Biennale Arte: sfaccettature

27 Giugno 2026

Commentare questa 61ma edizione della Biennale Arte richiede di affrontare molte sfaccettature.

Il tema individuato dalla stimatissima Koyo Kouoh, prima curatrice africana invitata a curarla, è In Minor Keys; ossia, con le sue parole, “rifiutando lo spettacolo dell’orrore, è giunto il momento di ascoltare le tonalità minori, di sintonizzarsi sotto voce sui sussurri e sulle frequenze più basse; di scoprire le oasi, le isole, dove si tutela la dignità di tutti gli esseri viventi”. Un appello, dunque, carico di consapevolezza, ma anche di sommessa gioia, a recuperare il valore critico dell’attenzione e di ciò che è “emotivo, visivo, sensoriale”, e a “meravigliarsi, meditare, sognare, gioire, riflettere ed entrare in comunione”. In epoca di prepotenze, di avidità, di messaggi urlati, l’esortazione costituisce un messaggio significativo, audace, politico nel senso più profondo del termine.

Koyo Kouoh è venuta a mancare nel maggio 2025. Ma aveva già identificato il tema, gli artisti della mostra, i progetti di riferimento, in molti casi le opere.

Il suo team curatoriale – Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter e Rory Tsapayi – ha portato a compimento la mostra cercando di interpretarne fedelmente il progetto.

Gli artisti invitati sono centoundici: meno rispetto alle passate edizioni. C’è una larga rappresentanza del Sud globale. Non una novità rispetto alle scorse edizioni; ma questa volta non ci sono intenti dimostrativi né rivendicazioni; è un semplice dato di fatto: ci sono artisti ad ogni latitudine e la globalità consente di raggiungerli.

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Koyo Kouoh Portrait, Photo by Mirjam Kluka 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys _ Courtesy La Biennale di Venezia.

Per quanto riguarda l’attitudine curatoriale, Kouoh non ha semplicemente individuato nomi e opere che potessero sostenere una scelta tematica, ma ha coinvolto figure di cui conosceva in profondità visioni, poetica e modalità operative. Di quasi tutti sono esposte più opere, in nuclei compatti: segno di un’attitudine a valorizzare non singoli artefatti, ma pratiche artistiche che si sviluppano nel tempo. Parallelamente, la qualità delle opere resta fondamentale, poiché da essa dipende l’efficacia nel trasmettere idee e visioni.

In mostra molta fisicità, molto colore; pittura, scultura, e tecniche che evocano pratiche quotidiane; fibre, terracotta e altri materiali organici; corpo, storie, memorie, diaspore e fragilità. Sensazioni.

Non si creda che le minor keys a cui Kouoh fa riferimento presuppongano necessariamente opere dimesse, sussurrate. La scala è spesso marcata, addirittura monumentale: un modo per tradurre visivamente un processo di riconoscimento e avvaloramento, per generare uno spostamento di sguardo affermando la rilevanza di temi, soggetti, realtà troppo spesso trascurati.

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Koyo Kouoh's Team, Photo by Andrea Avezzù 6. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Courtesy La Biennale di Venezia.

Al centro della mostra pratiche di grande forza, ma capaci di esprimere concetti di pausa, ascolto, desiderio, premura, guarigione fisica e spirituale; di nutrire l’immaginazione, dalla quale soltanto possono nascere alternative all’attuale ristretto orizzonte. Un’utopia, forse; ma a fronte del diffuso senso di decadenza etica e culturale, la potenza dell’immaginazione è ciò che l’arte può proporre.

Un esempio tra i molti: gli enormi tessuti di Kaloi Nyamai, assemblati e cuciti secondo modalità osservate in famiglia, dipinti su entrambi i lati, che pendono dal soffitto altissimo dell’Arsenale.

La mostra si annuncia in modo significativo.

Ai Giardini Otobong Nkanga ha impiantato sulle colonne del portico modernista del Padiglione centrale dei vasi con piante che, crescendo, ne faranno un pergolato. Mentre il piccolo Giardino delle Sculture di Carlo Scarpa diventa vivibile spazio di sosta grazie alla collocazione di alcune rocce che fanno sia da sedute, sia da invaso per piante aromatiche: un’allusione alla possibilità di vivere in armonia con la natura.

Otobong Nkanga, Soft Offerings to Silenced Voices and to All Who Have Turned to Dust, Photo by Andrea Avezzù 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Courtesy La Biennale di Venezia.

All’Arsenale fanno da soglia emotiva le parole dello scrittore palestinese Refaat Alareer, ucciso a Gaza nel 2023: “If I must die you must live to tell my story […] If I must die let it bring hope let it be a tale”.

