Dress code 24. Corpi alla moda
Sottoscala di un edificio di un noto ateneo italiano – non quello in cui lavoro –, primo pomeriggio. Una studentessa discute animatamente con un suo coetaneo ed esclama: “per me è meglio essere 10 di faccia e 7 di corpo, che 10 di corpo e 7 di faccia”. La guardo attonita, pensando all'ultima ora dell’umanità fatale, che probabilmente sta per giungere non a causa dei conflitti, ma di una pagella anatomica pronunciata di fianco a un distributore automatico. Se anche una persona con un bagaglio culturale presumibilmente sopra la media nazionale scinde corpo e volto come se fossero due organismi a sé, allora il problema non è solo estetico, è semiotico, sociale e politico.
Una mia cara collega, subito dopo, mi racconta che la sua adolescenza è stata segnata da una persona che predicava la “donna quota 100”, ovvero il dover totalizzare per forza 100 punti tra bellezza e intelligenza, le quali, stando a questa singolare teoria, in genere convivono in proporzioni mai armoniche. Poi la mia mente è andata ancora più indietro, agli anni del liceo, a quando mi ero imbattuta nelle pagelle sulla prestanza fisica e altre qualità di uomini frequentati da alcune conoscenti. In una scena sociale dove i voti scolastici e accademici sono trigger di malessere e attacchi di panico, perché mai dovremmo votare i corpi delle persone e, soprattutto, in base a quali criteri?

Iniziamo a capire se è il corpo a definire la persona o viceversa, questione comparabile al se sia nato prima l’uovo o la gallina. Un insight illuminante ce lo suggerisce Maria Luisa Frisa, nel suo Il corpo alla moda (Einaudi, 28 aprile 2026): “penso che il corpo diventi persona quando si aggiusta dentro i panni che indossa, per scelta o per dovere”. In effetti, nota Frisa, la persona risuona attraverso la maschera pubblica che indossa, delineando un “corpo disciplinato dalla moda”, “pratica dell’autorappresentazione”. La moda così catalizza un’identità tout court, non solo nel sembrare, ma anche nell’essere in un certo modo. Così si spiegano gli attimi interminabili passati a fissare il guardaroba per trovare una combinazione che possa valorizzare il corpo e, insieme, rappresentare il nostro sentire. Anche quando nell’armadio ritorna sempre la stessa combinazione di capi e colori, questa apparente sciatteria non è mai neutra, si tratta solo di una delle strade che portano al fortino “di quel regime dell’apparenza che struttura la realtà sociale”, dove si incontrano stili, insicurezze, culture di diversa matrice. Jeans e maglietta, felpa e sneakers, giacca e cravatta sono scelte che marcano i corpi, li disciplinano costruendo un fashioned body, definito da Frisa “il corpo modellato dal progetto della moda”, che può anche tradire la persona che lo abita. Se “ogni epoca e ogni designer ha il suo corpo (ideale)”, allora l’anatomia della moda – Fashionanatomy nel lavoro di Frisa – traduce dimensioni e misure in modelli estetici che, in un’accezione femminista, potrebbero addirittura rafforzare le gerarchie fondate su forme e taglie.
Scontento, rabbia, indignazione: ecco il sentire del senso comune sui corpi alla moda e in relazione alle taglie, alle dimensioni delle silhouette da loro determinate.
Le misure degli indumenti contemporanei appaiono spesso inconsistenti perché variano in base al marchio, alla nazione, e addirittura alle tendenze di stagione, ragion per cui si ritengono “significanti fluttuanti”, il cui significato cambia in base allo Zeitgeist. Allora, è l’indumento che impone la forma al corpo o viceversa?

Storicamente, la pretesa di universalità dei tipi di corpo non deriva tanto dall’imposizione di canoni estetici, quanto dalla necessità di semplificazione di un’interfaccia tra abito e corpo, per ottenere il sistema delle taglie, reso necessario dall’aumento della domanda e dell’offerta, dalla produzione di massa e, più tardi, dagli acquisti a distanza, prima via catalogo e poi online. Cosa significa oggi misurare il corpo? Nel sistema della moda contemporaneo, per misura si intende “ciascuna delle categorie in cui si distinguono a seconda delle varie grandezze di fabbricazione” degli oggetti (Treccani Vocabolario), mentre la taglia definisce la foggia d’abito e la variazione delle dimensioni individuali in base alla statura e alle proporzioni del corpo. La parola ‘taglia’, per estensione di senso, rimanda alla tensione verso l’uniformità dei corpi e alla centralità della misura campione, l’unità che regola una collezione. Una taglia si calcola attraverso un insieme di misure standardizzate: petto, vita, fianchi, spalle, lunghezza degli arti. Sono i punti di appoggio dell’indumento, quelli che ne determinano la resa visiva in base alla distanza tra tessuto e pelle. Al corpo viene così attribuito un centro, da cui si calcolano le proporzioni del suo rivestimento. Da geometrie semplici, come un abito a trapezio, si passa a costruzioni più complesse, come spalle a pagoda, vita stretta e gonna ampia, che producono una vera e propria seconda corporeità. Il formato del corpo si complica con l’inclusione di più geometrie e diventa puro iletismo, plasmato dalla forma dell’indumento. La differenza tra moda couture e moda preconfezionata si gioca sulla dicotomia fondamentale tra l’abito modellato sul corpo e il corpo plasmato a partire dall’abito. Nel primo caso, scrive Frisa, i corpi “si affrontano in un’azione performativa dilatata nel tempo e che non si ripete mai uguale” nell’incontro, irripetibile, tra materia e forma. Nel secondo, invece, il corpo viene costretto a dover entrare in una struttura già data. In questa prospettiva, “la moda misura ogni cosa”, facendosi astrazione della “realtà dei corpi” e sussumendo “una progressiva e mai finita idealizzazione e distorsione della figura umana”. Insomma, siamo dinanzi la tensione tra l’inorganico del manichino/mannequin – striata perfezione irreale – e l’organico della carne, liscia, imperfetta, libera in potenza.

