festival scarabocchi 2020

I diospiri di Clizia

“I migliori sono quelli del ragno”, diceva mia madre dei kaki. E il ragno non era l’artropode, ma il disegno delle linee nere nell’arancio al colmo del frutto, che da lontano sembra un aracnide intento a suggerne il dolce.

 

Per noi al nord, i kaki (per favore, chiamatelo kaki anche al singolare) sono i nostri agrumi. Non v’è brolo o pomario rispettabile senza un albero di diospiri (Diospyros kaki) ben potato, per frutti a portata di mano. Come l’arancio, è cinese d’origine e assai ornamentale: chioma tondeggiante compatta, larghe foglie ovali dall’apice pronunciato, lucide nella pagina superiore, d’un bel verde scuro in piena vegetazione, viranti in autunnali sinfonie di rossi. Poi, a novembre, sui rami spogli spiccano i globi accesi dei frutti a sciogliere freddo e nebbia.

 

Per questa invernale solarità, nell’Elegia di Pico Farnese (Le occasioni), Eugenio Montale li ha eletti a epifaniche primizie della metamorfosi  di Clizia (colei “ch’a veder lo sol si gira”) in Visiting Angel, o donna del “soccorso”:

 

 

Se urgi fino al midollo i diòsperi e nell’acque

specchi il piumaggio della tua fronte senza errore

[…]

il tuo splendore è aperto. Ma più discreto allora

che dall’androne gelido, il teatro dell’infanzia

da anni abbandonato, dalla soffitta tetra

di vetri e di astrolabi, dopo una lunga attesa

ai balconi dell’edera, un segno ci conduce

alla radura brulla dove per noi qualcuno

tenta una festa di spari. E qui, se appare inudibile

il tuo soccorso, nell’aria prilla il piattello, si rompe

ai nostri colpi! Il giorno non chiede più di una chiave.

È mite il tempo. Il lampo delle tue vesti è sciolto

entro l’umore dell’occhio che rifrange nel suo

cristallo altri colori. Dietro di noi, calmo, ignaro

del mutamento, da lemure ormai rifatto celeste,

il fanciulletto Anacleto ricarica i fucili.

 

 

Non teme le rigide temperature il Kaki, ancor più se innestato sul rustico Diospyros lotus. Nota come falso loto o albero di Sant’Andrea, questa varietà ha piccoli frutti eduli, perfette miniature di quelli che cogliamo nell’orto di casa o acquistiamo dal fruttivendolo. Ma le analogie si fermano qui.

 

Il falso loto raggiunge altezze di rilievo (finanche venti metri), mostra lunghe foglie lanceolate e la corteccia, incisa da profondi regolari solchi, nera, artistica. Forse per questo a Milano se ne possono cogliere le bruno-bronzee bacche dal sapore datterino nel parco della Triennale. Ma la sua diffusione è ormai spontanea: i non ignari cacciatori lo piantano come esca per gli uccelli nei roccoli, verdi architetture dell’inganno.

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03 Gennaio 2013