Petroooolio! Petroooolio!

24 Marzo 2026

Durante la campagna elettorale del 2008, una candidata repubblicana alla vicepresidenza di cui oggi non si ricorda più nessuno (Sarah Palin, allora governatrice dell’Alaska), fece proprio uno slogan lanciato alla National Convention del Partito Repubblicano da Michael Steele, allora vicegovernatore del Maryland: Drill, Baby, Drill!, che stava per: “Scava altri pozzi di petrolio, usa il fracking, non importa se inquina le risorse idriche, fa’ quello che ti pare, basta che ci sia più petrolio!”. Detto da Sarah Palin, che giocava apertamente sull’allure della bibliotecaria sexy con occhiali a televisore e tacco dodici, il doppio senso sessuale rivolto all’elettorato maschile (“Trapanami, tesoro!”) non era sussurrato, era esplicito. Il senso era poi triplo se ci si figurava un’America che vuole essere penetrata/trapanata dal bestione americano e generare così una petrolifera nidiata. Sarah Palin non divenne vicepresidente, ma poi fu il fracking, nonostante l’acqua nera che usciva dai rubinetti delle case di chi viveva vicino ai giganteschi drill, a risultare un fattore essenziale nel garantire all’America l’indipendenza energetica.

In uno dei comizi di Sarah Palin, all’ennesimo grido Drill, Baby, Drill la cinepresa inquadrò un uomo di grossa corporatura, barba lunga da chitarrista dei ZZ Top e abbigliamento da biker, mentre spalancando le braccia gridava a piena voce: Ooooil! Ooooil! “Petroooolio! Petroooolio!”, come se avesse ricevuto una pacca dallo Spirito Santo, come se stesse gridando Dio, Gesù Cristo, droga, eroina, mettetemi del petrolio in vena, sono americano, il petrolio è mio, tutto mio, la Declaration of Independece dice che ho diritto a life, liberty, and the pursuit of oil, l’inchiostro della Constitution è fatto di petrolio, i miei hamburger sono fatti di petrolio, la birra che bevo è petrolio, il mio American blood è petrolio!

Una delle prove dell’origine biologica del petrolio, si dice, starebbe nella presenza di porfirina derivante dalla compressione di antichi organismi animali e vegetali. Infatti c’è porfirina anche nel sangue umano, ma le porfirine sono molecole ad anello di molti tipi. Condividono la stessa struttura chimica, ma nel petrolio e nel sangue si legano a metalli diversi e hanno funzioni differenti. Credo però che il biker al comizio di Sarah Palin avesse intuito, anche se poco scientificamente, una somiglianza profonda tra le sue vene e le vene dell’America, per non dire dell’affinità tellurica tra se stesso, la sua moto e la benzina che lo faceva correre sui deserti d’asfalto della strade americane.

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La guerra del petrolio che si combatte in questi giorni sta costringendo gli americani, per non dire il resto del mondo, a vivere in un universo di varianti sovraimposte. Non le definisco mondi paralleli, perché la teoria dei mondi paralleli prevede che pur esistendo fianco a fianco non possano entrare in comunicazione tra loro. Al contrario, i mondi sovraimposti convivono in uno stato di de-coerenza che dà luogo a realtà multiple, non molto diverse dal famoso gatto di Schrödinger che è vivo finché non apriamo la scatola che lo contiene, ma siccome aprendo la scatola azioneremmo un meccanismo che lo ucciderebbe, possiamo dire che finché non apriamo la scatola è sia morto che vivo. In altre parole, nei mondi sovraimposti non c’è una funzione d’onda che “collassa” in una sola realtà, osservabile e condivisibile. Siccome non collassa, dà luogo a molteplici realtà, potenzialmente infinite, ognuna con probabilità differenti. Ma, non essendoci nessuna differenza (se non c’è collasso) tra una realtà probabile al 90% e una probabile al 10%, non sappiamo più a quale probabilità apparteniamo noi.

