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2014

(21 risultati)

Bridging

Planet of the Phones, proclama (marzo 2015) l’ Economist: un miliardo di telefonini è stato venduto nel 2014 e nel 2020 l’80% degli adulti nel mondo avrà in tasca un supercomputer nella forma di smartphone. Tutti saremo connessi, e va da sé, forniremo informazioni utili a comporre la più dettagliata visione della società che sia mai esistita sinora. Fine delle scienze sociali convenzionali, che raccolgono dati e creano immagini con vecchi strumenti. L’immagine dello ‘scambio universale’ (Marx) non potrebbe essere più allettante: strumenti ubiquitari, che danno dipendenza e ci trasformano, buoni per ogni tipo di comunicazione, e che certo aumenteranno la creatività a scala planetaria.   La nostra Terra mobile avrebbe così il suo primo sigillo, la tecnologia che tutti connette. Essa non deve imporre, autorizzare o punire come le vecchie istituzioni totali. Soprattutto, non ha più bisogno di alcuna mediazione culturale, linguistica o di significato: si presenta immediatamente, come un ‘gioco’ o emoticon, come innocua appendice tecnologica. Noi viviamo nell’età...

Nemtsov e Leviafan. Cosa succede in Russia?

Una luminosità intensa e allo stesso tempo livida domina tutto lo svolgimento dell’azione. E non si tratta soltanto di un gioco di aggettivi assonanti capitati per caso o voluti per stupire. Vivida perché il luogo in cui il film è stato girato Leviafan (Il Leviatano, regia di Andrej Zvjagintsev, 140’) è la tundra, sulle rive del mare di Barents nella regione di Murmansk, all’estremo nord della Russia, dove il clima è subartico e la luce delle brevi estati intensa e nitida. Livida perché le forze che si scontrano, le emozioni che si sviluppano, le tensioni fisiche e psicologiche che si dipanano incalzanti non concedono a quella natura di mostrarsi in tutta la sua rilassata bellezza. Dovrei scrivere Bellezza (Krasota) con l’iniziale maiuscola per rendere giustizia alla tradizione russa che vedeva in questa categoria culturale non soltanto la componente estetica ma anche, e soprattutto, quella spirituale. La Bellezza sublime della natura poteva avvicinare a Dio, suscitando nell’uomo che la contemplava anche il timor panico, visto che di fronte a tanta potenza non si poteva che riconoscere la propria...

Dai tombini di Torino

Un nuovo segnale è stato recentemente emesso dalla galassia Senzanome, raccolto e ritrasmesso dalle edizioni Alegre di Roma che così inaugura la collana Quinto tipo, diretta da Wu Ming 1 e dedicata agli «oggetti narrativi non identificati». Si tratta di libri che erodendo le cornici retoriche codificate e ibridando le tipologie testuali svolgono attività di guerrilla comunicativa e invitano a rileggere obliquamente il nostro mondo: lo stesso che abuso di comunicazione di massa, ronzio di fondo da socialnetwork e inquinamento narrativo diffuso rendono difficile da vivere, decodificare, amare.   Non ci potrebbe essere esordio più felice. Diario di zona raccoglie scritture inizialmente destinate da Luigi Chiarella al suo blog, da cui il nome Yamunin con cui lo si può anche incontrare su Twitter, ecosistema che abita con sagacia. Si tranquillizzi il lettore-critico che diffida di scritti che, nati in rete, trovino ospitalità sulla carta; il libro è quanto di più di più lontano ci sia dall’escamotage editoriale astuto. È la cartografia di una crisi personale innanzitutto, di quelle che...

