Kolinda, dai dai!

Al primo turno, il 28 dicembre, basso numero di votanti. Si era data la colpa alla neve copiosa. Due settimane dopo al ballottaggio, il numero degli elettori è salito. Più di due milioni i partecipanti al voto (intorno al 60%), ma il risultato, a sorpresa, è rimasto lo stesso: è Kolinda Grabar-Kitarović il nuovo presidente croato. I sondaggi, infatti, erano tutti a favore del presidente in carica, Ivo Josipović, socialista, professore di diritto e compositore, stile raffinato e gran savoir-faire. È stato battuto dalla rivale davvero per poco, la differenza è di trentamila voti, poco più del 50,74% a lei, contro il 49,6% a lui. Josipović, pur molto amato, ha pagato il pegno di una crisi economica – disoccupazione oltre il 20%, con un picco di 41,5% tra i giovani – e di una coalizione di sinistra il cui governo non ha più la fiducia degli elettori.

 

Così, per la prima volta nella sua storia, a capo dello stato croato siede una donna. Kolinda Grabar-Kitarović ha fatto una campagna elettorale con lo slogan abbastanza generico “per una Croazia migliore”, ha cercato di vendere speranza, inneggiando alla forza dell'unità popolare, mentre proprio il risultato delle presidenziali mette in evidenza quanto l'elettorato sia polarizzato e quanto la Croazia rimanga politicamente e culturalmente divisa tra chi non vuole avere nulla a che fare con la storia comunista e chi invece aborre il populismo. La rivale di Josipović rappresenta il partito conservatore e clericale dell'Unione Democratica Croata (Hdz), con la sua vittoria ritornano sulla scena politica i personaggi della destra nazionalista. La morte di Franjo Tuđman prima (1999), e poi una vera e propria fuga dal governo da parte del premier dell'Hdz Ivo Sanader, arrestato in Austria, estradato e condannato nel 2012 a dieci anni di carcere per corruzione e abuso di potere, sembravano avere ormai relegato in soffitta quel pezzo di storia. Invece, l'11 gennaio, la notte della vittoria è sembrata quella dei morti viventi: erano tutti lì, sul palco, proprio quelli del governo di Tuđman del 1998, a scandire “cambiamento, cambiamento”, a festeggiare un risultato vissuto come una revanche.

 

E che al passato di fine Novecento, quello che evoca la guerra inter-jugoslava, si voglia tornare, la neo presidente l’ha subito confermato. La sua prima visita l’ha fatta ai reduci di Vukovar, arrivati nella capitale per chiedere al loro ministero un miglioramento di condizione. Il suo primo discorso è iniziato in modo increscioso, perché Kolinda Grabar Kitarović si è rivolta agli elettori chiamandoli “croati e croate”, aggiungendo che per lei comprendono “anche i serbi, non importa se ortodossi”. In seguito a reazioni veementi, a mo’ di giustificazione ha aggiunto che il termine cittadini a lei non serve, perché “quando torno dalle mie parti, in campagna”, il contadino si sente croato, non sa che cosa significhi cittadinanza. Pochi giorni dopo, la neopresidente, questa volta insieme a vescovi e cardinali, ha solennemente ricordato la data del riconoscimento della sovranità croata. Correva il 15 gennaio 1992, il giorno successivo, primo capo di stato ad arrivare a Zagabria, nel clima da operetta che piaceva tanto a Tuđman, atteso da schiere di giornalisti locali intimoriti che mal sopportavano le battute dei giornalisti italiani, era stato il Presidente italiano Cossiga.

 

Ivo Josipović

 

Intanto le gaffe politiche e diplomatiche che hanno fatto insorgere gli stati vicini e impensierito la comunità internazionale sono continuate: la Bosnia-Erzegovina deve imboccare una giusta direzione, il popolo croato è costretto ad andarsene dalla Serbia, il Trattato di Dayton va rivisto, il rapporto con l’Unione europea, di cui la Croazia fa parte dal primo luglio 2013, andrebbe migliorato. Insomma, anche se la carica presidenziale prevede soprattutto un ruolo cerimoniale, Kolinda Grabar Kitarović ha dimostrato di aver intenzione di occuparsi di esteri e di interni, soprattutto di far fatica a rivestire il ruolo che le compete: quello super partes. Anche tra i commentatori più critici il Blut und Boden non l’ha richiamato nessuno, appare comunque chiaro che gli abitanti della Croazia sono ridiventati un popolo unito dal leitmotiv della croaticità. Kolinda Grabar Kitarović si schernisce: «Si è perso il sano patriottismo che non deve essere visto come una minaccia», perché «siamo un paese eccezionale, benedetto, con molte ricchezze naturali». Per questo importa relativamente che la Bosnia-Erzegovina sia uno stato sovrano, anche lì i croati soffrono la crisi e vanno sostenuti, e anche lì, secondo una legge di Zagabria, hanno potuto partecipare alle elezioni.

 

Nel voto bosniaco e in quello della cosiddetta diaspora (i croati residenti all’estero) è prevalso il voto per la candidata dell’Hdz, che non è stato però il fattore significativo della vittoria. Josipović ha perso quasi dappertutto, nella stessa capitale Zagabria, ha conservato il primato solo a Rijeka e in Istria. Sono gli anziani, gli ultrasessantenni, ad avere votato per il presidente uscente, la maggioranza dei giovani – il 60% tra i 18 e il 29 – ha scelto invece Kolinda. Disperazione sociale, la presenza capillare della chiesa (l’80% della popolazione scolastica frequenta il catechismo), la scoperta della fede tra quanti hanno vissuto la guerra, un senso di ripugnanza nei confronti della corruzione – in un sondaggio effettuato una settimana prima delle elezioni la stragrande maggioranza degli intervistati giudicava il proprio come uno dei paesi più corrotti – ha forse contribuito alla scelta di una figura femminile, che ha costruito la sua carriera politica lontano dalla Croazia. Le femministe storiche commentano che una donna presidente in Croazia segna comunque una specie di “effetto Obama”, le più giovani ci tendono a precisare che non l’hanno votata perché una cosa è l’essere donna, altra la sua linea politica.

 

Madre casalinga e padre macellaio, nata in un paesino vicino a Rijeka, nata nel ’68, alta e bionda, Kolinda ha una figura che si impone. Secchiona fin da piccola, a scuola ha sempre avuto risultati brillanti, alle superiori per uno scambio internazionale, vola già a Los Alamos, poi si laurea a Zagabria. Insomma, una self-made woman che, in un rapporto non sempre facile con il suo partito, è diventata Ministro degli esteri, ambasciatrice in America, assistente del segretario generale Nato. Ha due figli adolescenti e un marito dedito che, dice, «non è un pantofolaio ma un vero uomo».

 

Kolinda è la donna bionica che spara e guida il trattore, la donna tradizionale che sa mungere una mucca e osanna la famiglia, la sua eroina è la madre, che non ha potuto studiare, ma è stata la sua prima fan. E, che ha scelto per lei, che si sarebbe dovuta chiamare Ksenija, l’inusuale Kolinda secondo i versi di una canzone canticchiata dal padre il giorno della sua nascita: «Kolinda, dai, dai».

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