Somiglio alle mie scarpe

Me ne sono accorto oggi (che giorno è? È settembre). Ho guardato le pedule morbide, ormai al (viale del) tramonto, con la loro scritta dietro il tallone, discreta e anche evocativa, perché no? Modello "renegade". Le ho guardate bene: "l'ultima volta avevamo detto che era la fine. Avevamo scelto un grande luogo selvaggio. Ricordate? Poi ce l'avete fatta, mi avete indossato anche questa volta..." Loro due mi hanno guardato così intensamente, intrise di quell'umidità assorbita nelle ore tra foreste, pinnacoli e pascoli solitari, camminando come se nuotassi nell'Oceano Tetide. È così che all'improvviso ho visto il mio volto nel loro: la stessa espressione pensosa. Assomigliavo a loro.

 

Anzi, io ero le mie scarpe.

 

E ho pensato, che le scarpe non mentono mai. Ero partito al mattino presto per fare ordine nel tumulto di rifiuti mediatici che ogni giorno dobbiamo elaborare. Ma la risposta era lì, nelle mie scarpe: che consumandosi ti dicono della tua postura. Cioè raccontano come sta il tuo corpo. Ovvero, il corpo racconta come sta la mente e anche la tua psiche. Sì, il legame inscindibile. Ma quanti guardano le scarpe? Le scarpe non mentono no. Le ho lasciate lì a prendere aria e ho lavato i piedi con l'acqua fredda di sorgente. Poi son tornato nel mondo.

 

Pensando a quell'attimo di scoperta, ho visto che non mentiva la scarpa della reporter ungherese, quell'essere mostruoso che sgambetta un padre in fuga con un bambino in braccio; non mentono le scarpe lasciate chissà dove da migliaia di profughi scalzi e neanche quelle di migliaia di persone solidali con loro. Andare scalzi? Camminando? Scherziamo? Troveranno un modo per fermarli, perché i passi e le scarpe non mentono: vanno. Era così per i black block – le avete viste, si, le scarpe dei black block? Gli anfibi, uguali a quelli di chi doveva fermarli. Gli anfibi dell'Isis, gli anfibi dei marines: gli anfibi in genere a me ricordano il filo spinato.

 

Non mentono le scarpe dei bambini – di quelli morti che vediamo emozionandoci e di quelli morti che non vediamo, emozionandoci lo stesso in barba ai "banalizzatori" di professione che sanno sempre cosa proviamo, cosa pensiamo, cosa vogliamo. Non mentono le scarpe che vedo dal 1980 ogni 2 agosto nelle fotografie della strage di Bologna (ai tempi i black block non li avevano ancora creati: c'erano altre sfumature di nero ben distribuite nei gangli dello stato), oppure le scarpe di quel milione e duecentomila morti nella "guerra contro l'Iraq" e non mentivano le scarpe della Albright nel 1996 quando Lesley Stahl, conduttrice del programma “60 Minutes” alla allora ambasciatrice degli USA presso l’ONU, disse: “Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti. Un numero maggiore di quanti bambini morirono ad Hiroshima. Valeva la pena pagare questo prezzo?”.

 

"Sì, noi riteniamo che ne sia valso la pena.” Chissà che scarpe avevano gli scienziati della Bomba, perché anche quelle non mentono. Le scarpe di chi ogni giorno costruisce armi in Italia, quando torna a casa. Ma ho anche visto le scarpe di Gino Strada, quando dice che non è pacifista, ma contro la guerra. Le scarpe di chi lo intervista, spesso sudano: sono piedi non in grado di capire. Perché? Perché anche se le inquadrano, sapendo di toccare "la pancia dell'audience" (vendendo dunque più pubblicità), oggi non mentono le scarpe di chi sta sui barconi: che magari cadendo in mare, quel peso diventa insopportabile e ti porta sul fondo, nella postura definitiva. Un vero fetish dei media.

 

Insomma. Tutti con le scarpe, l'unica vera tracciabilità della mente e della psiche, nel global positioning system chiamato corpo umano. È che c'è una cosa stana. Io assomiglio alle mie scarpe, ma quelle di chi sta giocando con il fuoco e le vite altrui, per uno strano effetto, diventano sempre più lucide e scintillanti. Sempre più piatte. Sempre più senza un cammino da seguire.

 

 

 

Nel centenario della prima pubblicazione, esce in questi giorni per Feltrinelli UE la nuova edizione dell’opera di Jack London, Il vagabondo delle stelle, da cui Davide Sapienza, che l’ha tradotta e curata, ha preso il titolo della sua rubrica.

ph. Davide Sapienza

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