Adattare Joe R. Landsdale

Partiamo da Lansdale. Dalla sua passione per il genere. Tutti i generi: dall’horror al pulp, dal noir alla fantascienza, dal western all’action virato al buddy buddy, e per tutte le forme nel quale una storia può essere raccontata. Quelle che ha praticato come autore, il romanzo, il racconto, il fumetto, e quella che ha amato come spettatore, il cinema. Partiamo dal fatto che il materiale di uno dei più fecondi e affascinanti creatori di immaginari contemporanei, maestro del pastiche e profondamente imbevuto di codici cinematografici, non sia mai stato, fino ad oggi, fatto oggetto di un adattamento per il grande schermo. Con la godibilissima eccezione degli omaggi, naturalmente circoscritti alla sua produzione horror, che gli ha tributato Don Coscarelli, con Bubba Ho-Tep (da noi direttamente in home video) e con l’episodio Panico sulla montagna per la serie Masters of Horror. Partiamo da qui perché è da qui che è partito Jim Mickle. Di quasi trent’anni più giovane, Mickle nutre una sterminata ammirazione per Landsale, e con il suo maestro letterario condivide naturalmente la passione per l’horror imbevuto di...

Philippe Rahm. Atmosfere Costruite

Pensavamo di essere nipoti di Duchamp, e scopriamo che in realtà siamo i discendenti di Claude Monet Philippe Rahm   La prima volta che ho incontrato il lavoro di Philippe Rahm era il 2002. Ero incinta e non sarei potuta entrare nel Padiglione svizzero della Biennale di Architettura di Venezia. Il titolo dell’installazione era Hormonorium ed era proibito l’accesso alle gestanti e ai malati di cuore per via di un espediente “a rischio”: l’ipo-ossigenazione dell’aria all’interno del Padiglione. Rahm, e il suo socio Décosterd, avevano provato a ricostruire in piena laguna l’esperienza dell’alta quota alpina. Attraverso una riduzione dell’ossigeno nell’aria e un fenomeno di abbagliamento dal basso, tipico delle distese innevate, il dispositivo alterava il sistema endocrino e neurovegetativo. Il primo artificio produceva ipossia e maggiore produzione di endorfine; il secondo causava una radiazione invertita e conseguente riduzione nella secrezione della melatonina. L’avevano battezzata “architettura fisiologica” e avrebbe dovuto prendere spazio tra il corpo e il luogo, in quell...

Size Matters

Nature is on display in a couple of nice photographic exhibit in Paris. It's a great concept: oversize pictures on the walls or the fences of public buildings and spaces. The first exhibit, organized by Mines Paris Tech, a public teaching and research institution, presents crystals. The other one covers biotopes and biodiversity. In both cases we marvel in front of the magnification of beautiful inorganic and organic structures. The figure caption are short and informative. We learn about the features of the depicted items, and about the photographic techniques.   But one crucial piece of information is missing. We have no idea whatsoever of the scale of the pictures.   Sometimes we can just guess it – say, when we look at at picture of a hornet, or of an orchid. But what about the azurite crystal? Untutored viewers can take it to be as small as a grain or dust, or as big as a boulder (provided, of course, that we have an idea of the size of grains of dust and of boulders). Suppose that that was actually the size of a grain of dust. Knowing that, we would appreciate the delicacy of the texture; we would have a completely different appreciation if the...

Il grado zero della storia

È cosa nota che nell’immaginario e nella cultura storica francesi la prima guerra mondiale occupa uno spazio privilegiato (molto più rilevante di quello occupato dalla seconda, a differenza di quanto accade in Italia). Lo dimostrano le grandi celebrazioni e commemorazioni svoltesi quest’anno Oltralpe, nel ricordo di quel 1914 in cui tutto cominciò. Queste celebrazioni, d’altra parte, hanno mostrato, come sempre accade in questi casi, che l’episodio storico commemorato è progressivamente sparito dall’orizzonte, lasciando spazio a una mole di discorsi mirati a costruire grandi architetture interpretative e vulgate (emblematicamente rappresentate da un sito dedicato proprio a ciò). Sebbene nel 2012, al momento dell’uscita del suo romanzo dedicato alla prima guerra mondiale, Jean Echenoz non avesse ancora davanti agli occhi quella che sarebbe diventata poi la “mission centenaire”, senz’altro poteva immaginare quello che sarebbe accaduto allo scoccare della fatidica data. E così, opportunamente fuori fase rispetto alla ricorrenza, ’14 (tradotto proprio quest’anno da Adelphi)...

