Sanremo: greggi e like

Mengoni vince Sanremo. E la critica fa vincere Elio.
Nel suo piccolo, non per dargli troppo peso, è una di quelle inezie in cui però si legge anche altro. Perché è sempre la solita discrasia, e il solito cortocircuito di questo paese: il paese da una parte, e la sua classe dirigente dall’altra. E quindi, a dirla tutta: una classe dirigente scollata, che non è in grado di “scegliere” (dirigere) per il resto. Per una qualche ragione alta, o per un'idea di società, o semplicemente per indirizzare il resto delle cose. Sceglie, semplicemente, per compiacersi. Perchè gli fa chic il rimando monotòno a Rossini, fa colto il culto del trash, e cova nel suo animo il piacere della dinstinzione, a tutti i costi, dal resto del coro. Più tutta una serie di ragioni personali, che vattelappesca, ma pur sempre personali.
Molto lontani dal compito, difficile, di avere il polso del paese (a cui Elio, ineluttabilmente, non piacerà mai), e provare a essere il perno su cui smuoverla. Avere un ruolo, dirigere il traffico. Che significa ascoltarla, capirla, proporre, e indirizzarla. Questi sono i compiti di una classe dirigente.
E invece, da decenni, abbiamo una “critica” che procede per “mi piace”, ovvero gli stessi criteri di selezione del resto del paese (il gusto). Criteri autoriferiti, e per questo inservibili. Criteri misurati con il termometro di una minoranza, e con un unità di misura incomprensibile ai più.
Se non hai una logica di selezione più “alta”, se non ti assumi la responsabilità del pastore, del vigile, del sacerdote (o come chiamarlo oggi, chissà) e invece hai gli stessi criteri di scelta dei più (il mi piace) vinceranno sempre i più. Non c’è storia.
E alla fine finisce che, chiusi nel mercatino delle proprie vanità, non si riesce più a dirigere niente, e non si fa altro da decenni, che lasciar vincere il più forte.

ps. E poi vatti a lamentare che esiste Berlusconi. 

 

 

twitter.com/roberto_marone

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17 Febbraio 2013