatore di prepuzio, ci tromba i dotti auricolari. E qui mi consento un paragone di cui godrai se sei un amante del jazz come me: pensa a lastre di scrittura che stratificandosi producono un millefoglie swing con mascarpone hard-bop o – ancora più concretamente – pensa al fraseggio ghignante di Roy “Little Jazz” Eldridge farcito con crema di Dolphy terminale e scaglie di Trane pre-frrreeeeee…
Ancora una volta, con la sua petite musique per organi caldi, Moresco spruzza e fertilizza il mignottese come (per dirne un paio) hanno fatto Céline con il cotolettese e Miller (Henry) con il formichierese – hai notato che se rovesci gli Stati Uniti spunta fuori un formichiere?

L’ultracomico
Dario Voltolini distingue, nella sua postfazione, i due registri compresenti nei Due: l’umoristico e il comico. Li distingue per ricordarci che – se l’umoristico è più di testa e ironicamente calibrato, vedi Pirandello – il comico punta invece alla pancia, senza tema di scavo nell’infimo, fottendosene del bon ton del registro denominato alto. Li distingue per mostrarci come nei Due sia il comico a farla da padrone, un comico condotto da Moresco alla sua dimensione «fondativa», a una «base» maleducata sulla quale lo scrittore scatena un furore antintellettualistico che non risparmia niente e nessuno. Di certo non il suo alter ego né il traduttore. Nemmeno Dio. Men che meno il lettore.
Sintesi giapponese tra Charlie Chaplin e Jean-Pierre Melville, il cineasta e attore Takeshi Kitano non ha perso occasione di ribadire come il comico e il tragico spinti all’estremo coincidano. Spostandoci su quell’oltranzista di Moresco, direi che il comico e il tragico non si limitano a coincidere: il comico spinto all’estremo supera il punto di sfondamento del tragico per approdare all’ennesima potenza del comico che battezzerei: ultracomico.
L’ultracomico in questione è laddove la tragedia non smette di essere tragedia, non viene superata per rimozione né neutralizzata o aggirata, essa permane, ma raggirata a colpi di talento, presa in giro a regola d’arte. Con altre parole: Moresco, mai così scurrile e fanciullesco, alla tragedia fa perdere gravità e grevità, cogenza e cocenza, concedendole però di agire dal fondo e sullo sfondo, consentendole di operare con discrezione da propellente dell’ultracomico.
Dunque no: mai così sbellicante, Moresco non distoglie lo sguardo nemmeno per un istante dalla tragedia che ha trapanato mentre capitombola dall’altra parte e capitombolando fissa con piglio sfidante, con euforia sprezzante, con sberleffo di sé, mentre adotta la pratica del riso al cospetto della morte giacché – lo dico una volta per tutte, anche a futura memoria – l’ultracomico è questione di vita e di morte.
Non trascuriamo l’epigrafe leopardiana che apre I due: «Terribile e awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire». Sono parole da sottoscrivere con l’inchiostro delle vene e leggibili, dal pulpito di Moresco, come una dichiarazione di poetica per interposto e amatissimo scrittore. Il riso è coraggio, il riso è padronanza: il riso è libertà. Ridere di ciò che ci fa piangere significa governare la paura di morire.
Mi addentro oltre: la cifra dell’ultracomico espresso dai Due va rinvenuta nei rapporti che s’intrecciano tra la scatologia (il logos sugli escrementi, dal greco traslitterato skatós, genitivo di deiezione) e l’escatologia (il logos sulle cose ultime e ultraterrene, dal greco traslitterato éskhatos, nominativo di ultimo), e si tratta di rapporti intimi – anzi intimissimi – come la marca di slip e collant.
La scatologia qui non si limita a mettersi al servizio dell’escatologia: esse s’uniscono in un accorpamento che ha del mitico, anzi del mitologico: l’ultracomico secondo Moresco è un satiro indecente e smagliante, puzzolente e mirabolante. La parte scatologica sono la boccaccia sboccata e gli zoccoli affondati in una latrina. La parte escatologica sono gli occhi proiettati nel regno dei morti e le corna puntute che graffiano il culo a Dio o chi per lui.