Rapsodia sull'abbandono

1. Leggo Lasciarsi di Franco La Cecla (elèuthera 2014), un bel saggio sull'abbandono in amore e la pervasività della retorica dell’“amore eterno” nella nostra società. Che di retorica si tratti e non di realtà è testimoniato dal numero sempre più alto di rapporti interrotti, divorzi e separazioni. Di fronte a questo più generale indebolimento dei legami, sarebbe lecito attendersi – quasi per reazione fisica – una più generale diminuzione del dolore che la loro rescissione provoca. E invece non è così. Continuiamo a soffrire come cani ogni volta che ritorniamo soli, o che dobbiamo pronunciare le orribili parole che pongono termine a una relazione. La tesi centrale di La Cecla è che non abbiamo rituali consolidati per l'abbandono. Tanto l'innamoramento e l'amore sembrano codificati secondo narrazioni precise (dal flirt al matrimonio), quanto la fine di tali sentimenti ci appare ancora del tutto soverchiante. Il risultato: ci si lascia male. Ci si lascia, anzi, sempre più male: perché non avendo a disposizione che accordi rozzi o tecniche...

Castellucci: Go Down, Moses

Tutto sembra iniziare là, nel deserto. Il silenzio, il vento. Il vento, il silenzio, come un frastuono dal quale emerge la voce di dio, di un unico dio, del dio unico. Tra i boschi baluginano mille dèi, i ruscelli, le cascate, le foglie, la luce che irrompe e si cela, i rumori, gli animali, gli spaventi… Ma lì, di fronte a un roveto ardente, tra roccia e sabbia, nasce il monoteismo che si proietta, con fede con dubbi con sangue, sulle nostre città di fumo, di abituali ripetizioni.   Go Down, Moses di Romeo Castellucci, in scena al teatro Argentina di Roma, è un momento di un viaggio lungo dell’artefice cesenate, iniziato alle origini della Socìetas Raffaello Sanzio con la riflessione sull’iconoclastia di Santa Sofia. Teatro Khmer (1986), proseguito con la domanda su come i classici, e in particolare la tragedia attica, si possano riverberare sui nostri giorni, proiettato verso la regia di una delle opere più lacerate del Novecento, quel Moses und Aronne che Schönberg non riuscì a finire, diviso tra l’irrappresentabilità dello spirito, di dio, della profondità delle domande...

Condominio Oltremare

Nella geografia fisica e intellettuale del nostro presente termini quali abbandono, spoliazione, svuotamento conservano un significato decisamente negativo, come se testimoniassero la perdita di un patrimonio, materiale o immateriale, che in passato animava un determinato luogo. Non c’è niente da fare: l’horror vacui continua a suscitare, nello sguardo dell’osservatore comune, paure, smarrimenti, turbolenze emotive. Ma, se – sulla scia delle indicazioni offerte da Viktor Šklovskij  – proviamo a disattivare i meccanismi abituali della percezione per sottoporli a un processo di «straniamento» che renda tutto insolito, immediatamente si spalancano davanti a noi paesaggi, esteriori e interiori, sconosciuti, sorprendenti: come riesce ad esserlo solo uno scenario familiare osservato da uno sguardo estraneo (non-familiare, direbbe Freud, dunque «perturbante»). Seguendo fino in fondo questo processo di straniamento, l’horror vacui verrebbe finalmente smantellato dall’ interminabile successione di vuoti nei quali si imbatte l’attività percettiva. Una volta accantonati i logori schemi imposti...

La Cresta dell’onda di Thomas Pynchon

La cresta dell’onda (Bleeding Edge) di Thomas Pynchon (Einaudi, 2014, trad. Massimo Bocchiola) restituisce al lettore la varietà dei consumi culturali, l’incontrollabilità della tecnologia e l’ambiguità della rete che contraddistinguono la società contemporanea: i videogiochi, le simulazioni del reale, le serie tv, il cinema, ma anche le spinose questioni riguardo alla democratizzazione o controllo del cyberspazio. Se tuttavia questo romanzo tradisce le aspettative dei lettori più affezionati, soprattutto per l’assenza di un impianto narrativo centrifugo, al tempo stesso aggiorna quelli che sono i temi tradizionali dell’immaginario pynchoniano, rapportandoli alle trame della società dell’informazione globale. Pynchon, infatti, predilige l’uso di un plot lineare organizzato in capitoli brevi e retto da dialoghi serrati per rappresentare stilisticamente le modalità comunicative e narrative del medium internet, rispettivamente organizzate sulle micronarrazioni dei social media e sulla linearità della fiction seriale per il web (web serie). Questa pertinenza formale tra scrittura e...

