Vicini Social

Tutto è iniziato da Via Fondazza a Bologna. A Milano adesso è arrivata Via Maiocchi. In mezzo, molti altri indirizzi. Nelle ultime settimane si è parlato molto di Social Street Italia. Le prime esperienze in cui si mettono insieme social network e vicini di casa. Da noi è una novità. In effetti, fino a qualche tempo fa, a parte i casi in cui l’inquilino della porta accanto non mette la password al suo wifi, non capitava spesso di fare discorsi in cui vicini e internet si incrociavano. Ancora oggi, se proviamo a cercare che cosa si dice dei vicini su twitter, troviamo per lo più lamentele. In Italia, secondo il Censis, le cause civili pendenti tra condomini sono almeno 130-140 mila; se si allarga il computo anche alle liti tra singoli la cifra potrebbe lievitare di tre o quattro volte. Maggiori cause di contrasti: uso degli spazi comuni, decoro dello stabile, immissione di rumori o di odori molesti, presenza di animali. Sembrava che dai vicini non potesse arrivarci nulla di meglio.

 

Quando ha avuto inizio tutto questo? In che momento i nostri vicini di casa sono divenuti un impiccio? Ha qualcosa a che vedere con Internet? Quando siamo connessi condividiamo tutto con chi è distante e ignoriamo chi vive a pochi metri da noi? Nella sua storia del vicinato dal medioevo ai giorni nostri (Cheek by Jowl: a History of Neighbours, Bodley Head, 2012) la ricercatrice inglese Emily Cockayne descrive un'età dell'oro in cui i vicini ti accompagnavano dalla culla alla bara, presenti e partecipi nei momenti più difficili. Ora avremmo raggiunto il punto più basso della parabola: «Non siamo mai stati così distanti dai vicini», scrive la storica. «Il nostro modello ideale di vicino oggi non si intromette e non disturba, non ci dà niente e non vuole niente». In pratica non esiste. «I ricchi non hanno vicini», ricorda Cockayne. È diventata questa la condizione cui aspiriamo? L'immagine può essere smentita da alcuni dati. Negli Stati Uniti, per esempio, negli ultimi anni si parla di «rinascita del vicinato».

 

Se nel 2008 il 31% degli americani dichiarava di non conoscere il nome dei propri vicini, soltanto due anni dopo la percentuale è scesa al 18%, secondo uno studio del Pew Research Institute. Probabilmente è merito della crisi, ipotizza l'istituto di ricerca: «La persistenza di condizioni difficili per l'economia fa sì che le persone si rivolgano ai vicini per un supporto informale più di quanto facessero in passato», si legge nel rapporto.

 

Quando ci si sposta sui più popolari social network però le cose cambiano: solo il 2% dei nostri amici su facebook sono anche nostri vicini di casa; nelle nostre reti è più frequente imbattersi in compagni di scuola (31%), familiari (20%), colleghi di lavoro (10%). «Quando parliamo di vicini, non parliamo di veri e propri amici, ma neanche di perfetti sconosciuti», spiega Robert J. Sampson, docente di sociologia a Harvard, autore di Great American City: Chicago and the Enduring Neighborhood effect (Chicago University Press, 2013). «Il buon vicinato non è stato distrutto da Internet – continua Sampson – si è diffusa la lettura fuorviante per cui la tecnologia porta inevitabilmente al declino delle comunità locali. Non credo sia così. La tecnologia può essere sfruttata per facilitare interazioni locali».

 

Il fenomeno delle start-up pensate apposta per mettere in rete i vicini segna un punto a favore di questa tesi. Si pensi a Nextdoor, il social network della porta accanto nato nel 2011. Già nel 2012 cresceva al ritmo di 20 comunità al giorno, al momento ne raccoglie 3300, ma il fondatore Nirav Tolia punta a 200mila solo negli Stati Uniti. Oppure Topix, usato soprattutto nei piccoli centri. Mentre già dal 2010 è attivo DeHood, praticamente un pioniere del campo, oggi è una app che funziona come un twitter di quartiere. Tutte piattaforme che coprono un'area in cui i social tradizionali sono deboli: «Con i vicini puoi lamentarti per una buca nella strada.

 

Non è quello che fai di solito su twitter o su facebook, non sono cose che suscitano grande interesse presso followers o amici», spiega Tolia. Sui network di vicinato si creano rapporti di altro tipo, si rafforzano legami pratici nati attorno a obiettivi specifici. Per esempio le comunità locali riunite su Nextdoor e Topix sono riuscite a far arrestare topi d'appartamento, indagare su inquinamento delle falde acquifere, fermare la costruzione di parcheggi a pagamento; oltre a fare tutto ciò che i vicini possono fare insieme: raccomandare baysitter, prestarsi il barbecue, caricare video delle feste di quartiere. (Persino in Italia qualcosa si era già mosso: a Milano a settembre 2012 era partito il blog «Mon-Keys», pensato per accogliere i nuovi arrivati nei quartieri della città. I futuri vicini presentavano la zona con brevi video. L'idea era di Elena Buscemi, 31 anni e Susy Longoni, 35, il progetto aveva vinto il bando Nausicaa Lab come miglior start-up con focus sulla cultura mediterranea. A maggio invece era nato Rooms', idea dell'associazione Ex Voto basata sull'aspetto ludico della condivisione: aprire le porte di casa a gare e concorsi artistici tra vicini).

 

In genere, su questi social non è un problema se non sei amico del vicino. «Non importa, non vuoi esserlo. La comunicazione funziona meglio se il contesto è neutrale», afferma il Ceo di Nextdoor. Per i legami profondi continua ad esserci Facebook, lì al massimo si gioca ad essere vicini, con applicazioni come Farmville. Qualcuno però ha già pensato a sfruttare quello spirito competitivo per ottenerne vantaggi tangibili. Micki Krimmel ha fondato Neighborgoods: «Una specie di Amazon dei prestiti, basato sullo scambio di beni fisici tra vicini», spiega. Ancora una volta, sembra un ritorno al passato.

 

«Prima dei supermarket e dei frigoriferi, soprattutto in campagna, condividere il cibo tra vicini era un modo essenziale di usare le provviste», osserva l'autrice di Cheek by Jowl. «Oggi dalla condivisione di beni con i nostri vicini possono beneficiare le nostre tasche e l'ambiente. Perché questo avvenga ci vuole un alto livello di organizzazione, internet può facilitare le cose». Certo non è un ritorno ai tempi in cui con i vicini condividevamo tutto, ma proprio tutto. «La nostra esperienza di vicinato è meno scatologica di quanto sia stata in passato. Fino a non molti decenni fa con i nostri vicini avevamo in comune anche i servizi igienici», ricorda la storica Cockayne. «Oggi molti di noi non sanno nemmeno com'è fatto il bagno del vicino». E forse non tutto il passato è da rimpiangere.

 

Una prima versione di questo articolo è uscita su La Lettura

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