Non ho chiesto ad Antonio quanto consciamente si sia verificata questa fusione che reagisce in fissione, mi sarebbe sembrato di bluffare con la stesura di ciò che stai leggendo, ma che ciò accada ne sono certo, al punto da giocarmi la mia copia dei Due con dedica dell’autore: «A Jonny, il mio libro scemo. Antonio».
Lirico per eccesso di trivialità
Egli danza, egli danza: dice PPPasolini di FFellini via OWelles nel corto La ricotta. Parafraso – senza i sottintesi del Bolognese all’indirizzo del Riminese – per dire del Mantovano: egli canta, egli canta. Moresco canta il Caos. Canta l’Esordio, l’Increazione, il Finimondo. Moresco canta lo sbirro morto dentro il rivoltoso vivo. Canta il Buio e, con il Buio, la Luce. Moresco è un cantore della scrittura.
Egli canta scrivendo e scrive assecondando il ritmo di crescita musicale di parole che s’inanellano acrobatiche persino quando la materia è terra terra. Sul beat del martellante andazzo binario dei Due, a furia di picconate nel terreno del triviale, all’apparenza così arido e infruttuoso, Moresco fa capolino nell’oasi cui è votato da scrittore sublime qual è: l’oasi zampillante del lirico.
È un vertice di anomalo lirismo quello toccato da Moresco in questa licenziosa operetta, un vertice raggiunto attraverso un’inconsueta (nel suo caso) resistenza al lirico o (se preferisci) attraverso un’oltranza nell’antilirico.
Dall’ostinazione nel becero sgorga così una disarmata e disarmante poesia che fa piazza pulita di tanta paccottiglia liricheggiante e rammenta – a chi occorra – cosa il lirismo permanga alla sorgente: febbre dei nervi, urlo del corpanima, eruzione visceral visionaria, esuberanza del sangue trasfuso in forme che non temono tracimazioni di varia natura elementale e ghiandolare.
Gli effetti sono commoventi, perlomeno su una sensibilità come la mia, e quale paradosso rappresenta, dopo tali e tanti scompisciamenti, rendersi conto che il riso s’è transustanziato in lacrime, bypassando il transito del sorriso.
Lo scrittore svergognato
I due è un libro imprevisto. Nessuno se l’aspettava. Forse nemmeno Moresco stesso, prima di esserne posseduto. Era inimmaginabile che tirasse fuori un libro così sbrigliato e così sbagliato, tanto da venir rifiutato da addirittura cinque tra i maggiori editori del paese, prima di essere accolto da Hopefulmonster.
Era inimmaginabile a questo punto della sua storia ovverosia – con un flashback minimo e parziale sull’ultimo Moresco – dopo quel mostro di visionarietà ch’è il Canto del buio e della luce (Feltrinelli 2024), dopo i traghettamenti nella Vita nova di Dante (Il Saggiatore 2021) e nelle Lettere a Milena di Kafka (Feltrinelli 2024), dopo la cura del Meridiano di Agata Christie (Mondadori 2024), dopo la lettera d’amore a Leopardi (Solferino 2025).
Era inimmaginabile – con un flashforward sul prossimo Moresco che solamente le persone vicine conoscono e adesso pure tu – mentre fervono i preparativi della beatificazione ottobrina celebranda da Feltrinelli con la pubblicazione dei Giochi dell’eternità (l’imponente trilogia per la prima volta raccolta in un unico cofanetto, un’operazione che di norma si fa coi morti) e mentre lo scrittore è in procinto di lanciarsi nella stesura del prossimo ambizioso cortocircuito (la cui forma si preannuncia quella esplosa d’un ultraromanzo di ampio respiro e non aggiungo altro).
