Categorie

Elenco articoli con tag:

ciclismo

(11 risultati)

15 settembre 1919 - 15 settembre 2019 / Fausto Coppi da Castellania

La geografia è memoria. Cercate su un atlante i luoghi che uniscono al toponimo il nome di un personaggio che in quel posto ci è nato o ci è vissuto. Arquà è Petrarca, Castagneto è Carducci e San Mauro è Pascoli. Roncole è Verdi, Torre del Lago è Puccini. Sasso (ma anche Pontecchio) è Marconi, Grinzane è Cavour, Castelnuovo è Don Bosco e Sotto il Monte è Giovanni XXIII. Dallo scorso 26 marzo 2019, per delibera del Consiglio regionale del Piemonte, Castellania è Coppi. Coppi non è un poeta, non è un pittore, non è un musicista né un inventore, un patriota, un papa, un santo. È “solo” Fausto Coppi da Castellania: tra il 1940 e il 1960, il più famoso corridore ciclista del mondo, il Campionissimo.   Castellania, uno dei più piccoli comuni delle colline tortonesi – una novantina di abitanti, frazione comprese –, è un borgo di rare case, aggrappate su costoni di argille «che il sole estivo dissemina di crepe e le piogge invernali ammollano in fango spesso e tenace». Così ha scritto Gianni Brera che di Coppi era amico: li univano le comuni umili origini – Fausto figlio di agricoltori di collina, Gianni figlio di un sarto di pianura – e l’orgoglio di aver conquistato l’eccellenza:...

Addio a Gimondi / Cinque ricordi felici del Felice

Il primo è di quando avevo 9 anni. La domenica pomeriggio del 2 settembre 1973 ero seduto nella sala TV dell'Hotel Beausejour di Laigueglia. Stavano trasmettendo in diretta il Mondiale di ciclismo e, all'ultimo giro del circuito del Montjuic, sentii il proprietario dell'albergo dire (con le “on” nasali da ligure di Ponente): "Oggi il Gimondi ha la gamba buona". Era la prima volta che sentivo dire "avere la gamba buona". Che cosa significasse lo scoprii qualche minuto dopo quando, nella volata a quattro, Gimondi, che era Felice ma certo non più veloce degli altri compagni di fuga, si mise alle spalle il belga Freddy Maertens, lo spagnolo Luis Ocaña – bello di fama e di sventura come l’Ulisse foscoliano – e Merckx. Per una volta, stremato dalla corsa tiratissima, l’Eddy – come lo chiamava Felice – non era riuscito a prendere la scia di Maertens che nello sprint aveva il compito di pilotarlo verso la vittoria. Quando Freddy si accorse di non avere il suo capitano a ruota, provò a fare tutto da solo ma Gimondi lo beffò sulla linea del traguardo con un colpo di reni degno di Maspes.   Il secondo risale all’università, metà anni Ottanta, facoltà di Lettere moderne a Pavia. Ci si...

Scatti, palindromi e sonetti

Fabio Aru, che compie 24 anni il prossimo 3 luglio, ha nella sua storia il liceo classico e il ciclocross, due cose che male non fanno per un futuro campione. A Villacidro, capoluogo della provincia del Medio Campidano, il paese dove è cresciuto, ha iniziato a correre per la ASD Piscina Irgas 3C. Il nome della squadra ciclistica è quello delle molte cascate che circondano il paese; un’altra, Sa Spendula, pare sia stata addirittura immortalata in un sonetto di un giovanissimo Gabriele D’Annunzio reporter per la Sardegna nel lontano 1882.   Dense di celidonie e di spineti,  le rocce mi si drizzano davanti  come uno strano popolo d'atleti  pietrificato per virtù d'incanti.   Sotto fremono al vento ampi mirteti  selvaggi e gli oleandri fluttuanti,  verde plebe di nani; giù pei greti  van l'acque della Spendula croscianti.   Sopra, il ciel grigio, eguale. A l'umidore  della pioggia un’acredine di effluvi  aspra esalano i timi e le mortelle.   Ne la conca verdissima il pastore,  come fauno di bronzo, su 'l calcare,  guarda immobile, avvolto in...