La realtà disturbata da Cartongesso

Cartongesso di Francesco Maino (Einaudi 2014) è come uscire dall’acqua dopo una lunga non voluta immersione e tirare il fiato tutto d’un colpo e riconquistare l’ossigeno. Una salutare esplosione nervosa, un urlo totale. Io credo che non si possa dire di meglio di un romanzo. Maino ha saputo costruire una drammaturgia speciale, giocata su un solo personaggio, un’unica corda tesa attorno a cui si disgrega una realtà che negli ultimi trent’anni era andata assumendo le mostruose proporzioni di una impresa colossale e folle che ha rischiato di risucchiare in sé le molte energie del Veneto, cioè di una parte cospicua della popolazione italiana. Ecco, già dopo poche righe la mia narrazione se ne esce dal contesto finzionale di un romanzo e si caccia immediatamente nella chiacchiera “contenutistica” che riguarda tutt’altro. Io vorrei parlare di Cartongesso come romanzo, non del Veneto e delle sue recenti vicende storiche. Io vorrei provare a dire come “l’inesorabile potenza” (dalla quarta di copertina) di questa storia stia nel come l’autore ha saputo affrontare il tema e non nel...

Walid Raad – Preface / Prefazione

Il MADRE di Napoli dedica quest’autunno un’ampia retrospettiva, curata da Alessandro Rabottini e Andrea Viliani, a Walid Raad, artista libanese tra i più noti della scena internazionale. Nato nel 1967 a Chbanieh, un piccolo villaggio a circa 30 km a est di Beirut, Raad è noto al pubblico italiano per aver partecipato alla Biennale di Venezia nel 2003 e aver esposto nella Fondazione Antonio Ratti nel 2009. Ha esposto a Documenta 11 (2012), oltre che alla Whitechapel Art Gallery di Londra, al Centro Reina Sofía di Madrid e alla Hamburger Banhof di Berlino. Attraverso un ampio utilizzo di fotografie di archivio che si accompagnano a installazioni e opere testuali, Raad analizza la veridicità del documento storico, la costruzione della memoria individuale e collettiva e la gamma interpretativa degli eventi accertati, e propone con le sue opere nuove possibilità di lettura degli avvenimenti. Generalmente i suoi lavori osservano i disastri e le calamità generati dalle continue guerre, soprattutto nel mondo arabo, e presentano, di conseguenza, degli “squarci di realismo” sulla situazione libanese. Non solo. La sua ricerca...

Joan Jonas. Light Time Tales.

Con Joan Jonas si attraversa davvero tutta la storia dell'arte. E non solo. Si viaggia per il teatro, il cinema, la danza, la musica, l'antropologia, la letteratura... Si incontrano ambientazioni metafisiche alla De Chirico, maschere messicane e il teatro Nō, sperimentazioni spaziali, corporali, oggettuali appartenenti alla corrente minimalista contemporanea, protesi della body art, interventi di land art, Michael Snow e la ricerca dei compagni del cinema strutturale, Philip Glass e la ricerca dei compagni della musica minimalista, ma anche surrealismo, rinascimento, Aby Warburg e il rituale del serpente, epica medievale e saghe della letteratura nordica, Bosch...   Per la prima volta l’Italia le dedica una retrospettiva che va dalla fine degli anni Sessanta ad oggi in un percorso tutt'altro che declamatorio, dall'umore vitale, in un flusso di rimandi tra un lavoro e l'altro che ci obbliga a camminare avanti e indietro, a spostarci, abbassarci, sederci, chiudere gli occhi, stare e lasciare andare.   Lo fa l'Hangar Bicocca di Milano (fino al 1 febbraio) con Light Time Tales, una mostra complessa e articolata, curata da Andrea Lissoni in...

