Wikiradio. 100 anni di Dario Fo
Siamo nel Palazzo dei Concerti di Stoccolma. È il 10 dicembre 1997. Dopo più di vent’anni il Premio Nobel per la Letteratura torna a essere assegnato a un autore italiano. L’uomo al centro della foto è Dario Fo che in quel preciso momento sta ricevendo gli applausi di 1800 persone. La cerimonia è cominciata da circa un’ora. Il galateo è rigidissimo. Tutti rigorosamente in frac. Si inizia con la fisica, poi la chimica, la medicina e per quarta, prima dell’economia, la letteratura. C’è una certa elettricità nell’aria. Alcuni temono imprevisti, colpi di scena. Hanno scritto che Fo non si inchinerà al Re, a differenza di quanto stabilisce il protocollo. Altri hanno detto che farà degli inchini esagerati come i buffoni, per dissacrare. D’altronde lui stesso ama definirsi “giullare” e adesso, per la prima volta, il “giullare” è proprio davanti al Re. E di fronte al re – cantava Fo insieme ad Enzo Jannacci nel 1968 – “sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale”.
Sfiorare il Nobel
L’ultimo Nobel italiano per la Letteratura era stato assegnato a Eugenio Montale nel 1975. Ventidue anni prima. Montale aveva superato la concorrenza di Alberto Moravia, Ignazio Silone e proprio di Dario Fo che, si disse allora, stando a indiscrezioni, era arrivato alle spalle del vincitore, perdendo di soli due voti. Ma come era stato possibile? Giungere a un passo dalla vetta, senza ancora aver compiuto cinquant’anni, davanti a due illustri letterati? Eppure era andata così, a dimostrazione che già allora la sua popolarità era vastissima, soprattutto in Svezia, dove Fo aveva tenuto incontri, conferenze, spettacoli.
La notizia della sconfitta al Nobel, che comunque rappresentava un eccezionale risultato, allora gli era arrivata quando si trovava a Torino, nell’Aula Magna dell’Università, gremita all’inverosimile. Presentava quella sera, con il suo Collettivo teatrale “La Comune”, fondato cinque anni prima, lo spettacolo Non si paga, non si paga, che stava suscitando un’enormità di polemiche. La commedia è ambientata nelle case popolari. La protagonista Antonia (interpretata da Franca Rame), moglie di un operaio, assiste a una rivolta in un supermercato con donne che rifiutano di pagare la merce, per protestare contro l’aumento dei prezzi dovuto all’inflazione. Lei stessa si appropria di alcuni prodotti senza pagare. Un testo dalla forte vocazione politica, che voleva interpretare il malessere della classe operaia di quegli anni, realizzato sotto forma di farsa, cioè il modello di teatro provocatorio e comico, tradizionalmente utilizzato dal popolo per opporsi al potere.

In questo clima incandescente, che continuava anche dopo la fine dello spettacolo, con la raccolta-firme di donne che avevano abortito illegalmente e che, come forma di disobbedienza civile, si autodenunciavano, era stato intervistato Dario Fo. Aveva confessato di non essere stato toccato dal mancato Nobel, d’altronde alcuni riconoscimenti negli ultimi anni erano suonati molto male, come quello a Henry Kissinger, vincitore del Nobel della Pace nel 1973, non appena scoppiato il colpo di stato in Cile: “Io in questo premio ci sto come un guitto fra i catafalchi. È sempre andato a personaggi accademici, grandi poeti, grandi scrittori, simboli imbalsamati della cultura borghese. Io ho rinunciato ai crismi del successo”. E poi spiegava che la sua candidatura scandalizzava il mondo della cultura italiana sostanzialmente per due motivi: il primo perché era un uomo di teatro e il teatro è sempre stato visto dagli intellettuali come un genere minore, il fratello storpio della letteratura. Tanto è vero che quando, sostiene Fo, i nostri massimi scrittori, da Moravia a Pasolini, si sono cimentati con il teatro, hanno composto commedie assai deludenti.
L’altro motivo dello scandalo è che il suo teatro non si offre come semplice spettacolo, ma è una manifestazione organizzata da gruppi politici, da Lotta Continua, dai comitati di fabbrica. Una proposta simile fatta a Eduardo De Filippo non avrebbe dato scandalo. “Ma lui, De Filippo, deve sottostare – dichiara Fo – anche a procedure umilianti, come l’inaugurazione del Lyons club a Napoli. Io no”.
Qualche giorno dopo un giornale scriveva che la situazione era a dir poco paradossale: Fo rischiava di vincere il Premio Nobel, mentre in Italia “gli negano i teatri, gli mandano la polizia durante gli spettacoli e gli mettono addirittura le manette ai polsi” (“Gazzetta del popolo”, 2 febbraio 1975). Ammanettato a Sassari, sfrattato di casa a Milano, con i mobili lasciati in mezzo alla strada, e poi ancora buttato fuori dalla Palazzina Liberty, sempre a Milano, un rudere destinato alla demolizione che Fo aveva occupato e rimesso a posto con l’aiuto del quartiere, facendolo diventare sede della sua compagnia. Un periodo intenso e durissimo, anche per le continue minacce anonime, e lo stupro subito da Franca Rame a opera di un gruppo di appartenenti all’area di estrema destra.
