La morte si fa social

Diversi autori, a cominciare da Norbert Elias e Philippe Ariès, hanno sostenuto che prima che emergesse la nozione di individuo, e cioè all’incirca fino all’Alto Medioevo, la morte non era vissuta come un evento così drammatico come oggi. Non a caso fino al XV secolo esisteva ancora la Danza della Morte, grande festa egualitaria e collettiva in cui re, aristocratici, vescovi, borghesi e plebei erano uguali davanti alla morte. È infatti nel secolo successivo che questa dimensione festosa e gioiosa della morte si è ridimensionata sino a scomparire. Ciò è accaduto, come ha affermato Jean Baudrillard nel volume Lo scambio simbolico e la morte, «con la Controriforma e i giochi funebri e ossessivi del Barocco, ma soprattutto con il protestantesimo che, individualizzando le coscienze davanti a Dio, disinvestendo il cerimoniale collettivo, accelera il processo d’angoscia individuale della morte. È da esso inoltre che sorgerà l’immensa impresa moderna di scongiuro della morte: l’etica dell’accumulazione e della produzione materiale, la santificazione mediante l’investimento, il lavoro e il profitto che si chiama comunemente lo “spirito del capitalismo” (Max Weber)» (p. 160). 

 

Nonostante ciò, la morte è rimasta per gli esseri umani una presenza insopportabile. Soprattutto in un modello sociale come quello occidentale, che si basa fondamentalmente sulla promessa agli individui di poter raggiungere il benessere e la felicità. D’altronde, il sociologo Marzio Barbagli, nel suo Alla fine della vita (Il Mulino), ha di recente mostrato, dati alla mano, come nei secoli passati si morisse male, tra grandi sofferenze e spesso lontani da casa, in guerra o nei lazzaretti. Non è un caso perciò se i corpi dei morti sono stati allontanati dai centri delle città, dove, sino alla fine del XV secolo, erano sistemati in perfetta armonia, seppelliti all’interno delle chiese o di fianco ad esse. Prima sono stati recintati da mura che ne impedivano la vista e poi, per decisione di Napoleone Bonaparte, sono stati collocati nei cimiteri appositamente costruiti all’esterno delle città.

 

 

È vero comunque che nelle civiltà del passato l’impatto della morte era in parte attutito dal fatto che questo evento era vissuto collettivamente come una conclusione inevitabile dell’esistenza umana, mentre oggi esso è diventato un fatto puramente individuale, che, proprio per questo motivo, il singolo non riesce più a spiegare. Lo vive fondamentalmente come un incidente inspiegabile e ingiusto. La morte, dunque, se non è più condivisa, diventa un problema da gestire individualmente. Zygmunt Bauman, nel saggio Il teatro dell’immortalità (Il Mulino), ha affermato che le società moderne hanno affrontato la morte con la strategia della «decostruzione della mortalità», trasformandola in un fenomeno individuale correlato a una specifica causa. Su tale causa si sono concentrate tutte le attenzioni, perché era vista come evitabile e controllabile da parte dell’essere umano, mentre la morte è passata progressivamente in secondo piano. Prevaleva cioè la convinzione che si può evitare la morte se si scopre da che cosa precisamente si è stati colpiti. 

 

Ma la morte rimane, con il suo carico di negatività. Un’idea che si è fatta largo, allora, è quella di “naturalizzarla”, trasformarla in un simulacro della vita. Il malato grave destinato a morire non può più far parte della famiglia e dev’essere isolato nell’ospedale, spazio controllato dalla medicina e dalla scienza. E anche gli ospizi per i vecchi, che ricordano la morte, sono stati sostituiti dalle residenze per la terza età, dove le persone non muoiono più, ma rimangono in una condizione indefinita di non vita e di non morte. Persino i cimiteri oggi non sono più tali. Vengono infatti ridisegnati da famosi architetti che cercano di trasformarli in luoghi esteticamente piacevoli. E si diffondono le “case funerarie”, degli spazi accoglienti come le abitazioni private dove poter accogliere quello che non si vuole più avere in casa: l’ingombrante presenza del corpo del familiare morto. 

 

Ma questo processo di naturalizzazione della morte è evidente soprattutto all’interno del Web. Dove c’è anche chi si è preoccupato di creare un cimitero, il Requiescat Cemetery, in cui chiunque può rendere pubblico il suo dolore facendo installare ad esempio delle tombe per i morti della famiglia o ricordare dei personaggi famosi mettendo dei fiori davanti alle loro tombe. Il filosofo Davide Sisto, nel recente volume La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale (Bollati Boringhieri), ha cercato di esplorare questa nuova dimensione digitale della morte. È stato calcolato che su Facebook sono già oggi presenti più di venti milioni di defunti. Molti sono tenuti artificialmente in vita dai vivi. Così si ha la sensazione che i morti continuino a essere tra noi e possiamo continuare a fargli gli auguri ogni anno. Il Web si trasforma perciò progressivamente nel più grande cimitero del mondo. Ma, come ha detto Baudrillard, la morte non può essere totalmente cancellata dalla società. Riemerge periodicamente affluendo negli interstizi e negli spazi liberi che le vengono lasciati. Perché si tratta di una dimensione ineliminabile dell’esistenza umana. Allora possiamo chiederci, come fa Sisto, se il Web possa insegnarci a convivere con la morte, a pensare a quest’ultima in una maniera del tutto nuova. 

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