China Art Palace, Shanghai

The Crown of the East, la Corona d’Oriente: questo, a dare retta alle sempre provvisorie guide turistiche di Shanghai, inutili baedeker ogni volta in ritardo rispetto ai mutamenti incessanti di una megalopoli senza rimpianti, è il soprannome attribuito all’architettura bolliwoodiana – uno sorta di ziggurat rovesciato, ovviamente rosso lacca (o rosso PCC ?)– che, nato come Padiglione Cina per l’Expo 2010, oggi accoglie il China Art Palace. Meta di un pellegrinaggio obbligatorio e infinitamente paziente nelle settimane affollate dell’Esposizione Universale più visitata di tutti i tempi, una sontuosa celebrazione della nuova Cina (e del tardo capitalismo) di cui rimangono oggi giovanissime rovine e qualche improvviso monumento – tra gli altri, l’astronave luccicante della Mercedes Benz Arena, oppure lo Shanghai Italian Center, le cui architetture tanto design  sono abitate dalle voci di Celentano and friends – il China Art Palace anche nei giorni più silenziosi resta per il singolo visitatore, escluso per orgoglio o inadeguatezza dai rituali controllatissimi dei gruppi organizzati, uno spazio non facile da conquistare.

 

 

È un obiettivo che si raggiunge con determinazione e coraggio, sfidando le labirintiche corsie che nella torrida estate 2010 regolavano il traffico chilometrico dei devoti, superando i tornelli e i controlli di sicurezza, vincendo la vertigine che coglie all’interno (ma è davvero un interno questa piazza smisurata e fragorosa?) di una costruzione ribaltata e colossale, capace di annientare l’orientamento più acuto per eccesso di riferimenti e segni e direzioni e scale e ballatoi che si espandono verso l’alto celebrando una dimensione contemplativa o, meglio, ammirativa, che non prevede alcuna intimità. Il ding, il vaso rituale che nella tradizione cinese è simbolo di potere e di dominio sul mondo, è il modello per questa architettura come lo è per quella, ben più modesta nelle dimensioni, dello Shanghai Museum, il più amato e prestigioso fra i musei di una città che, ambiziosa e assolutamente posmoderna, continua ad aprire nuovi spazi museali e nuove gallerie, ben sapendo che è nell’esposizione e solo nell’esposizione che si parrà la sua globale nobilitade.

 

 

Tutto si espone, tutto diventa feticcio: la merce, traboccante in ogni via, avenue, vicolo di Shanghai, corpo urbano che, dietro la facciata ottocentesca e da sempre trionfante del Bund e oltre la quinta colorata degli inverosimili grattacieli del quartiere finanziario di Pudong, cresce come una spensierata malattia – Better city better life recitava ottimista il pay off dell’Expo – e quindi l’arte, qui più che mai merce specialissima. L’arte moderna, soprattutto, della cui nascita in Cina e del cui controverso sviluppo fino al nostro secolo il China Art Palace racconta con larghezza di mezzi e persino con spreco di spazi. Imponenti gruppi scultorei, teorie di eroi del comunismo cinese, bloccano lo sguardo e scandiscono il percorso mentre enormi dipinti ad olio, quadri storici già senza tempo (Ottocento o Novecento? o inizi XXI secolo? Difficile fare filologia, e in fondo cercare la fonte o la citazione è in questo caso un vezzo insensato) accompagnano maestosi i visitatori verso il cuore del museo. Da qui, sotto gli occhi e, soprattutto gli obiettivi fotografici di un pubblico ancora da educare (“non toccare”, “non sputare” sono fra gli ammonimenti più frequenti) si diramano percorsi cronologici, cammei biografici e poi sequenze costruite per tema o per genere – incantevole, anche nella semplicità efficace dell’allestimento, la parte dedicata all’animazione, deliziosamente in bilico tra mito e realpolitik – e, ovviamente, mostre temporanee che contribuiscono a raccontare The Glory of the Era, per citare il nome piuttosto impegnativo di una delle sezioni espositive.

 

 

Non mancano neppure le meraviglie del mondo visto dalla Cina: con un’operazione che molto dice di quanto il museo sia oggi più che mai non solo status symbol urbano ma luogo di condensazione e di comunicazione del potere, il China Art Palace raccoglie opere – per lo più secondarie ma la cui presenza non è per questo meno importante – provenienti dalla collezione del British Museum, dal Whitney di New York, dal Rijksmuseum di Amsterdam ma anche dalle case museo di Victor Hugo (che i depositi del Louvre siano già tutti impegnati per Abu Dhabi?), dal Council of Culture and Arts del Messico e, una vera chicca, dal New Zealand museum Papa Tongarewa: Congratulations from the World, e che altro sennò? Peccato però che a questa sequenza di trionfi corrisponda nel ventre profondo del museo la desolazione di una biblioteca spoglia e che il gift shop offra scarne cartoline impressioniste e foulard con i girasoli di Van Gogh. In un paese che della copia come esercizio di stile ha fatto il proprio emblema, il merchandising museale, che è in fondo sempre copia e talvolta parodia, non sembrerebbe aver attecchito.

 

 

Ma è solo questione di (pochissimo) tempo: non ci vorrà molto e centinaia di rosse Corone dell’Oriente, in forma di canotta tazza o cover per Iphone5, con la neve o gli swarovsky, a luce solare o a led, si affiancheranno ai busti in porcellana bianca di Mao, ai pennelli per i calligrafi della domenica, ai set di bacchette con incisa l’immagine dell’Oriental East Pearl Tv & Radio Tower e, naturalmente, ai maneki-neko, i (giapponesi) gattini portafortuna, tutti esposti in bell’ordine, i più piccoli davanti, i più grandi dietro, sugli scaffali interminabili e luccicanti del mall center Shanghai, incredibile città museo dell’iperconsumo.

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23 Gennaio 2013