Le taglie non vestono allo stesso modo e sono basate sulle misure di un corpo alla moda corrispondente più a canoni culturali che alle effettive dimensioni di un corpo reale. Algirdas Julien Greimas (1948), nella sua tesi di dottorato sulla moda del 1830, osserva come, durante la Restaurazione, la forma del corpo femminile fosse disegnata da un unico indumento: il corsetto. Greimas, infatti, cita un articolo di una rivista femminile del 1823 in cui compare l’espressione “dessiner la taille”, dove “taille” indica insieme forma, taglia, e ‘punto di vita’, sottolineando uno dei punti di appoggio fondamentale degli indumenti. La stretta correlazione tra forma della silhouette in voga e il corsetto si trova anche nel Ferragus di Balzac (1834) dove viene usata l’espressione “ficelée dans une robe”, cioè l’essere insaccata in un vestito. Il formato qui è una questione meramente eidetica, non tiene conto di grandezza, altezza e peso, ma della forma della silhouette. Le dimensioni del corpo devono adattarsi al formato alla moda, da cui deriva la misura degli indumenti. Non a caso, nel Sistema della moda, Roland Barthes (1967) inserisce le varianti di misura nel macro-gruppo delle varianti di essenza, che trasformano il supporto dotandolo di precisi attributi. Qui il supporto va inteso sia come il tipo di capo (es. maglione che cambia attributi e stile in base allo scollo), che, per estensione di significato, come il corpo la cui forma cambia in base all’indumento che indossa (es. corsetto). La moda confonde il corpo con il capo, costringendolo a commutarsi in una geometria piana e rendendo l’organico succube dell’inorganico. Indossare equivale a mettersi in discorso, disseminando indizi sulla triade intersoggettiva che concorre alla creazione e alla fruizione di un oggetto di moda: chi crea, chi veste, chi guarda. Un indumento nasce dalla concezione della moda di chi lo crea, preconizza un corpo ideale che dovrebbe indossarlo, capace di interpretare al meglio lo stile e l’universo semantico di riferimento. L'incontro con il corpo reale – ‘solido’ e in movimento – può presentare dissonanze e dismorfismi, problemi di vestibilità legati al formato imposto all’oggetto di moda da chi l’ha ideato. “Confezionare” il corpo incide sulla sua dimensione sensibile e si trasforma in codice atto alla promulgazione di canoni estetici. Le misure dei capi assurgono a grandezze culturalizzate, una griglia di lettura dei corpi e delle loro rappresentazioni. L’indumento è segno della visione estetica di chi lo crea, un contenitore che prefigura una data forma del contenuto. La lettura avviene nel momento in cui l’abito viene indossato, quando quel significante fluttuante assume un significato concreto. Si potrebbe obiettare che la varietà delle taglie permette di includere corpi diversi, ma, allo stesso tempo, essa stabilisce quali forme possono essere accolte e quali restano fuori.
Le taglie rendono così il sistema della moda ancora meno sostenibile, estendendo i suoi effetti dall’ambiente alla salute fisica e psichica degli individui. Gli abiti dovrebbero vestire i corpi, non costringerli a conformarsi. L’identità nasce da chi indossa, dalle peculiarità del suo corpo, e si costruisce nella relazione con spazi, usi e contesti.

Il nodo gordiano resta la perfezione imposta dalla moda a un formato bidimensionale, un campo vuoto progettato per accogliere il corpo ma incapace di restituirne la complessità. Una geometria che ignora la tridimensionalità percettiva e continua, ostinatamente, a escludere quelle forme che eccedono i limiti tracciati, spesso in modo implicito, nel corso della storia.
Secondo Frisa non esiste l’abito giusto in assoluto, perché la moda offre strumenti per liberare il nostro essere, a seconda dell’attitudine e del momento di vita. Un capo è struttura e messa in scena, una bussola per navigare tra le ossessioni, indotte e ingenerate, che investono i nostri corpi, sempre alla moda sotto certi aspetti o capacità.
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In copertina, Mappa concettuale disegnata da Frisa durante l’ideazione del libro