Accendendo la televisione o scorrendo gli onnipresenti video veniamo così a sapere che la guerra contro l’Iran è già stata vinta ed è ben lungi dall’essere vinta, che mai e poi mai richiederà l’invio di truppe che peraltro sono state già inviate, che non è una guerra perché non è stata approvata dal Congresso ma lo stesso Congresso deve decidere di finanziarla con 200 miliardi di dollari, che le risorse nucleari iraniane sono state obliterate ma l’Iran è molto vicino, questione di mesi, a produrre la propria bomba atomica, che l’Iran non è minimamente in grado di minacciare gli Stati Uniti ma c’è la concreta possibilità che possa far arrivare droni in California, e che lo stretto di Hormuz è aperto, apertissimo e chiuso, chiusissimo. O meglio, nelle parole precise del Ministro della Guerra degli Stati Uniti: “Lo stretto è aperto; l’unica cosa che ora come ora proibisce il transito è che l’Iran sta sparando alle navi”.

C’è una vecchia scena di Cochi e Renato alla Prima guerra mondiale, in cui Renato Pozzetto si sporge dalla trincea per gridare a un cecchino austriaco: “Cosa spari che sto parlando?” Immaginate il Ministro della Guerra sul ponte di una petroliera che urla al cecchino iraniano: “Cosa spari che sto passando?”.

Poiché non posso prevedere il momento in cui questa benedetta funzione d’onda collasserà in una qualunque realtà, buona o cattiva che sia, e constatando che nessuna analisi, né politica né geopolitica né psichiatrica può rendere ragione del multiverso in cui ci troviamo (Marck Zuckerberg ha appena messo il suo Meta in quarantena; di universi ne abbiamo abbastanza, grazie), sono andato a ripescare un libro letto tempo fa, un esempio di narrativa speculativa o theory fiction scritto durante la seconda guerra in Iraq e che al di fuori della cerchia degli appassionati di dark philosophy, o della cosiddetta destra deleuziana, nessuno ha mai saputo se e quanto dovesse essere preso sul serio. Mi riferisco a Cyclonopedia. Complicità con materiali anonimi di Reza Negarestani, filosofo-scrittore-fumettista iraniano (attualmente direttore di un non meglio specificato “New Centre for Research & Practice”, una “accademia parallela” che esiste solo online), pubblicato a Melbourne nel 2008 e in traduzione italiana nel 2021 (Luiss), già recensito “mimeticamente” su doppiozero da Matteo Meschiari, dal quale ricavo questa citazione:

“Il petrolio è dunque il grande lubrificatore, il cadavere nero del sole, il blob ctonio, l’innominabile Antico Nemico, il demone inorganico, l’Anticristo tellurico. I suoi flussi oscuri dal buio terrestre caotico alla superficie della storia umana regolano la geopolitica dei popoli, intossicando le masse su scala pandemica. In questo movimento complesso il petrolio come entità chimica e mistica intercetta le due principali forze socioculturali del pianeta, il tecnocapitalismo e il monoteismo abramitico, accelerando il loro progetto estinzionista di desertificare il mondo. Il tecnocapitalismo genera infatti il cambiamento climatico e i dissesti da surriscaldamento globale, il monoteismo radicale ha lo scopo di azzerare orizzontalmente la terra per prepararla al monopolio divino.”

A questa sintesi precisa aggiungo solo che negli ultimi giorni poche cose hanno fatto infuriare le televisioni di destra più di un post su X in cui la commentatrice politica Joy-Ann Reid ha tracciato un parallelo tra il regime degli Ayatollah e quello che l’America vorrebbe diventare ad opera di tecnocrati millenaristi e nazionalisti cristiani. Quello che dicono i Christian Nationalists, argomenta Joy-Ann Reid (non nuova a provocazioni, alcune delle quali in passato non proprio felici), non sono molto diverse da quelle che direbbe un teocrate iraniano. L’unica differenza è che questi giurano sulla Bibbia. Il Ministro della Guerra è apertamente un Christian Nationalist e ha pubblicato un libro intitolato American Crusade. Recentemente ha invitato al Pentagono Doug Wilson, fondatore della Christ Church. Uno tra i più estremi nazionalisti cristiani, Doug Wilson vuole l’abolizione del 19esimo emendamento della Costituzione (che garantisce il diritto di voto alle donne) e la restaurazione della schiavitù, a suo parere pienamente giustificata dalla Bibbia (nel Vecchio testamento è peccato ridurre in schiavitù un altro israelita – Deuteronomio 24, 7 – non la schiavitù in sé; il Nuovo testamento dice altrimenti – 1 Timoteo 1, 10 – ma i Christian Nationalists non hanno tempo da perdere con il Nuovo testamento).

