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commemorazione

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Un'epoca assillata dalla memoria traumatica / Le ferite dell’isola di Utøya

Ecosistema Il 22 luglio 2011 la Norvegia è stata teatro dell’attacco più violento subito in tempo di pace. Sull’isola di Utøya, nome che suona come utopia, Anders Behring Breivik spezzò i sogni e le esistenze di 69 adolescenti, senza contare il centinaio di feriti, che partecipavano al campo estivo organizzato dal partito laburista locale. Un’agora di discussioni politiche ma anche un momento di spensieratezza, dalle prime birre ai primi amori. Ma nella mente dell’omicida, allora trentaduenne, era questo il covo dei futuri leader del partito democratico che avrebbero condotto all’islamizzazione della Norvegia. Da allora le immagini dei corpi riversi senza vita sulla sponda dell’isola si sovrappongono a quelle sinistre di Breivik (ribattezzatosi recentemente Fjotolf Hansen) in tribunale, che non perde occasione per presentarsi alla corte con il Sieg Heil, pentito solo di non aver fatto più vittime.   Il 18 giugno 2013 il governo norvegese indice un concorso per realizzare un memoriale. La commissione che seleziona il progetto è composta da un membro del Gruppo di supporto nazionale alle vittime degli attacchi del 22 luglio, un rappresentante della sezione giovanile del Partito...

A dieci anni dalla scomparsa del regista / Le donne di Antonioni

Non sono molti i registi italiani che hanno voluto esplorare il cambiamento della donna all’interno della società. Menzionarne i nomi è riduttivo oltre che avvilente per scarsità di numero. Se uno spettatore di oggi volesse cercare l’angoscia di una Cate Blanchett (Blue Jasmine di Allen), una Julianne Moore (Maps to the Stars di Cronenberg), una Anne Dorval (Mommy di Dolan) o di una Juliette Binoche (Sils Maria di Assayas) in un personaggio femminile del recente cinema italiano potrebbe trovarsi di fronte a tre opzioni: tentare di appassionarsi ai ciclici problemi di Margherita Buy; puntare su donne certamente lacerate dalla vita ma rese innocue da un’etichetta patologica che le rende buffe e dunque accettabili (Valeria Bruni Tedeschi in La pazza gioia di Virzì); accontentarsi di brevi funzioni narrative (Sabrina Ferilli ne La grande bellezza di Sorrentino) dove ogni eventuale approfondimento è del tutto casuale.   Eppure c’è stato un regista italiano noto in tutto il mondo – scomparso dieci anni fa, il 30 luglio 2007 – che ha fatto della donna il perno della sua indagine filmica: Michelangelo Antonioni. Nato a Ferrara nel 1912, dopo essersi inizialmente dedicato ad alcuni...

100 anni di Rodin / Rodin e il dominio sessuale

«La gente dice che penso troppo alle donne» disse Rodin a William Rothenstein. Pausa. «Però, in fondo, che cosa c’è di più importante a cui pensare?»   Cinquantesimo anniversario della sua morte. Per l’occasione si sono stampate decine di migliaia di riproduzioni delle sculture di Rodin, destinate in particolare a libri commemorativi e servizi giornalistici. Il culto degli anniversari è un mezzo per informare in modo indolore  e superficiale un’«élite culturale» che, per ragioni di mercato, deve essere in continua espansione. È un modo di consumare – non di comprendere – la storia.   Fra gli artisti della seconda metà del xix secolo oggi considerati dei maestri, Rodin fu l’unico che ebbe onori internazionali e venne ufficialmente considerato un personaggio illustre nel corso della sua vita attiva. Era un tradizionalista. «L’idea di progresso» diceva «è la peggior ipocrisia di cui la società sia capace.» Nato in una modesta famiglia parigina di petit-bourgeois, Rodin divenne un maestro. All’apice della sua carriera dava lavoro a una decina di scultori incaricati di scolpire i marmi per i quali era famoso. A partire dal 1900 dichiarò che le sue entrate annuali...

Convegno di Ivrea 1967/2017 / Cinquant’anni dopo: il Nuovo Teatro

Sono passati già cinquant'anni da quei giorni di giugno del 1967 in cui nella cittadina piemontese di Ivrea si riunì, segnando un punto di non ritorno senza precedenti, il Nuovo Teatro italiano. Sullo stimolo di un documento pubblicato pochi mesi prima sulla rivista “Sipario” promosso dai critici Giuseppe Bartolucci, Ettore Capriolo, Edoardo Fadini, Franco Quadri e firmato da figure eminenti della nuova cultura italiana – non solo teatrale –, si ritrovarono lì a discutere e confrontarsi con artisti come Carmelo Bene, Carlo Quartucci, Leo de Berardinis, Giuliano Scabia. Percorsi e figure radicalmente diversi fra loro che però nell'insieme negli anni sessanta stavano scuotendo alla base l'idea e la pratica delle arti performative in Italia – creando appunto un teatro nuovo. Il Convegno di Ivrea arriva a riepilogare, certificare e rilanciare queste pulsioni, con l'intenzione di discutere i modi e gli orizzonti del rinnovamento da innumerevoli punti di vista: artistici ed estetici, ma anche politici ed etici, teorici, organizzativi, pratici. E di intervenire in concreto a sostegno delle nuove tendenze.   Quale sia stato il valore fattuale e culturale di quell'evento, quali le sue...