La società facciale

Thomas Macho, filosofo tedesco tra i più acuti e influenti, per quanto ancora poco noto in Italia, ha scritto che viviamo in una “società facciale”, la quale possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. A ogni angolo di strada, su ogni tabellone, la pubblicità c’insegue con volti, così che “senza un volto, nulla osa più invadere lo spazio riservato alle affissioni”. Che dunque la nostra sia una società fondata sulle facce, lo storico dell’arte e iconologo Hans Belting lo dice sin dalle prime pagine del suo ponderoso saggio, Facce. Storia del volto (tr. it. di C. Baldacci e P. Conte, pp. 359). E con ogni probabilità lo studioso tedesco non conosce, o ricorda, la celebre espressione berlusconiana “metterci la faccia”, che ha segnato una intera stagione politica ed elettorale. Ma a noi basta accendere la televisione e guardare un qualsiasi programma, da X Factor a Masterchef, per ricordarci che è così: lo spettacolo come la politica è invasa dalle facce. I volti sono stati commercializzati e politicizzati, ribadisce giustamente l’iconologo nel suo...

Rä di Martino: The Show Mas Go On

Ci siamo andati tutti a Roma. Da adolescenti, quando con diecimila lire non si poteva entrare in nessun altro posto, da adulti, che in tempi di crisi una spesa al risparmio serve sempre, a volte solo per guardare la fauna di ragazzini, anziani in pensione e immigrati. Perfino nelle guide turistiche sono stati citati. Negozio di abbigliamento di ogni tipo a basso costo, o outlet come si dice al giorno d'oggi, i Magazzini allo Statuto (Mas), presenti a Piazza Vittorio da almeno un secolo fra continue chiusure e riaperture, sono un monumento urbano a una certo modo di essere romani che è divenuto mito, eredità storica. Comprensibile dunque che la notizia alla fine del 2013 della sua imminente, e stavolta definitiva, chiusura abbia suscitato un certo scalpore, abbia ispirato la videoartista Rä di Martino sollecitandola a elaborare un breve tributo cinematografico sospeso fra storia e fantasia.   La rapidità del racconto in The Show Mas Go On è da attribuire ai tempi stretti della produzione – si è iniziato a girare subito dopo la scrittura del soggetto, grazie ai fondi di una campagna crowdfunding online – ma è...

Il trionfo e l’umiliazione

L’unica novità, e non decisiva, è la serie di braccia alzate a scattare foto col cellulare. Tutto il resto è già visto, anche se non dalla nostra generazione. L’hanno già scritto alcuni giornali: è dalla Seconda Guerra Mondiale che non assistiamo a scene come quelle avvenute qualche giorno fa a Donetsk: per le vie centrali della città sono sfilati prigionieri ucraini in mano alle milizie filo-russe.     Ma non è poi così frequente imbattersi in episodi analoghi a quelli di Donetsk, con la folla disposta ai due lati della strada: uomini, donne, giovani che non si limitano ad assistere alla scena. Molti fischiano, alcuni si fanno avanti, urlano e fanno gesti minacciosi. I giornalisti presenti riferiscono che molti hanno lanciato oggetti contro i prigionieri. Questi ultimi sono tutti a capo scoperto, la maggior parte ha una tuta mimetica addosso ma alcuni indossano abiti borghesi. Quasi tutti hanno le mani legate dietro alla schiena.     Una scena simile si svolse a Mosca nel luglio 1944, quando decine di migliaia di soldati e numerosi ufficiali tedeschi furono fatti sfilare per...