Seguono opere forti, intense, generose, anche se non esenti da un senso di transitorietà; basti pensare alla videoinstallazione di Èric Baudelaire che si basa sull’attività di un gigantesco magazzino per lo smistamento di fiori recisi – quanto di più vicino alla morte si possa immaginare – destinati al mercato internazionale.

Insomma, tono definito, scelte curatoriali orientate e sicure, opere cariche e fortemente caratterizzate, variegate dal punto di vista del linguaggio, ma connesse da una frequenza comune. L’allestimento è di una densità di primo acchito spiazzante, ma genera una sensazione di continuo colloquio tra le opere. Il senso si può forse trovare nel ripetuto riferimento, nei testi della curatrice, alla musica e soprattutto al jamming e al jazz: generi basati sul dialogo tra i musicisti, sull’ascolto reciproco e sull’interferenza. Come dire che la concreta possibilità di visioni nasce nell’esperienza comune.

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BAUDELAIRE ÈRIC, Death Passed My Way and Stuck This Flower in my Mouth, Photo by Luca Zambelli Bais 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Courtesy La Biennale di Venezia.

Nel Padiglione Centrale dei Giardini la mostra si apre con un’imponente scultura di Big Chief Demond Melancon: un totem cerimoniale di piume rosso acceso, ammaliante e protettivo.

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Big Chief Demond Melancon, Amistad Takeover, Photo by Andrea Avezzù 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Courtesy La Biennale di Venezia.

La mostra accoglierà anche altri assemblage di questo tipo, come quelli dell’artista caraibica Ebony G. Patterson: fastosi e opulenti benché creati a partire dai detriti della paccottiglia e dell’eccesso di produzione che l’economia globale scarica regolarmente nel Sud del mondo.

Ebony G. Patterson, When the land is in plumage, Photo by Andrea Avezzù 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Courtesy La Biennale di Venezia.

Alle spalle del totem si trova il gigantesco dipinto su pannelli di legno Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison dell’artista cubana María Magdalena Campos-Pons: un ritratto della prima afroamericana vincitrice del Nobel per la Letteratura nel 1993 e della prima curatrice africana della Biennale Arte di Venezia, accomunate da un analogo afflato che attraversa discipline, generazioni e geografie. Morrison è del resto citata da Kouoh in chiusura del proprio testo introduttivo al catalogo: “Nei nostri miti, nei nostri canti si trovano i semi. Non è possibile concentrarsi incessantemente sulla crisi. Bisogna avere l’amore, bisogna avere la magia. Anche questa è vita”. Di fronte al quadro, come omaggio o offerta votiva, sette monumentali sculture in resina e vetro raffigurano fiori di magnolia, iconici del Sud degli Stati Uniti. Qui, come in tutto il lavoro di Campos-Pons, cura, memoria e commemorazione coincidono. L’artista, insieme a Kamaal Malak, ha anche partecipato al programma performativo della Biennale con Whispering in Three Movements, sorta di processione in cui l’esperienza estetica si trasforma in rituale e si fa corpo in movimento, colore, suono, energia, coinvolgimento ad alto tasso emotivo.

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María Magdalena Campos-Pons + Kamaal Malak, Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, Photo by Andrea Avezzù 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Courtesy La Biennale di Venezia.

Tra le prime sale del Padiglione Centrale ai Giardini si trova anche il video-ritratto a Issa Samb: un’ode alla profondità del pensiero. L’artista è ripreso nella corte di un edificio che non potrebbe essere più informale, tra oggetti e frammenti di ogni genere, mentre li manipola delicatamente e parla, si racconta; le sue parole esprimono studio senza erudizione, cultura senza retorica. Issa Samb è uno dei due artisti guida della mostra. L’altra è Beverly Buchanan, interessata all’architettura vernacolare e all’abitare della sopravvivenza. Le sue pitture, sculture e le installazioni realizzate all’aperto, accompagnate da scritti e disegni, riflettono i modi di fare casa nelle periferie nere, spesso degradate, della Georgia.

Diverso il registro su cui si muove Uriel Orlow, invitato con diverse installazioni nelle due sedi principali e con alcune performance. Attivo con progetti articolati e a lungo termine, Orlow presenta Unmade Film: un film impossibile, frammentato nelle parti constitutive, inassemblabile. Su immagini di un villaggio fatto di piccole case di pietra si sovrappongono due diverse voci narranti. L’opera prende spunto dall’ospedale psichiatrico Kfar Shaul di Gerusalemme. Inizialmente specializzato nel trattamento delle vittime dell’Olocausto, tra cui un parente dell’artista stesso, Kfar Shaul fu fondato nel 1951 sui resti del villaggio palestinese di Deir Yassin, dopo il massacro dei suoi abitanti. Unmade Film affronta dunque la questione del trauma e del doloroso perpetuarsi della violenza. Le altre opere di Orlow insistono sul rapporto tra passato e futuro, con le sue implicazioni storiche e geopolitiche, facendo riferimento alla botanica. Nella sommessa performance Reverie Of Collective Walkers (Reading To Plants) l’artista e altri partecipanti, chini sulle piante del Giardino delle Vergini, hanno letto loro brani poetici e letterari.