Oliver Sacks, perdite & eccessi

Quando nel 1986 uscì in italiano L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di uno sconosciuto medico nato a Londra nel 1933, che viveva a New York, di nome Oliver Sacks, lo acquistai subito. Lo tenni sul tavolo per quasi un anno, poi quando mi decisi a leggerlo, complice una malattia invernale, fu una straordinaria scoperta. Il libro si leggeva tutto d’un fiato e lasciava basiti. Mi colpì, non solo quello che c’era scritto nel libro, ovvero le storie che Sacks raccontava con un talento unico, da scrittore, bensì il modo con cui aveva diviso i vari capitoli del suo libro: Perdite, Eccessi, Trasporti, Il mondo dei semplici. La fantasia e la penna di medico-scrittore si coniugavano con un modo di pensare e organizzare le storie raccolte davvero singolare. Niente nel libro era banale e scontato, neppure nell’indice. Poi il suo editore italiano tradusse Risvegli che era precedente di oltre un decennio. Uscito nel 1973 in America, era in effetti il suo primo libro. Trascinato dal successo de L’uomo che scambiò era stato recuperato sia negli Stati Uniti che da noi. Anche qui due cose colpivano: la presenza di varie...

Poppies! (and cornflowers)

Paradossi del paesaggio postmoderno: per ritrovare insieme fiordalisi e papaveri bisogna andare all’Expo. Per l’universale occasione li hanno seminati negli spazi verdi intorno ai padiglioni, mentre in centro vestono a nuovo le aiuole del Castello Sforzesco con il compito di richiamare alla memoria i campi di grano. Quelli di una volta, quelli ritratti da Claude Monet nei suoi celebri en plein air, vittime oggi di un’agricoltura noiosa, armata di diserbanti e volta al massimo profitto, ma che non sa (non vuole) sfamare l’intero pianeta. E pensare che mia madre raccoglieva le giovani rosette basali dei papaveri – le chiamava, chissà perché, “madonnine” – per dar gusto e consistenza alle misticanze.     Erbacee annuali, con radici a fittone, gambi nudi e pelosetti, fiori solitari, inodori ma dai colori squillanti, rosolacci e garofani dei prati (questi i loro nomi volgari) approfittavano volentieri dei coltivi per dar forma con le spighe dorate all’emblematico bouquet estivo. Scacciati dalle colture, quanti cappelli di paglia orfani! Quanti fiordalisi in crisi d’identità, in cerca di...

Di forze clandestine e impersonali

Che delle forze senza nome che animano un’insurrezione non esista un’immagine adeguata, non va messo in rapporto solo con il fatto che tali forze danno luogo a un divenire che come tale è irriducibile all’apparente staticità di ogni immagine. Che i rivoltosi non scrivano la storia della propria rivolta o che, se lo fanno, non sia che al prezzo di ritirarsi dalla rivolta stessa, non riguarda tanto l’incompatibilità tra scrittura e vita, ma testimonia di ciò che in ogni accadimento rimane irriducibile al rapporto con la memoria. Jesi lo doveva avvertire, scrivendo: «Del passato ciò che veramente importa è ciò che non si ricorda… l’unico vero passato vivo… vive nel cervello e nel sangue, ignorato dalla memoria» (Furio Jesi, Spartakus. Simbologia della rivolta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 69).    A chi vi partecipa, la rivolta affida un tempo che è vertigine assoluta. Per questo Carl Einstein ha potuto definirla «un’accentuazione eccessiva» del tempo (Carl Einstein, Lo snob e altri saggi, Guida, Napoli 1985, p. 157) una rivolta non ha...

Il Ground Zero dell’architettura

  Domenica 11 settembre 2011 è stato inaugurato a New York il Memoriale cittadino di Ground Zero. Esso consiste in due grandi fontane quadrate di granito, scavate fino a una profondità di quattro metri, in corrispondenza del sito su cui sorgevano le Twin Towers. L’acqua scorre lungo le quattro pareti inclinate verso una grande vasca interna, che al centro presenta un’apertura a sua volta quadrata. Lungo il perimetro delle fontane, su placche di bronzo, sono incisi i 2752 nomi delle vittime dell’attacco al World Trade Center. Tutto intorno, la Memorial Plaza, uno spazio lastricato di granito piantumato con centinaia di querce bianche.   Il progetto è dell’architetto israeliano Michael Arad e dell’americano Peter Walker. È denominato Reflecting Absence.     Lasciando perdere l’inutile pletora di grattacieli che si sta via via aggiungendo a quelli già esistenti nella Lower Manhattan, lungo due lati di Ground Zero, e tralasciando pure la zoomorfa stazione dell’underground di Santiago Calatrava, viene da chiedersi: che cosa comunica questo Memoriale? che cosa significa? Per...