Venezia - Asseggiano, 8 marzo 2012

Spacco bottiglia-ammazzo famiglia! Che significa? Significa che basta un niente per incendiare una scuola, o un quartiere. Ma andiamo con ordine, e ripartiamo dal 27 febbraio.

 

Finalmente i due mari si sono incontrati: finalmente dopo mesi di lavoro separati, siamo arrivati a riunire tutta (o quasi) la tribù di Eresia della Felicità a Venezia: finalmente il 27 febbraio al Cinema Teatro Aurora di Marghera, ospiti della compagnia teatrale Questa Nave, si sono incontrati il gruppo dell’Istituto Tecnico Edison-Volta di Asseggiano e il gruppo del Liceo Classico Marco Polo di Venezia. In attesa che arrivasse il tecnico del teatro e accendesse la luce in sala, i ragazzi si sono annusati, come dice Filippo. Aspettando nell’atrio, i due gruppi restavano divisi, tranne qualche timido approccio, e gli sguardi sottecchi o lanciati come dardi. Emozione e curiosità nell’aria. Poi abbiamo iniziato.

 

 

Abbiamo iniziato tutti e 45 sul palco, in cerchio, col canto dell’ottava del Boiardo, da L’Orlando innamorato, il canto con cui spesso iniziamo gli incontri di non-scuola. È un modo per scaldare la voce e la fantasia, perché dopo la prima esecuzione di canto all’antica, secondo i moduli della melodia popolare, si continua poi reinventandola a ritmo di rap.

 

Tutte le cose sotto della luna

l'alta ricchezza e i regni della terra

son sottoposti a voglia di Fortuna

lei la porta apre d'improvviso e serra

e quando più par bianca divien bruna

ma più se mostra a caso della guerra

instabile voltante e roinosa

e più fallace ch'alcuna altra cosa.

 

Poi abbiamo provato la scena del diluvio in sala. Poi le quattro scene dei puri e degli impuri, con i ragazzi di Asseggiano che finalmente vedevano le scene create dal Marco Polo, e viceversa. Risate e partecipazione, e nessuna traccia di stupida competizione.

 

 

Qualche ovvia turbolenza iniziale, che si è poi incanalata in una disciplina sconcertante: è bello essere sconcertati. Onestamente ci aspettavamo un primo incontro tutti insieme più caotico, e invece: da subito un gran senso di appartenenza, di fare squadra insieme. Ma non immaginateveli in modo errato, non erano lì a fare il compitino: erano tutti disciplinati e scatenati allo stesso tempo.

 

Questione degli abbracci. Perché con i ragazzi di Asseggiano ci sono nel salutarsi baci e abbracci e non con noi? Così ci ha chiesto una studentessa del Marco Polo. Una domanda che noi guide non ci aspettavamo, alla quale abbiamo risposto con sincerità: perché sono loro, gli asseggianesi, che hanno instaurato questa modalità, e noi volentieri la assecondiamo, così come assecondiamo una modalità diversa al Marco Polo, più composta. D’altronde, ogni non-scuola ha la sua diversa temperatura, e va rispettata: con i palotini senegalesi ci si dà solo la mano, mentre Scampia è, tra i luoghi della non-scuola nel mondo, quello in cui ci si bacia e ci si abbraccia di più, in continuazione, con tutti. Forse non a caso…

 

 

Il 5 marzo ci si è ritrovati nella sede della Fondazione di Venezia per la conferenza stampa sull’intero progetto: oltre a noi guide Albe, erano presenti i professori e gli operatori che hanno seguito le varie fasi di lavoro, e una nutrita rappresentanza delle due scuole. Con la regia di Cristina Palumbo, operatrice di una Fondazione che non ha solamente reso possibile il progetto, dandogli basi economiche e materiali, ma che lo ha anche accompagnato con intelligenza e attenzione preziosa, gli adolescenti hanno preso la parola: da Giko, di Asseggiano, che ha parlato per primo dicendo che lui aveva cominciato tanto per avere un “credito”, ma che mai si sarebbe aspettato una cosa simile, a Lilia del Marco Polo, che riferiva la sua prima impressione sull’incontro del 27 febbraio, ovvero del percepirsi “un po’ smorti” davanti all’energia e alla potenza dell’altro gruppo, fino a Beatrice, anche lei del Marco Polo, che confessava il suo sentirsi contagiata dalla potenza del teatro, dalla bellezza di vivere il palcoscenico. E’ stata sicuramente una conferenza stampa sui generis, per la folta presenza degli adolescenti e per il loro modo di raccontare l’esperienza, e di rispondere ai giornalisti.