In quel periodo ai suoi spettacoli assistono sempre più di tre mila persone. Vengono affittati i palazzetti dello sport. Il biglietto d’ingresso costa invariabilmente mille lire e parte degli incassi viene distribuita agli avvocati di Soccorso Rosso, la struttura organizzativa che durante gli anni di piombo forniva assistenza legale ai militanti della sinistra extraparlamentare, reclusi in carcere. Anni violenti, eccitati, controversi, di aspri conflitti sociali.

Il giullare del popolo
Sicuramente ventidue anni dopo, in quel 10 dicembre del 1997, mentre Fo raccoglie gli applausi di 1800 persone e la notizia rimbalza per il mondo, qualcosa di tutto questo passato era dovuto riaffiorare alla memoria. Adesso sul palco ci sono sei file di sedie, dove hanno preso posto 150 membri delle istituzioni che assegnano i Nobel. Dietro al leggio Sture Allén, Segretario permanente dell’Accademia di Svezia, ha appena pronunciato la motivazione del Premio: “A Dario Fo, perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.
E per entrare nel cuore dell’opera di Dario Fo bisogna in effetti partire da qui: dai giullari e dal Medioevo. Partire dalla sua opera più importante: Mistero Buffo. Giullarata popolare, che debutta nel 1969 e che Fo continuerà a riproporre per tutta la vita. Che cos’è? È la riscoperta di episodi tratti da Vangeli apocrifi e da racconti popolari sulla vita di Gesù, recitati in una lingua fortemente onomatopeica, detta grammelot. Fo recupera le opere di Ruzante, la commedia dell’arte, i dialetti padani antichi, le narrazioni dei fabulatori contadini udite a Sangiano, suo paese natale, a un passo dal Lago Maggiore, i farfugliamenti dei bambini, così confusi eppure così chiari, e inventa una combinazione esplosiva di suoni, gesti ed espressioni del volto. Una straordinaria lingua del teatro.
Con il suo gruppo Nuova Scena (nato nel 1968, ma che lui e Rame lasceranno per divergenze politiche nel 1970) l’obiettivo era ritornare alle origini popolari del teatro e alla sua funzione sociale. L’immersione nei “misteri medievali” perciò non è un recupero filologico o libresco, anche se la ricerca è tanta; rappresenta piuttosto il tentativo di cambiare radicalmente prospettiva. Il giullare diventa la figura chiave: un giornale parlato del popolo. Attraverso di lui il popolo esprimeva dolori e desideri, demistificando il sacro, colpendo i signori con l’arma del riso e del grottesco. È una visione fortemente politica, nell’introduzione alla prima edizione si cita Gramsci, nell’edizione del 1974, quando i toni generali si sono fatti ancor più militanti, si cita invece Mao: “È il popolo che crea la storia, ma è il padrone a raccontarla”.
Sture Allèn alla fine del suo discorso cita uno degli episodi più rappresentativi dello spettacolo, la Nascita del giullare, storia di un villano a cui è stato tolto tutto e che si fa giullare, baciato da Gesù, con lo scopo di irridere i potenti: “Caro Signor Fo, la parola dignità è al centro del pezzo intitolato La nascita del giullare. La dignità che le viene conferita oggi può avere attributi diversi, ma ne condivide il medesimo nucleo. A nome dell’Accademia Svedese la invito ad avanzare per ricevere il premio dalle mani di Sua Maestà il Re”. Così Fo, senza dissacrare, senza tentennamenti, fedele al copione, esegue i tre inchini di rito: il primo al Sovrano, il secondo ai professori dell’Accademia Svedese e il terzo alla platea che lo ha applaudito più di tutti gli altri premiati, mentre l’orchestra attacca una vivace polka di Stravinskij.
Polemiche e battaglie
“Nobel alla dinamite per Fo”, “Un genio del teatro politico”, “Ha vinto anche il teatro popolare”, “Uno schiaffo alla cultura italiana”, “Il Nobel a Fo, clown della sinistra”, “Il Nobel al giullare Fo. Sconcertante”. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli titoli di giornale che accompagnarono la notizia del Premio Nobel a Dario Fo, che superò la concorrenza di Josè Saramago, che lo vinse l’anno successivo e, tra gli italiani, di Umberto Eco e Mario Luzi, che invece non lo vinsero mai.