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Uriel Orlow, Holding the Mountain, photo by Uriel Orlow 6. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Courtesy l'artista.
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Uriel Orlow, performance photo by Renato Chorão 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Courtesy l'artista.

Le piante come interlocutori sono presenti anche in altre opere, come il video di Florence Lazar It’s All Thanks to Bad Weather: un documentario incentrato su un’area costiera, in Martinica, dove nel 2007 per via di un uragano è tornata alla luce una necropoli di epoca coloniale con resti di lavoratori schiavi delle piantagioni di zucchero. Un collettivo cittadino esige il ritorno dei resti di questi individui, finora considerati “beni mobili” e dichiarati proprietà dello Stato francese, alla terra dei loro avi. Nel video un agricoltore si confronta con un albero antico, che di questa storia è stato testimone.

I temi della decolonizzazione e della riparazione ecologica sono alla base di molti altri progetti. Basti pensare alle sculture di Sammy Baloji, artista congolese la cui riflessione verte sulla restituzione culturale, sull’estrattivismo, sulla memoria coloniale e sul ruolo dei musei.

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LAZAR FLORENCE, 125 Hectares, photo by Luca Zambelli Bais 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys Courtesy La Biennale di Venezia

Anche il tema del conflitto emerge di continuo, a partire dalle guerre che segnano il presente. Mohammed Joha, palestinese, propone collage e acquerelli a prima vista astratti, mentre in realtà suggeriscono un paesaggio fisico ed emotivo fatto a pezzi. È il paesaggio distrutto della sua Gaza e il titolo della serie è No Shelter: nessun rifugio. Mentre all’Arsenale si trova il film Between a River and a Sea di Avi Mograbi, che ricorre a un linguaggio documentaristico di grande tenuta per raccontare un equilibrio oggi quasi impensabile, e il modo in cui si è infranto. Al centro del racconto due annuari commerciali, uno relativo a Libano, Palestina e Siria nel 1938, l’altro a Gaza nel 2023, che fanno da cornice al viaggio di Mograbi e di Ali al-Azhari, suo ex studente, sulle tracce delle rispettive famiglie, attraverso luoghi che un tempo appartenevano a un medesimo spazio geografico e culturale: Damasco, Beirut, Safuriyya, Jaffa e Tel Aviv. Con la nascita dello Stato di Israele entrambe le famiglie sono alienate dalla compagine di origine: quella di Mograbi si trasferisce a Tel Aviv, l’altra rimane come “rifugiata interna” nel proprio luogo, Gaza. L’annuario del 1938, proiettato sullo schermo, restituisce l’immagine di una società in cui musulmani, cristiani ed ebrei compaiono elencati senza gerarchie o divisioni nazionali. Ben diverso è ciò che emerge dalla ricerca online delle imprese attive a Gaza nel 2023. Un quadro peraltro superato se si considera quanto avvenuto negli ultimi anni.

La consapevolezza del ruolo critico dell’arte è evidente in ogni scelta della curatrice, ed essa si intreccia costantemente con la ricerca della forza e della poesia dell’opera in sé: come a dire che solo dalla piena fusione di forma e contenuto può nascere quella potenza espressiva che permette di veicolare messaggi, di restituire senso all’immaginazione e al desiderio, di indicare alternative al collasso dell’orizzonte di cui oggi si sperimentano gli effetti.

MOGRABI AVI, Between a river and a sea, photo by Luca Zambelli Bais 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Courtesy La Biennale di Venezia.

Un collasso la cui eco, peraltro, ha accompagnato per mesi la preparazione della Biennale, prendendo la forma di una tensione continua, di dichiarazioni e prese di posizione; e anche di fratture istituzionali, con contrapposizioni in molti casi incongrue e scomposte.