Il massimo della pena

La parola chiave è “datemi”, se mai l’ha detta. “Date a me”, cioè “date (voi) a (Io)”. La lingua prepara l’abisso. Cos’altro è, come dicono, la perdita dell’empatia? Cosa? Questo, forse: “Io” deve solo e a forza “avere”. Ma se la pena è invece intrinsecamente “perdere”, il “massimo della pena” non dovrebbe essere il “minimo dell’Io”? E invece.   Dice “uccidetemi”, e intende “uccidetemi, ma continuate a darmi”, e cioè, “mentre mi uccidete, mi date”, e anche, in fondo, “mentre uccidevo, mi davo”. Il senso dell’esperienza, dell’uccidere, della morte: manca. È evaporato.   Uccidere è tutto, è un fine per sé, è il pieno, è il “da-te-mi” essenziale. Avere avere avere. E non. Manca il limite: “Io” è assenza di confine. Miseria del vincolo, miseria dell’etica. Non si impara, da nulla, mai più. “Datemi”, come un mantra, “datemi”. La preghiera dell...

Di Casa in Casa vince cheFare

Oggi si conclude ufficialmente il percorso di cheFare, iniziato lo scorso 28 ottobre con l'apertura del bando e protrattosi per cinque mesi molto intensi. Questa seconda edizione ha visto il consolidarsi dei rapporti di partnership con chi ci affianca nell'organizzazione del premio e ha riscosso un notevole successo per quanto riguarda i numerosi soggetti coinvolti. Il bando conferma quanto già sperimentato lo scorso anno: rigore progettuale, capacità di innovare e costruzione di relazioni con le comunità sono elementi oggi imprescindibili per chi è attivo nel mondo della produzione culturale. Il valore aggiunto di quest'anno è dato dalla formazione di rapporti e connessioni che si sono venuti a creare tra i progetti in gara, segno che cheFare non viene vissuto come una semplice competizione ma come un momento di elaborazione collettiva di pratiche culturali. Il nostro impegno da oggi sarà dedicato a sviluppare le relazioni che si sono venute a creare nel corso di questi mesi e a valorizzare tutti i progetti che hanno partecipato a questa edizione. L'obiettivo sarà quello di approfondire il dibattito in corso...

Francia: un’angoscia comune

Le reazioni al voto delle municipali francesi avvenute domenica scorsa non si sono fatte attendere. Sostanzialmente le opinioni a confronto sono due: da una parte chi ritiene che quello di domenica scorsa sia un voto di protesta, e dunque un’uscita temporanea dalla casa madre; dall’altra chi ritiene, invece, che esso rappresenti l’ultima, per ora, tappa di un processo di lenta trasformazione e dunque abbia, o almeno alluda a, un aspetto più profondo. Personalmente sono più vicino ai secondi.   Certo si può dire che oggi il campo degli euroscettici è in crescita, e di sicuro una delle ragioni del successo del Front National (d’ora in poi FN) va ricercata sotto questo aspetto. Ma poi quel risultato ha un riscontro anche con la storia della Francia in età contemporanea, con la memoria di una Provincia che ha sempre guardato da lontano e spesso con rancore a Parigi (intendendo con queste due figure da una parte l’immagine della Francia autentica e nella seconda quella di una realtà in cui il dato essenziale era la presenza degli stranieri, dei “non francesi”). È la Francia del popolo...

Giù la maschera cheFare!

Si sta concludendo la seconda edizione di cheFare e tra pochi giorni si saprà chi vincerà il premio. Non è quindi fuori luogo, dopo questa esperienza e quella dello scorso anno, fermarci a riflettere su quanto stiamo facendo, cercando di capire se sta producendo i risultati sperati e, più prosaicamente, chiederci che senso ha tutto questo. Perché montare una struttura per un bando rivolto a progetti culturali di innovazione sociale non è una scelta facile o scontata. Diciamolo chiaramente, non ce lo fa fare nessuno! Se non la voglia di buttarci nella mischia e dare un nostro contributo per uscire dalle secche in cui si trova la cultura in questo paese. Un desiderio che nasce dopo molti anni passati in prima linea nell'industria culturale, avendone saggiato, per così dire, vizi e virtù e volendo fare quanto possibile per cambiare, e possibilmente migliorare, la situazione in atto.   La prima cosa di cui ci siamo resi conto è stata che dovevamo mettere tra parentesi tutta una serie di istanze politiche e sociali che fanno parte dei nostri trascorsi personali se volevamo davvero creare qualcosa che potesse funzionare come una piattaforma di servizi aperta a tutti. Quindi ci...