Tra i favorevoli Zeffirelli, Albertazzi, Gassman, Proietti.... Molti videro in questo premio anche il riconoscimento a tutta la ‘gente di teatro’. Molti furono i contrari. Soprattutto i critici letterari che vedevano premiata la presenza scenica, la cultura dei media e dello spettacolo, più che la capacità drammaturgica: dove starebbe la letteratura? Geno Pampaloni disse che, pensando ai tanti scrittori e poeti in attività, questo premio gli sembrava una barzelletta. Riconosceva genialità a Fo, ma anche una certa superficialità.
Il dibattito sul Premio divenne comunque l’occasione per ripercorrere la carriera del cosiddetto “giullare del popolo”, tornare indietro agli esordi, ricordare ad esempio la rivista teatrale con Franco Parenti, definita la prima “rivista rossa all’italiana”, anche perché schierata esplicitamente, siamo nel 1953, contro la Legge Truffa, che garantiva un consistente premio di maggioranza a chi superava il 50 per cento dei voti alle elezioni politiche. È l’occasione per rievocare anche la prima esperienza radiofonica, quel Poer Nano, che fu una vera e propria palestra artistica. E se si parla di Rai come non ricordare la rivista satirico-musicale Chi l’ha visto? e Canzonissima, all’epoca il programma più popolare della televisione con dodici milioni di spettatori a puntata? Presto arrivò l’interruzione del rapporto “per divergenze artistiche e ideologiche” e Fo tornerà in televisione soltanto quindici anni dopo.
E poi tutti gli spettacoli politici degli anni Settanta a partire da Morte accidentale di un anarchico, lavoro di contro informazione, dedicato alla vicenda tragica di Giuseppe Pinelli e alla strage di Piazza Fontana. E come dimenticare tutti i processi, gli arresti, le contestazioni. E i tanti spettacoli che attiravano migliaia di spettatori, ma che venivano ampiamente discussi e criticati, anche ‘da sinistra’. Cesare Garboli riconosceva come “salutare” l’opposizione di Fo ai tempi della Democrazia Cristiana di Amintore Fanfani e meno efficace negli anni più recenti, perché c’era un rapporto di troppa stretta complicità con il suo pubblico: troppa propaganda, troppo comizio. Si ricordarono le accuse del Partito Comunista, l’allontanamento da Lotta Continua, gli intrecci più controversi con le realtà extraparlamentari, la vicinanza ad Autonomia Operaia. Insomma: senza dubbio uno dei Premi Nobel per la letteratura in assoluto più contestati.

Contra Jogulatores Obloquentes
Terminata la cerimonia è il momento della cena. Se durante la premiazione tutto si era svolto secondo protocollo, adesso Fo si prende alcune libertà e invece di leggere un discorso accademico mostra alla famiglia reale e agli ospiti grandi fogli da lui disegnati, con fumetti e vignette, trasformando la Lectio Magistralis in una performance teatrale.
La prima tavola porta il titolo del suo intervento Contra Jogulatores Obloquentes, latino medievale da tradurre Contro i giullari calunniatori, citando la Legge emessa da Federico II che permetteva di infliggere violenza ai giullari senza incorrere in alcuna pena o sanzione. Poi si toglie qualche sassolino, ringraziando l’Accademia svedese che ha avuto il coraggio di assegnare il Nobel a un giullare: “basta vedere il putiferio che ha causato. Si son levati urla e improperi tremendi, rivolti all’Accademia di Svezia, ai suoi Membri e ai loro parenti prossimi e lontani fino alla settima generazione”. Conclude raccontando il giorno in cui gli è arrivata la notizia del Nobel. Si trovava davanti al Teatro in via di Porta Romana a Milano dove Franca Rame stava recitando con Albertazzi Il diavolo con le zinne. Arriva una turba di fotoreporter, cronisti, operatori con le loro telecamere. E tutti in coro gridano: “E Franca dov’è?” e chiamano a gran voce “Francaaa!”. E lei dopo un po’ appare… frastornata… commossa fino alle lacrime ed è venuta ad abbracciarlo. Ed è a Franca Rame che dedica le ultime parole condividendo il Premio.
Quel che non racconta è ciò che era successo poche ore prima. Dario Fo si trovava in macchina con Ambra Angiolini alla guida. Stavano registrando una puntata di Milano-Roma, una nuova trasmissione televisiva pensata come una sorta di reality: due personaggi famosi chiacchierano durante il viaggio e intanto vengono ripresi da telecamere poste nell’abitacolo. A un certo punto un’auto della produzione si affianca alla loro vettura in corsa. Dal finestrino viene mostrato un cartello scritto a mano con un pennarello nero: “Hai vinto il Nobel!”. La reazione è di assoluta incredulità. E lui, Dario Fo, che per tutta la vita aveva giocato a sorprendere il suo pubblico, seminando scompiglio, attraverso frizzi, lazzi e provocazioni, con una loquacità inarrestabile, questa volta lo si vede ammutolire di colpo, a bocca aperta, con un sorriso stampato lungo il viso.
"Wikiradio. Le voci della storia” a cura di Loredana Rotundo, realizzazione di Marzia Coronati.
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