Arpe e ferite: il Giro coperto di sale

A Viggiano, in val d’Agri, provincia di Potenza, i musicanti di strada non suonano pifferi o fisarmoniche, organetti o mandolini. Suonano l’arpa da almeno trecento anni. Nella tarda primavera del 1884 Giovanni Pascoli, inviato come commissario d’esame al convitto Ginnasio “Silvio Pellico”, invia una lettera al Carducci in cui riferisce, stupito, di come per le strade di Viggiano siano «arpeggiamenti da per tutto». Scrive «questo villaggio è l’Antissa di Lucania»: Antissa la città dell’antica Grecia famosa per la bravura dei suoi suonatori di cetra. Insomma, quest’Irlanda pare non volersi scollare dal Giro d’Italia: la Terra di Bari e la Val d’Agri piovose come l’Ulster e il Donegal; le ruote dei ciclisti che scivolano via sull’asfalto viscido; l’arpa lasciata nelle insegne e sui sottobicchieri della Guinness che ricompare a Viggiano scolpita negli archivolti delle case. E ieri Ulissi-Bloom, vagabondo per un’intera giornata a Dublino, che vince sul traguardo di Lucania. Ulissi che scappa all’ultimo chilometro, Ulissi e la sua astuta volata. Scaltro Ulissi...

Il bel parlare di Nacer Bouhanni

«Noti bene che io non lo giudico. Considero fondata la sua diffidenza e la condividerei con piacere se, come lei vede, non vi si opponesse la mia indole comunicativa. Io chiacchiero, ahimè, e faccio conoscenza facilmente. Per quanto sappia mantenere le opportune distanze, ogni occasione è buona. Quando vivevo in Francia, non potevo incontrare un uomo intelligente che subito non facessi con lui compagnia. Ah! Vedo che lei aggrotta le ciglia per questo imperfetto del congiuntivo. Confesso d’avere un debole per quel modo e per il bel parlare in genere. Un debole che mi rimprovero, creda. So benissimo che preferire la biancheria fine non implica necessariamente che uno abbia i piedi sporchi. Ma non vuol dire. Lo stile, come la popeline, nasconde troppo spesso qualche eczema. Mi consolo dicendomi che alla fin fine neanche i mal parlanti sono puri. Ma sì, prendiamo un altro ginepro.» Ma sì, prendiamoci anche noi un altro ginepro in questo bar di Bari. Come tutti sanno, Bari avendo il mare non è Parigi – che, se così non fosse, sarebbe appunto una piccola Bari – e non è neppure Amsterdam. E questo bar non si...

Stat [maglia] rosa pristina nomine

Libri di corsa, libri in corsa, libri corsari. Si può guardare una corsa ciclistica come se si leggesse un libro? Girare le pagine come si prendono i tornanti di una salita, stando larghi, all’esterno come per addolcire la pendenza della strada che sale, o tagliandoli con rabbia stringendo sul cordolo interno come a strappare le righe e la fatica. Passare sotto al traguardo di un Gran Premio della Montagna come si passa sotto al titolo di un capitolo, prima di gettarsi in discesa, prendendo al volo un foglio di giornale da infilarsi sotto la maglietta. Cercare nelle righe del colophon qualcuno che ti possa passare una borraccia di acqua fresca. O infine scattare alle ultime dieci pagine di un romanzo come fa il finisseur che anticipa i velocisti in vista della bandiera rossa dell’ultimo km? Non lo so, ma in questo Giro d’Italia, che sembra disegnato per James Joyce – terza tappa a Dublino, arrivo a Trieste – ci possiamo provare. Tra i Dubliners – tra parentesi: il quinto racconto s’intitola After the Race – ho come la sensazione che potrebbe trovarsi a suo agio Fabio Aru, campidanese di San Gavino Monreale, paese dello...

Aslan-Kittel, volatona a Narnia

Dunque, Swift ha provato anche in questa seconda tappa a lasciare il segno sul secondo traguardo di Belfast, ma non ce l’ha fatta. È arrivato solo settimo. Non il reverendo Jonathan, intendo, ma il pistard Ben, l’inglese del Team Sky. Il gigante non è stato oggi Lemuel Gulliver, che sta sulla collina disteso come un vecchio addormentato, ma un altro Giant, un Giant-Shimano, per la precisione: per Marcel Kittel, quattro vittorie lo scorso anno al Tour, è l’esordio vincente nella corsa rosa. Tedesco, ma di nome francese, l’anno scorso avevamo immaginato i rivali in volata che vedendolo tagliare primo il traguardo, sconsolati, gli si rivolgevano, sconsolati, intonando: “Ne me Kittel pas!”. Al terzo km, quattro corridori avevano attraversato un armadio-guardaroba ed erano andati in fuga: non hanno trovato la neve, come nel regno di Narnia, imprigionato nel ghiaccio dalla Strega Bianca, ma tanta pioggia sì. Come i quattro fratelli del romanzo di C. S. Lewis, Sander Armée, belga, Jeffrey Romero, colombiano, Maarten Tjallingii, olandese e vegetariano, e il pratese Andrea Fedi, per un certo tempo “maglia rosa...