 

E infine il 7 marzo siamo andati nella Scuola Media Luigi Einaudi di Marghera, nella 1 B della professoressa Cristina Stocco: lì abbiamo passato un’ora con l’intera classe, e nella classe quei 14 ragazzini e ragazzine (età 11 anni) che si uniranno al gruppo di Eresia nelle ultime due settimane. Sapevamo che un’ora sola con i “piccoli” era molto poco ma, ci dicevamo tra noi, speriamo che basti a farci conoscere, a familiarizzare. Macchè! A familiarizzare son bastati i primi cinque minuti, poi abbiamo cominciato a distribuire le poesie di Majakovski, e ognuno di loro ne ha presa una, se ne è impossessato come di un’arma, di un giocattolo scintillante, abbiamo cominciato a cantarle e a suonarle in coro, come l’ottava del Boiardo. Alla fine non ci volevano far andar via, la temperatura in classe era altissima, e Cristina ha dovuto alzare un cartello rosso, una sorta di semaforo per riportare l’ordine…

 

 

Mi ha colpito il fatto che tra i piccoli ce n’era una, Chiara, completamente, letteralmente sorda: le manca il senso dell’udito. Questo suo limite non mi era stato riferito, e non avevo fatto caso all’insegnante di sostegno che in classe era presente solo per lei. Meglio così: abbiamo lavorato con lei come con tutti gli altri, senza particolari problemi. Da sempre facciamo così, nella non-scuola: quando ci troviamo nel gruppo un ragazzino con un qualche limite, non facciamo particolari differenze, lo facciamo giocare insieme agli altri, ovviamente stando attenti a quelle che sono le sue esigenze, ma senza isolarlo dal cerchio dell’energia collettiva. Che poi, in fondo, non siamo tutti, noi tutti, grandi e piccoli, limitati? Tutti de-finiti, confinati nel perimetro del nostro corpo, della nostra psiche, della nostra esperienza del mondo, limite che è insieme differenza e quindi anche ricchezza? Il modo con cui Chiara diceva quei tre versi di Majakovskij:

 

Risplende il sole nel buio!

Ardete stelle di notte!

Ghiaccio sotto di noi spezzati!

 

 

Il modo con cui Chiara frantumava tra la lingua quei versi, e il coro dei compagni che glieli ripeteva compatto, erano commoventi: io non capivo il perché, ma in quel momento ne ero emozionato e turbato, poi quando solo dopo ho saputo, ho anche compreso: il limite di Chiara, e il suo sorriso largo nel dire “Ghiaccio sotto di noi spezzati!”, erano in quel momento l’arma differente che solo lei possedeva, lei sì era la Regina, la Signora di quella poesia di cui deteneva il segreto, ci parlava di un ghiaccio e di una sordità da cui tutti siamo attraversati, la preghiera e il grido dell’umanità perché quella crosta si spezzi. Quel limite venga varcato.

 

Ghiaccio, fuoco. Mi accorgo di non avervi parlato dell’incendio cui accennavo all’inizio, della canzoncina maligna: “spacco bottiglia-ammazzo famiglia”. Ma c’è tempo, ve ne racconterò un’altra volta. Adesso voglio chiudere con l’immagine della piccola Chiara, sovrana del Silenzio e di quella musica misteriosa (per noi misteriosa, non per lei) che il Silenzio custodisce.

 

 

Poiché essere un maestro non significa dire: “È così”, non significa neanche impartire lezioni, e simili; no: essere un maestro significa, in verità, essere discepolo. L’insegnamento comincia quando tu, maestro, impari dal discepolo, quando tu ti trasferisci in ciò che ha compreso, e nel modo in cui ha compreso.

 

Soren Kierkegaard

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