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Prestigio e Rinascimento / Made in Italy

Il tema del Made in Italy è particolarmente rilevante per le numerose implicazioni sociali che lo caratterizzano. Eppure, la letteratura scientifica su tale tema è estremamente limitata. E soprattutto è limitata quella prodotta dagli studiosi di tipo accademico. Sembra che il tema sia poco interessante per l’università italiana, forse perché è strettamente legato a un altro tema tradizionalmente poco praticato dai ricercatori universitari: quello della moda. Ora ci prova Carlo Marco Belfanti con il suo volume Storia culturale del Made in Italy (Il Mulino). Però Belfanti è ordinario di Storia economica all’Università di Brescia e quindi da storico si interessa poco del Made in Italy odierno. Va alla ricerca delle radici del Made in Italy e si ferma sostanzialmente agli anni Cinquanta del Novecento. Comincia la sua analisi chiedendosi che cosa rappresenti il concetto di “Made in” e la sua risposta è che l’immagine di una nazione solitamente è determinata dai fatti storici che riguardano tale nazione. Ma poi rinuncia ad approfondire tale questione sostenendo che si tratta di qualcosa di troppo complicato. Gli interessa infatti prima di tutto criticare la tesi, sostenuta in precedenza...

La fine del dandismo

Per molti secoli, ci sono stati tanti vestiti quante classi sociali. Ogni rango aveva il suo abito, e non c’era alcun imbarazzo nel considerare il modo di vestire come un vero e proprio segno, dato che la disparità di stato sociale era considerata naturale. Da una parte, il vestito era sottoposto a un codice assolutamente convenzionale ma, d’altra parte, questo codice rinviava a un ordine naturale o, meglio ancora, divino. Cambiarsi d’abito significava cambiare al tempo stesso modo d’essere e classe sociale: l’uno e l’altra si confondevano. Nelle commedie di Marivaux, per esempio, il gioco dell’amore coincide al contempo con il quiproquo delle identità, con il mutamento delle condizioni sociali e con lo scambio dei vestiti. Esisteva dunque una vera e propria grammatica del vestito, che non poteva essere trasgredita senza minacciare, non soltanto alcune convenzioni del gusto, ma soprattutto un ordine profondo del mondo: quanti intrighi, quante peripezie della nostra letteratura classica si basano sul carattere francamente segnaletico del vestito!   Sappiamo che subito dopo la Rivoluzione il vestito maschile è...

Mostrare le spalle

“Mi scusi se le mostro le spalle!”: è facile accorgersi anche nel galateo quotidiano del singolare stigma rivolto al corpo visto da dietro. Non accade diversamente nella storia delle immagini, dove continuamente troviamo figure che ci vengono incontro, ci mostrano le loro fattezze, i loro movimenti, il loro abbigliamento. È quasi un’ovvietà: comprendiamo le intenzioni degli altri osservandoli di fronte, perché è così che ricaviamo informazioni da quello che è l’emittente per eccellenza del corpo umano, il volto; ed è sempre dal davanti che possiamo osservare le traiettorie delle infaticabili collaboratrici del volto, le mani. Eppure, più spesso di quanto non si creda, i pittori hanno fatto ricorso alle figure viste da dietro. Lo dimostra ora Luigi Grazioli in Figura di schiena, edito da Doppiozero books, e scaricabile dal sito online della rivista.   Si comincia dal Trecento e da una delle più significative apparizioni della figura di schiena, il compianto sul corpo di Gesù che Giotto dipinse a Padova nella Cappella degli Scrovegni; è qui, nelle donne sedute a terra...

Il crepuscolo di un mondo

C’era molta aspettativa per la Biennale curata da Rem Koolhaas e ciò perché Koolhaas è il più autorevole esponente di un pensiero che da anni impone le sue leggi. Un pensiero, ed è questo il senso di questo scritto, ormai al tramonto.   Koolhaas, vale la pena ricordare, era presente alla Biennale del 1980 curata da Paolo Portoghesi che consacrava il ritorno della storia: anche lui aveva costruito la sua facciata posticcia nella Strada novissima ma rivedendola si capisce come egli del postmoderno non coglieva l’aspetto epidermico ed iconico, ma metteva in mostra la condizione postmoderna, quella descritta pochi anni prima da Lyotard, ovvero il gusto per il paradosso e la dissacrazione, per la provocazione, per il ribaltamento dei valori e la contaminazione, per l’alleggerimento pop della realtà fino a renderla evento effimero, sempre sul punto di evaporare.   Lo ritroviamo pochi anni dopo, nel 1986, alla Triennale, nella mostra curata da Bellini Il progetto domestico, dove presenta un’irriverente Casa del culturista dissacrante il mito della grande forma di Mies. L’allestimento era di gran lunga...

Il raid partigiano

  La guerra di resistenza contiene tutti gli elementi canonici del raid. Il Johnny di Fenoglio polemizza con la conquista dello spazio, che hanno in mente i comandanti comunisti, affermando: “Dobbiamo inapparire, agire e risparire, mai fermi, sempre ubiquitous, e pochi e mai in divisa”. In effetti l’occupazione territoriale ampia, con creazione di repubbliche partigiane, ha rappresentato sempre un grande problema dato che si esponeva alla riconquista da parte di forze nemiche preponderanti. Le azioni, perlomeno in una fase iniziale, dovevano essere leggere, anche se talvolta combinate. Ancor più decisivo questo movimento a doppia freccia per i Gap, combattenti anonimi, il cui motto è “colpire e sparire”, come sostiene Giovanni Pesce, uscendo dalla folla metropolitana e risciogliendosi subito in essa. Infliggere danno senza subirne è prova di destrezza che crea frustrazione e paura tra i nemici, ammirazione ed emulazione tra i simpatizzanti, fino a generare un alone mitico di imprendibilità. Così Roberto Battaglia racconta, per esempio, delle gesta già leggendarie del capitano Melis nelle sue terre...