Good Friday, Mr Pink

«Trovai un prato pulito e molle; mi vi sdraiai, e feci la più bella dormita che avessi mai fatto in vita mia, poiché mi svegliai dopo ben nove ore, quando il sole era già alto. Feci per alzarmi, ma non mi riuscì. […] Intorno a me udivo un rumore confuso, ma, stando così supino, non potevo scorgerne la causa. A un tratto sentii qualche cosa che si moveva sulla mia gamba sinistra, dalla quale, passando sul mio petto, mi saliva a poco a poco verso il mento. Guardando alla meglio da quella parte, vidi una creatura umana alta forse un sei pollici che aveva in mano un arco e una freccia e a tracolla un turcasso. Non meno di quaranta altri esseri della stessa specie tennero dietro al primo…» Un anno dopo, e con un anno in più, il novantasettesimo Giro d’Italia si è risvegliato nel tardo pomeriggio di oggi, a Belfast, Irlanda del Nord, così come si risvegliava il dottor Lemuel Gulliver, sull’isola di Lilliput, nelle prime pagine del romanzo di Jonathan Swift. Dicono che Swift, irlandese e pastore anglicano, si sia ispirato al profilo della collina di Ben Madigan (in gaelico irlandese Binn...

Nowhere fast

Stamattina, dopo giorni di secca, si esce col gruppo. Il gruppo, poi: ma quale gruppo? Sembriamo superstiti dopo l’impatto con un meteorite. Fino all’anno scorso avevamo uno sponsor che usciva in bici con noi. Non lo sopportava nessuno, e alla fine se n’è andato. Nei mesi successivi, ho capito che niente come l’odio tiene uniti. Quando era tra noi, esisteva una squadra che faceva scudo contro l’estraneo sbruffone, il cafone arricchito. Lui organizzava un giro coi suoi Bravi, noi altri boicottavamo la direzione; e se 60 eravamo, in 60 partivamo. Ma adesso che il nemico è scomparso, il frutto ha perso il nocciolo, il camino la brace, e tutto si è sgranato nelle approssimative spianate del bene. Chi deve fare una cosa, chi deve tornare prima, chi si è creato un sottogruppo di due o tre amici per uscite ad insaputa degli altri. La nostra divisa è ormai diventata una bandiera senza Paese.     Stamattina, per esempio, siamo solo in sei. Andiamo in Costiera, direzione Amalfi. È una bella giornata, fa caldo e non tira vento. Io sono un po’ più allenata degli altri solo perché...

Teatro delle Albe: Pantani

Sono tre ore e mezza di passione e intelligenza con il ritmo stringente del buon giornalismo e il respiro epico del grande teatro. È uno spettacolo che sale fino alle vette del trionfo sui tornanti delle montagne più irte con gli scatti brucianti e le fughe solitarie di Marco Pantani e poi precipita, seguendo il Pirata, nelle cadute che ne segnarono la meravigliosa, turbinosa, sventurata carriera, dalle montagne di Coppi e Bartali fin verso il mare di una Romagna antica. Attraversa il sogno e l’amicizia, naufraga nella rovina della terribile sospensione dal Giro d’Italia del 1999 per ematocrito alto, fino al precipizio degli ultimi anni e alla morte drammatica. Debutta venerdì 16 novembre il Pantani del Teatro delle Albe, più di cento pagine di testo scritto da Marco Martinelli partendo dal libro del giornalista francese Philippe Brunel, Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un viaggio nel mito del campione e nella sua distruzione, in quell’Italia “impantanata”, mediatica degli anni ‘80-’90, che vede emergere Berlusconi e rinverdirsi l’ideologia del successo facile.   Ha il respiro dell...

La Milano-Sanremo: oltre la diade unità/disunità?

Cosa può dire, circa la questione unità/disunità d’Italia, una corsa ciclistica come la Milano-Sanremo? Forse poco, forse nulla. Del resto, nessuno sa che cos’è l’Italia: possiamo solo de-scriverla, mostrarne il funzionamento e le antropologie, le geografie o le topografie. La Milano-Sanremo può essere, credo, una forma di discorso sull’Italia, a metà strada fra l’indiretto simbolico di una narrazione e il godimento diretto, prelogico e icastico, di un’evidenza plastica. Ce lo dicono i suoi percorsi, i suoi attraversamenti, i suoi incantesimi, e quindi le sue logiche invisibili, sempre oscillanti fra l’elemento fisico e l’elemento del racconto, e dunque del sogno. Si tratta di prolungare la corsa sino al punto limite, per così dire, di lasciarla parlare. Ma buona parte del suo senso è contenuto nel piccolo segno grafico, il trattino che unisce/disunisce Milano, da una parte, e Sanremo, dall’altra. Due nomi, due polarità simbolico-geografiche: la corsa si produce proprio nella separazione, nella distanza – 298 chilometri – e quindi nel distanziamento...