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angoscia

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La paura in Occidente / Nuovi fantasmi e vecchissime strategie

La paura fa novanta. Come dire che la persona spaventata è capace di fare cose incredibili, inenarrabili, anche perché un po’ fortuite: come la tombola. Ecco un’espressione che non ha mai convinto fino in fondo: impaurirsi, normalmente, è bloccarsi, pietrificarsi, perdere l’anima. Ma che per altri versi interessa proprio per questa sua sollecitazione antifrastica: avendo paura, si fanno cose che altrimenti non si sarebbero mai fatte. Lo sapeva bene quel generale greco descritto da Tucidide che per convincere i suoi uomini ad attaccare l’esercito persiano li schierò a ridosso di un burrone. Costringendoli a soppesare tatticamente due diverse paure: cos’è più terribile? cadere nel baratro oppure affrontare – o la va o la spacca – gli uomini di Serse? E fu la vittoria.   La paura è un sentimento complesso, ambivalente, e vale la pena d’entrarci dentro, in tempi di intensi desideri di – e conseguenti decreti governativi sulla – famigerata sicurezza. Se le paure sollecitano innumerevoli fantasmi, tali fantasmi sono spesso sfruttati da chi, ergendosi a nostri innominati difensori, fa di tutto e di più, surrettiziamente, per fregarci: noi e il nostro vicino. Filosofi, sociologi,...

Ira e mediocrità / Fantozzi e Kafka. Vittime

Franz Kakfa era lo scrittore preferito da Paolo Villaggio. Questo non mi sorprende affatto, perché il Fantozzi che Villaggio ha fatto entrare nell’Enciclopedia dei Caratteri – assieme all’ipocrita, al misantropo, al millantatore, al soldato sbruffone, all’avaro, all’ipocondriaco, ecc. della commedia classica – è la versione burlesca, popolaresca, dei maggiori personaggi di Kafka, tutti un po’ fantozziani, anche se in chiave tragicissima. In fondo, anche Kafka spesso muove al riso, solo che la risata ci si congela in bocca, si storce in un ghigno di angoscia. La Repubblica ha riproposto Villaggio con lo slogan “Ci ha fatto piangere dal ridere”, Kafka invece ci fa ridere pur piangendo.   Disegno di Aaron Nosan.  I protagonisti di Kafka sono quasi tutti, in effetti, delle vittime assolute. La più assoluta è forse Gregor Samsa, l’impiegato – guarda caso! – che un bel mattino si ritrova trasformato in scarafaggio, nel racconto La metamorfosi. Non solo Gregor è mutato nell’essere più abietto, ma la famiglia lo colpevolizza per questo, e suo padre finirà per punirlo con la morte. Impiegato vittima è anche Herr K. protagonista di Il processo. Si suol dire che K. subisce un...

Alessandro Cinquegrani. Cacciatori di frodo

Cacciatori di frodo di Alessandro Cinquegrani (Miraggi Edizioni, pp. 112, € 12,50) è la messa in scena della lingua del dolore, di un dolore psicotico, ossessivo, incontenibile. Chi legge si ritrova spettatore di un teatro di parole che “rotolano” sulla pagina, braccate dalla sofferenza di chi parla. Ma in questo libro non c’è solo una lingua malata, perché una storia viene raccontata anche se a intervalli discontinui, in una incessante zoppia di pensieri.   Il protagonista si chiama Augusto, ha una moglie bella dalla pelle candida, Elisa, che ogni mattina percorre 12 chilometri a piedi per andare a morire sulle rotaie di un binario morto, in attesa di un treno che non arriverà mai. Un suicidio cercato ad ogni alba. Ed è proprio lungo questi binari, due linee perfettamente parallele, che la storia viene narrata come una litania, con frasi angosciate che si ripetono arricchendosi lentamente di particolari narrativi. Perché ogni mattina Augusto si alza e va a riprendersi questa moglie dagli occhi fissi e assenti. E ripercorrendo i 12 chilometri ripercorre anche la sua vita, trascinandosi dietro il peso...

La mattina

M. cerca di dormire fino a tardi la mattina, ma non sempre ci riesce. M. cerca di dormire fino a tardi la mattina perché le ore sembrano infinite e non passano mai, i pensieri lo assalgono e le angosce si fanno pesanti. La mattina e il primo pomeriggio raccolgono i momenti più lenti della giornata. Allora, quando proprio non riesce a dormire fino a tardi, M. cerca di organizzarsi. E si mette a fare i calcoli sul poco denaro a disposizione, quello rimasto sul conto, su quanto può spendere al giorno per il cibo, quanto deve tenere da parte per l’affitto della stanza e le altre spese.   Fa e rifà i conti, come se all’improvviso gli ultimi soldi potessero moltiplicarsi. Comunque trova sempre qualcosa da tagliare e, di solito, lo destina a una generica voce del suo bilancio destinata alle attività ricreative, che in ogni caso restano davvero minime. Il concetto di M. di andare a bere un caffè o una birra con amici è infatti relativo a recarsi a casa degli amici stessi, o invitare loro da lui. La birra del discount da tenere in frigo e la miscela per la moka sono quelle che M. considera spese per attività...