Se torniamo a Negarestani e alle sue oscurissime estrapolazioni, nere come il greggio più nero, dobbiamo ipotizzare che il petrolio, ovvero l’inconscio geologico del pianeta, più profondo di ogni politica o politica geografica, ha l’arte di rendere ogni guerra combattuta in suo nome una guerra civile tra nazioni sorelle, le quali, più si combattono più finiscono per assomigliarsi. È un libro che pretende di essere discusso nello stesso stile oracolare in cui l’autore l’ha scritto, ma in questa sede l’ha già fatto molto bene Meschiari, e mi ritengo esentato. Mi limiterò quindi a evidenziare le tesi del primo capitolo. I seguenti sono altrettanto profondi o altrettanto folli, decide chi lo legge.

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  1. Il Medio Oriente è un’entità viva e senziente, nel vero e letterale senso della parola e non in senso metaforico o allegorico.
  2. Il petrolio è un demone inorganico, è il lubrificante delle narrazioni del Medio Oriente e, per estensione, di tutte le nazioni in grado di simulare le formazioni di potere e i sommovimenti politici del Medio Oriente.
  3. L’America è passata dal militarismo della giungla (Vietnam) al militarismo del deserto (guerra al terrorismo, ora all’Iran). Si è dunque mediorientalizzata (come sostiene JoyAnn Reid).
  4. Le correnti petropolitiche sotterranee agiscono come lubrificanti narrativi. Connettono le inconsistenze, le anomalie, i buchi nei plot delle narrazioni nazionali e/o planetarie (è ciò che ho chiamato la realtà multipla dei mondi sovraimposti).
  5. Secondo la teoria degli idrocarburi fossili, il petrolio si è formato da materiali organici sotto fortissima pressione, in assenza di ossigeno e fra strati geologici in assoluto isolamento. La sua nascita infernale gli ha dato una coscienza satanica dei passaggi tra uno strato e l’altro e dell’inevitabile sgorgare al livello del suolo.
  6. Il suolo è il deserto del Dio monoteista, sul quale non si possono erigere idoli. Il monoteismo è il richiamo del deserto, la residenza del divino. Per i jihadisti radicali, desertificare la terra significa renderla pronta per il divino. L’orizzontalità del deserto contrasta con la verticalità degli idoli, che infatti i talebani distruggono (ma direi che si pone in contrasto anche con i grattacieli di Dubai).
  7. Il processo tecnocapitalistico-jihadistico di desertificazione converge sul petrolio come oggetto di produzione e di terrore (e produzione del terrore), un lubrificante politico-economico e un’entità la cui vita è direttamente connessa alla sabbia e alla polvere del deserto.
  8. Mentre per il tecnocapitalismo occidentale il petrolio è il lubrificante delle macchine di guerra e dell’iperconsumo del capitalismo, per il jihadista è il catalizzatore che accelera l’espansione del deserto come regno di Dio (vero “piano di immanenza” deleuziano).
  9. L’industria del petrolio è rovinosa per i produttori che non sono uniti dal monoteismo del deserto. Nell’America Latina, dove c’è scarsità di deserto e abbondanza di giungla, i paesi del petrolio non riescono a formare un’unità, né estrattiva né politica.
  10. L’asse formato da Gog e Magog (alternativamente, Stati Uniti e Medio Oriente) non può fare a meno del petrolio come organizzatore narrativo. Le civiltà del petrolio, America Latina esclusa, sono unite dalla stessa complicità con i materiali anonimi che lega le loro rispettive teocrazie.
  11. Gog e Magog sono marionette petropolitiche. Si agitano su una superficie oleosa, superconduttrice di correnti globali petrodinamiche, non importa se separate da una distanza oceanica.
  12. Come entità senziente e demonica, il petrolio avvelena lo stesso capitalismo, inoculandogli un’assoluta follia. È una peste planetaria che affligge le economie delle civiltà avanzate, tuttora indifese di fronte a questo parassita.

