Speciale

Tavoli | Alberto Alessi

16 Settembre 2013

Tempo fa, azzardando un ipotetico parallelo fra mobili e scrittura, mi ero convinto che l’armadio, con la sua capacità di conservare e restituire ricordi che emergono da misteriose ed odorose profondità, fosse in qualche modo l’equivalente della stratificazione narrativa del romanzo, impasto inestricabile di vite e di vicende. Alla fascinazione fantastica dell’armadio contrapponevo invece l’esibita chiarezza delle scrivanie, la cui accumulazione più o meno ordinata di carte e di oggetti mi faceva pensare alla struttura lineare del saggio, esposizione a tema in cui le conclusioni sono già implicite nelle premesse stesse dello scritto.

 

Non so se le cose stiano davvero così, ma quel pensiero mi è tornato alla mente guardando il tavolo di lavoro di Alberto Alessi, anima dell’omonima azienda del Verbano, capofila del migliore design italiano.

 

Lungi dall’essere nitida e sgombra come un tavolo operatorio, l’ampia superficie  è popolata da un’eterogenea moltitudine di cose: un fornito campionario di varia cancelleria; fogli, libri, biglietti da visita; un calibro, un martello, rotoli di nastro adesivo; fazzoletti di carta, una pipa, una scatola di latta per cigarillos, il fodero in cuoio di un coltello, una marionetta di Pinocchio. Il tutto è variamente sparso o contenuto in tazze da caffè, vassoi di lucido acciaio, vaschette di plastica disegnate da Ettore Sottsass, un posacenere disegnato da Achille Castiglioni, a cui si aggiungono pezzi di lavorazione, prototipi di oggetti mai entrati in produzione o oramai usciti dal catalogo.

 

Questo caleidoscopico paesaggio non è però che la cornice del vero fulcro della scrivania: un ben ordinato gruppo di fogli e di carte su cui sono riportate notizie sullo stato dell’azienda e del mercato, programmi di lavoro, nuovi prodotti in fase di sviluppo. Di fronte a questi fogli tre seggiole (due di Charles e Ray Eames, una di Marco Zanuso), evidentemente in attesa che riprenda un lavoro che è anche dialogo e confronto a più voci.

 

Ecco, più che un saggio, la scrivania è l’immagine di un progetto, che è anch’esso un racconto orientato però al futuro.

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