RezzaMastrella: un ciclone

6 Febbraio 2026

C’è un teatro di conversazione e un teatro della realtà. C’è un teatro politico, ce n’è uno dialettico, uno immaginifico. Uno comico, naturalmente, e uno tragico. Esiste un teatro metafisico e – per non lasciarne fuori nessuno – uno surreale e uno dell’assurdo. Un teatro di testo e uno di immagini; uno apocalittico, uno controverso, uno provocatorio. Uno fisico e uno che gioca con le parole, sulle parole, nelle parole. O che si crogiola nelle parole. C’è un teatro borghese e un teatro di Marte. Un teatro dei buoni sentimenti e un teatro cinico.

Bene, Antonio Rezza, in coppia sempre con quella magnifica inventrice di spazi abitabili che è Flavia Mastrella, non è niente di tutto questo, perché è insieme tutto questo e pure qualcosa di più. Sicuramente di diverso. È un fulmine in un cielo stagnante, un gioco di parole, uno sguardo profondo dentro l’Io e dentro la società per virtù di lazzi; è uno sberleffo, una vocina di cartone animato che ti squarcia, che rovescia abitudini e luoghi comuni, riportando alla voglia di guardare dentro le cose, di rovistare. Ti affascina, ti seduce, ti fa viaggiare. E ti fa ridere, mostrandoti quanto di ridicolo c’è nelle vite che conduciamo, che ci conducono, che ci agitano, e quanto di sbagliato in quello che ci circonda. D’altra parte, la sua figura sembra tagliata con l’accetta, stortigliata perché storti e contorti siamo noi, come storte e contorte sono le cose. Si dimena in scena, come un naufrago in mare o come un pugile suonato che però tende a un obiettivo che all’inizio non capiamo. Cerca, con i salti, con le smorfie, con le contorsioni, fisiche e dialettiche, di strapparci una risata (e ci riesce), per strattonarci via dalle finzioni, chiamiamole pure maschere, che ci coprono e ci fanno camminare impettiti, tronfi, o almeno sicuri di qualche cosa, di qualche sicurezza, anche piccola, piccolissima.

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L’ultimo spettacolo, visto all’Arena del Sole di Bologna e in fittissima tournée, già nel titolo ci fa precipitare in un abisso. Metadietro, come metateatro, metalinguistica, metadiscorso... Ma cos’è un “metadietro”? La riflessione sullo stare dietro, o sull’avere qualcuno alle spalle, sull’aggiungere una molecola come in chimica, magari ai tempi di Meta, la società di Zuckerberg? E quale sarà il rapporto con questo ‘seguace’, come ombra seguente: schietto, di fastidio, di paura o simile a quello servo/padrone di cui parla nientemeno che Hegel?

Siamo su una nave nel bel mezzo di una tempesta, o di un tifone, a seconda se pensiate che la citazione venga da Shakespeare o da Conrad. Un capitano in divisa blu elettrica cerca di portare un riottoso equipaggio, sempre sull’orlo dell’ammutinamento, in porto. La nave, come d’obbligo con Flavia Mastrella, è fatta di tele trasparenti su intelaiature che la rendono mobile e la trasformano, la fanno vedere di poppa e di prua e poi, nella seconda parte dello spettacolo, la rendono una svettante astronave.

Qualcuno è caduto in mare, e non è raro di questi tempi. Forse un bambino, forse persone che i mari hanno sognato di attraversarli (quelli, ad esempio, che chiamiamo migranti). A un certo punto la citazione sembra volgere decisamente dalle parti di Shakespeare, perché si evoca Cipro, e allora compare il fantasma di Otello. Ma solo per un attimo, perché nel teatro di Rezza e Mastrella l’unica certezza è lo slittamento continuo, il trionfo dell’analogia perpetua, dell’associazione che fa saltare altrove, la follia verbale commisurata a quella che i futuristi, innamorati del teatro di varietà, chiamavano fisicofollia. Anche Rezza (e Mastrella) mi sembra(no) indirizzati verso il varietà: i loro spettacoli sono numeri in sequenze di scatole cinesi, variazioni, metamorfosi continue, che portano dai furori dei mari alla spiaggia della polizia di Maccarese, all’acqua sotto coperta e al fatto che col caldo che fa tra gli ombrelloni di coperte non ce n’è proprio bisogno.

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Variazione continua. Invenzione continua. Salto di situazione. Questo lo abbiamo sempre visto nelle pièce di RezzaMastrella. Qui il gioco però è condotto, nella scena della tempesta (o tifone), da una sinfonia di voci che – registrate – entrano in dialogo con il protagonista, smontandolo, insultandolo, imponendogli ritmi di risposta velocissimi, disegnando rapporti di forza cui lui reagisce, in una girandola di invenzioni che diventa sinfonia, fisica e verbale, disegnando un alter ego collettivo, epico potremmo dire, del solista in balia dei flutti, della ciurma e delle trasparenze delle vele.