Aggiungo ulteriori considerazioni. Se adottiamo la prospettiva del film Syriana (Stephen Gaghan, 2005, basato su See No Evil di Robert Baer, ex agente della CIA), la battuta del personaggio interpretato da Matt Damon (It’s running out! “[Il petrolio] sta finendo!”), è il grido dei penitenti che annunciano la fine del mondo. Ma sono passati vent’anni e la fine non è ancora venuta. Se il petrolio è davvero il risultato della stratificazione di entità organiche primordiali, prima o poi finirà. Ma i servitori del demone senziente non sembrano convinti della sua mortalità. A partire dalla seconda guerra in Iraq, non si comportano come se il petrolio fosse un bene prezioso da non sprecare, non hanno nessun apparente concetto della sua scarsità, anzi si bombardano le rispettive raffinerie con grandissimo gusto, assistendo soddisfatti alla distruzione di miliardi di barili.

Agiscono in effetti come se credessero alla seconda teoria sull’origine del petrolio che Negarestani discute, quella “abiogenica” dello scienziato austriaco Thomas Gold (1920-2004).

Secondo Gold, è assurdo pensare che il petrolio e il gas metano abbiano un’origine biologica, visto che l’astronomia ne trova tracce anche su altri corpi celesti dove non c’è mai stata nessuna vegetazione. Più logico pensare che si tratti del risultato di idrocarburi primordiali intrappolati nelle viscere della terra dai tempi della sua formazione, alimentati da microbatteri forse venuti dallo spazio, le cui colonie si muovono, e con loro il petrolio che scorre in immensi oceani sotto la superficie terrestre, ignorando i confini tra le nazioni e costantemente in cerca di un nuovo luogo dove fare il deserto intorno a sé. La conclusione più preoccupante, nata dall’osservazione di giacimenti che sembravano esauriti e che si sono poi riempiti di nuovo (come è accaduto ad esempio in Louisiana nel 1999), è che grazie ai microbatteri il petrolio si rigenera, potenzialmente, non finirà mai (Thomas Gold, The Deep Hot Biosphere: The Myth of Fossil Fuels, New York, Copernicus, 1999), e la desertificazione del pianeta continuerà fino missione compiuta.

La comunità scientifica è sempre rimasta scettica di fronte alle teorie abiogeniche, soprattutto dopo che Gold ha accusato i suoi colleghi di “sciovinismo della superficie”, cioè di cercare la vita solo sulla superficie della Terra e non anche nella sua profondità. Non è stato scomunicato, e alcune sue teorie circolano ancora, ma è tenuto a rispettosa distanza. Coloro che sembrano averlo abbracciato in pieno, però, sono proprio Gog e Magog, i sacerdoti del demone petrolifero, al quale attribuiscono davvero una vita semidivina. Che il petrolio non finirà mai è la premessa dell’interminabilità della guerra per il suo possesso, o meglio, per lasciargli il possesso del pianeta. È una jihad combattuta allo scopo di ribadire la propria fede in un “dio degli eserciti” che ha bisogno di milioni di fedeli (“Petroooolio!”) per imporre il suo dominio su un deserto planetario.

Secondo Negarestani, le guerre del petrolio sono visualizzabili come spirali complesse, rassomiglianti al movimento di un ciclone (da cui il titolo Cyclonopedia, gioco di parole sulla Ciropedia di Senofonte, biografia immaginaria di Ciro di Persia). Ma a me vengono in mente anche le semplici pompe di estrazione come le oil pumpjacks di cui è pieno il nord del Texas, dette anche nodding donkeys, “somari che annuiscono”, con la cosiddetta “testa di somaro” che va su e giù come quella degli uccelli meccanici che ad intervalli fissi intingono il becco nell’acqua di un bicchiere.

Dalla geologia politica di Negarestani resta fuori Israele – di cui il suo libro non parla – che di petrolio ne ha poco, e che pure vuole istituirsi come potenza egemonica del Medio Oriente. Al paradigma del Deserto, Israele vuole sostituire il paradigma del Giardino, senza il fiume oleoso che lo collegherebbe sotterraneamente alle altre nazioni. Ma l’odio che divide tali nazioni e che le unisce in una perpetua guerra civile non è poi così diverso dall’odio che provano verso Israele o che Israele prova per loro. Il giardino si può bruciare, le raffinerie si possono distruggere, le navi si possono affondare, intere popolazioni si possono uccidere, le teocrazie dicono tutte non avrai altro Dio all’infuori di me, ma finché qualcuno non verrà ad annunciare: “Sta finendo!”, finché non sarà rivelato che quel dio è un comune mortale, non diverso da coloro che combattono per lui, nessuno che non sia costretto vorrà essere il primo a deporre le armi.

In copertina, fotografia di Colton Sturgeon.

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