Orbene – giunto a quel punto della propria storia dove uno scrittore perbene e sano di mente si preoccuperebbe di mettere a rendimento le arditezze passate e cronicizzare una posa da vecchio saggio – chi diavolo glielo ha fatto fare a Moresco di pubblicare un’opera così sconsiderata e traboccante di merda e cazzo, culo e sborra? A quale sfuggente e perverso pro?
Sì, svergogniamoci: ci rispose così, sapientemente, Walter Siti quando Antonio Moresco e il sottoscritto lo invitammo a recitare nel Chisciotte, il nostro film in progress e mutaforma, nostro cioè scritto da lui con la mia regia. En passant: l’autore di Bruciare tutto, uno dei romanzi più spiazzanti dell’ultimo decennio peninsulare, nonché curatore dell’opera di PPP per i Meridiani Mondadori, ebbe a dire di Moresco in un’occasione pubblica, parafrasando Van Gogh su Rembrandt: «Si deve essere morti di mille morti per scrivere come Antonio Moresco».
Sì, svergogniamoci: sono certo che Antonio si sia detto qualcosa del genere mentre ci dava dentro con I due, sbattendosene dell’aggressiva irrisione ai propri danni che avrebbe attizzato in coloro che si aspettano decoro e compunzione da parte di un classico vivente come lui, giunto per giunta alla veneranda età dello stile tardo. Stile tardo un paio di palle, replicherebbe Moresco, che a ogni libro non smette di esordire, selvaggiamente.
Non è la prima volta che Moresco si svergogna con un libro svergognato. Lettere a nessuno e Tutto d’un fiato sono libri svergognati eccome. È però la sua prima volta in questa imprevista e ultracomica maniera, con una frittata che peraltro non ha corrispettivi antecedenti, almeno che io sappia, nel senso che non scorgo nella parabola bio e bibliografica di nessun altro scrittore di tale portata e caratura – arrivato a un segmento equivalente della propria avventura – un’opera così impudente e imprudente, così inopportuna e scostumata, così cecchinamente sbarellata.
Suicidio letterario? Raptus autolesionistico? Sputtanamento definitivo? Niente di tutto ciò. Contromossa liberatoria, semmai. Tuffo a volo d’angelo con atterraggio di panza.
Come se Moresco avesse voluto dire, ma solo a chi possieda quel minimo di attrezzatura spirituale per capire: non sono chi credi né dove mi credi, cara la mia abbacinata, carino il mio appiccato, non aspettarti un distico, potresti ricevere un rutto, non aspettarti un rutto, potresti ricevere una rosa, sono e sarò una combriccola in metamorfosi permanente di stranieri con gli occhi lucidi e il culo zozzo, la mia libertà non ha limiti che io figlio dell’illimite non voglia darle, il mio regno è dove l’inattenuato geyser dell’adolescenza sputa potenza e spifferando a volontà fa volare il parrucchino dell’(orribile forma di prematuro rigor mortis chiamata) adultità.
Shakespeare non l’ha mai fatto: è il titolo di un libro autobiografico di Charles Bukowski. Il fatto è che quello che ha fatto Moresco non lo avrebbe fatto – mutando le mutande – nemmeno quello sporcaccione di Bukowski. Il fatto è che uno scrittore davvero grande non è semplicemente qualcuno che fa qualcosa che un altro grande scrittore non ha mai fatto o farebbe. Uno scrittore davvero grande è qualcuno che fa qualcosa che non avrebbe fatto nemmeno lui. Il lui stesso che è stato e da cui si è dovuto spostare per restare se stesso. Un se stesso all’altezza, o alla bassezza, di se stesso.
La riprova di quanto sostengo è che – nelle ultime settimane – si sta facendo un gran parlare dei Due sia in dimensioni parallele alla realtà in nostra dotazione (cioè negli scenari distopici e ucronici dove I due porta la firma d’un certo Manesco), sia nel presunto presente (dove prende piede il sospetto che l’autore del libriciattolo attribuito a Moresco sia un ultracorpo venuto da chissà dove), e siamo già arrivati al punto che più d’un insoddisfatto va in giro mugugnando con insofferenza: Moresco non l’avrebbe mai fatto!