Poi c’è il ‘solito’, vertiginoso, intermezzo matematico:

“…24 anni…24 anni 72 anni fa, un ragazzino, 24 anni 72 anni fa…ma si può morire a 24 anni 72 anni fa quando ne ha fatti 96 l’altro ieri e c’ero pure io alla festicciola? Ma si può esalare a 24 anni 72 anni fa quando ne ha fatti 96 l’altro ieri che se fosse morto 24 anni fa a 72 uno avrebbe detto ‘un’altra ventina di anni poteva pure campare’ ne ha campati 24, gli stessi 24 che c’aveva 72 anni fa… ma si può morire in modo così arzigogolato?”…

Un’intromissione che continua, ponendo velocemente problemi irrisolvibili al pubblico, evocando sempre, dietro le parole (metadietro?) la morte, in modo leggero, disincantato, comico, implacabile. E di matematica vivono, a un certo punto, dopo l’inizio, tutti gli spettacoli di RezzaMastrella, perché ci agitiamo in un mondo di numeri (e algoritmi), perché spesso siamo schiacciati da conti che non tornano, che non riusciamo a controllare. Basta citare vecchi successi della coppia, Fratto_X, 7 14 21 28, ma anche – per capire come si scontra con la nostra incapacità a dominare i numeri, le azioni, le persone questo burattino contorto e irrefrenabile – Anelante e Porte, la creazione prima di Metadietro, del 2022, tutta giocata sul fuori e sul dentro della soglia.

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Ma questo Metadietro è uno spettacolo d’avventura, conradiano o salgariano o verniano, se volete, in un mondo in cui non esistono più gli eroi. Dopo l’inizio in nave parte il tentativo di un viaggio nello spazio con un fedele capitano astronauta, il bravo Daniele Cavaioli, che di fronte all’irruenza incontenibile di Rezza sembra stordito, imbambolato, capace solo, come il Gatto cieco di Pinocchio, di ripeterne l’ultima parola, o l’ultima frase, senza neppure prenderci sempre. Verso gli spazi interstellari, con Rezza davanti e Cavaioli dietro (meta dietro), rivediamo la coppia per eccellenza del teatro e del cinema da ridere, con il comico e la spalla, il comico che maramaldeggia e la spalla che segue e subisce. Con in più quel tocco di avventura che ha necessità di bandiere, da piantare sui satelliti e sulle quali magari pulirsi i piedi o asciugarsi le mani; con l’uomo condannato a essere sostituito dalle macchine. E uomini e macchine che intanto lasciano sgretolare l’edifico della logica e della lingua, con associazioni, deformazioni, verbali furori, esplosioni di parole e frantumazione di frasi, rivelazioni, slittamenti, sfinimenti, sgretolamenti.

Il massacro è in scena: della dialettica, della ragione certa, del nostro mondo incerto, inerte.

L’astronave attraversa bombardamenti di meteoriti e non c’è (non c’era in mare, nella prima scena) trippa per gatti, anche se di trippa nelle nostre acque ce n’è molta. Scafandri da astronauti e ali da angelo, con nuovi elementi aerei di Flavia Mastrella, culla, cuccia, macchina per volare. Intelligenza artificiale, naturalmente, siamo nelle sue mani. Ma: “Ma è mai possibile che alle soglie dell’intelligenza artificiale, che sarebbe dopo domani la mia, non si riesca a contrapporre a essa un’intelligenza artificiosa, strutturale, spontanea, clientelare, faccendiera e parentale in grado di annichilire la prima?” “Oggi sì, oggi è possibile. Ma in che cosa consiste questa intelligenza artificiosa?”.

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L’avventura si avvia alla fine, tra enunciazioni della guida e ‘pertichini’ (ripetizioni, riprese, sostegni) del comico spalla, che creano un ridicolo rapporto di dipendenza, con sfumature di gioco sadico di potere e di dominio. Tutto, a questo punto, è sottosopra: ogni nostra costruzione logica, ogni sicurezza sociale, politica, umana. “E vissero tutti relitti e portenti” scrive Rezza nel programma di sala.

Cosa rimane? Il silenzio, dopo questo avventuroso turbine di azioni e parole: “Nella capacità di starti zitto mentre ognuno si aspetta che dici la tua…cosa in cui il collega è maestro”.

Il silenzio dell’aiutante, del dominato, abbandonato in scena. Con un’ultima capriola, di fronte all’abisso dell’interloquire con chi non ha niente da rispondere, da fraseggiare: “È quello che vi meritate…la sintesi estrema, il tripudio della discrezione, l’apologia della ragione, la meccanica fine a sé stessa, la dialettica fatta a brandelli, triturata, sminuzzata e sbriciolata, l’illusione che il silenzio sia una forma di intimità mentre è solo il disprezzo di chi oramai si è abituato”. “E che finisce qua?” “Mi sa di sì”.

Applausi infiniti, celebrati con salti, incursioni in platea, uscite di scena e rientri, saltando, sgomitando, questa volta fuoco d’artificio fisico dopo uno spettacolo quasi tutto giocato sulla deflagrazione verbale. E sull’idea di avventura come viaggio di trasformazione e di scoperta dentro un mondo per lo più inospitale, specchio dei clamori che si fronteggiano nei nostri Io, in conflitto con molti antagonisti esterni ed interni. Una peregrinazione come quella dei santi viaggiatori medievali, alle prese con dragoni, cinocefali, pecore giganti, basilischi e altri mostri, ben acquattati dietro (meta dietro) le nostre apparenze.

Metadietro, una produzione La fabbrica dell’attore, Teatro Vascello, Compagnia RezzaMastrella, si può vedere al Teatro Kismet di Bari il 21 e il 22 febbraio, al San Ferdinando di Napoli dal 25 febbraio all’1 marzo, al Palladium di Roma il 13 marzo, al Teatro della Tosse di Genova il 27 e 28 marzo, al Petrarca di Arezzo il 31 marzo e il 1° aprile, all’Ariosto di Reggio Emilia l’8 e il 9 aprile, al Carignano di Torino dal 2 al 7 giugno, e in altri centri.

Le fotografie sono di Flavia Mastrella.

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