Circa metà degli artisti di Minor Keys e del team curatoriale ha firmato due lettere aperte chiedendo l’esclusione di Israele, della Russia e degli Stati Uniti, e nella seconda metà di aprile la giuria designata da Kouoh per assegnare i Leoni ad artista e padiglione ha annunciato che non avrebbe preso in considerazione i paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale. La presa di posizione, riferita a Israele e Russia, ha innescato una crisi a cui la Fondazione Biennale non ha saputo dare risposta, sicché la giuria si è dimessa in blocco. Da qui il precipitoso annuncio del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco: ad attribuire il prestigioso premio sarà il pubblico. Considerando l’impegno e la messe di conoscenze e di competenze necessarie per svolgere seriamente questo compito, la decisione appare come uno svilimento della manifestazione e delle specificità professionali di chi si occupa d’arte. Non è un caso che cinquantadue dei centoundici artisti abbiano preso pubblicamente le distanze, rifiutandosi di prestarsi al “Visitor’s Lions”.

Ai mesi di tensione sono seguite le manifestazioni della settimana di preview: gruppi di attivisti come Pussy Riot e Femen hanno protestato per la partecipazione della Russia; altri, come Art Not Genocide Alliance (ANGA), contro la presenza di Israele. AWI per I diritti dei lavoratori della cultura. Diversi padiglioni si sono uniti alla protesta chiudendo temporaneamente gli spazi espositivi.

Forse tutto ciò ha reso questa 61ma Biennale una delle più significative degli ultimi anni.

Al fondo c’è la questione della relazione tra cultura e contesto, con le sue urgenze: una relazione da cui l’arte non può esimersi e dalla quale dipende la sua forza. In un’epoca di crisi permanente ed espansa, come avrebbe potuto, la Biennale, astrarsi? Né, del resto, lo ha mai fatto, essendo sempre stata un evento politico. Tanto più che politica è la sua stessa struttura, basata sui padiglioni nazionali, dei quali, tra l’altro, non si può mai dire a priori se rappresentino il rispettivo paese o il suo governo: dipende dai sistemi di selezione degli artisti e dei curatori e, in parte, dalla postura dei singoli artisti coinvolti. Di fatto manifestazioni e proteste l’accompagnano da sempre, seppur in forma diversa; basti pensare a quelle inscenate dagli artisti nel 1968, o a quelle del 1974 a sostegno del Cile colpito dal golpe di Pinochet; ma anche al fatto che sia la Russia sia Israele nelle ultime edizioni avevano rinunciato a partecipare.

Sta di fatto che questa edizione è stata più che mai sofferta.

Tra le forme di mobilitazione, una, organizzata dagli artisti di Minor Keys nei confronti del padiglione israeliano, si è distinta per pregnanza e intensità. E già questo costituisce un fatto significativo, considerando che normalmente, per i protagonisti di questa imponente esposizione, fino all’inaugurazione nulla conta se non l’allestimento della propria opera.

L’esito dello sforzo collettivo è stato il Solidarity Drone Chorus, in riferimento al Drone Song del compositore di Gaza Ahmed “Muin” Abu Amsha, basato sul ronzio dei droni militari.

Durante la settimana di preview, ogni mezzogiorno circa sessanta artisti hanno attraversato lentamente Giardini e Arsenale diffondendo il suono che costituisce ormai il sottofondo sonoro continuo della Striscia di Gaza. Ognuno indossava una maglietta con il ritratto di un autore palestinese contattato personalmente, con la proposta di rappresentarlo simbolicamente “portandolo con sé” a Venezia, nell’epicentro dell’arte contemporanea. Per gli scomparsi, le informazioni erano state raccolte attraverso persone che li avevano conosciuti.

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Beverly Buchanan, installation view, Photo by Andrea Avezzù 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys _ Courtesy La Biennale di Venezia.

Niente slogan, nessuna voce alzata, ma un impegno concreto e personale, un reale esercizio di prossimità volto a integrare la mostra ufficiale facendo spazio ad autori che hanno perso voce e diritti e le cui esistenze sono intrappolate in situazioni impossibili. Come a dire che la Biennale deve essere una casa comune, anche per loro e per le loro opere.

L’impressione è che proprio l’assenza della curatrice, della cui voce si è molto sentita la mancanza, abbia stimolato negli artisti un senso di coesione e di partecipazione così sommessa e intensa.

Valgono, per comprendere il carattere di questa protesta e della mostra intera, le parole di KaMag – Kamal Malak e Magdalena Campos-Pons: “We carry this spirit with us, and continue to be guided by Koyo’s light and the energies she invoked – living, departed and still unfolding. We believe art holds the power to heal, to connect and to keep memory alive.”

Se la mostra è stata costruita attorno all’idea di una visione che nasce dall’attenzione, dall’ascolto e dall’esperienza comune, forse il Solidarity Drone Chorus nato dall’idea di arte come spazio di coinvolgimento, di relazione e di responsabilità condivisa, ne è stato un esito inatteso, ma tra i più fedeli.

In copertina, Mohammed Joha, No Shelter, Photo by Andrea Avezzù 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Courtesy La Biennale di Venezia.

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