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controcultura

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Che sia la volta buona per il capolavoro dell’America alternativa? / Richard Brautigan. Pesca alla trota

Richard Brautigan è tornato. È la quarta volta che accade dal 1989, quando Riccardo Duranti tradusse il suo romanzo più importante, Pesca alla trota in America. Erano allora trascorsi solo cinque anni da quando il suo autore si era suicidato sparandosi con una pistola presa in prestito, chiudendo così anzitempo a quarantanove anni una carriera di successo e insieme d’incomparabili fallimenti. Periodicamente il suo caleidoscopico romanzo viene ristampato alla ricerca del suo pubblico di lettori: Serra e Riva editori, Marcos y Marcos, Isbn Edizioni e ora Einaudi Stile Libero (pp. 140, €12,50). Riuscirà finalmente il più formidabile scrittore del movimento hippy a farsi leggere anche presso di noi? Le premesse perché diventi un autore di culto ci sono tutte.   Brautigan è stato lo scrittore che ha unito la beat generation e il romanzo postmoderno,che ha incarnato al meglio la stagione psichedelica pur restando nel solco della narrazione alla Melville, che ha bordeggiato Carlos Castaneda e nel contempo continuato lo stile comico di Mark Twain. Ma non è detto che ci riesca, non è infatti certo che trovi quei lettori che meriterebbe d’avere e che in passato ha invece avuto. Pesca...

Lo giuro

Nessun rimorso, dice il brief. E prosegue: Raccontate a Doppiozero le vostre storie di azzardo, di rischio. Nel momento in cui, al principio di questo articolo, adopero la parola brief, subito me ne pento. Lemma troppo feriale, screditato dall'uso storpiato che ne fece a suo tempo Nicole Minetti (brieffare), rubato al business english e poi trascinato in contesti d'uso impropri, secondo un borioso utilizzo dell'anglismo che circola qui a Milano. Ma soprattutto questa circostanza mi è prova di come un piccolo pentimento, e un minuscolo rimorso, siano presenti ogni istante, mimetizzati nei fluidi del pensiero.   Qual è stata la volta in cui, invece, non mi sono per nulla pentito di qualcosa che ho fatto? E c'è qualcosa che ho fatto di cui possa sentirmi addirittura or-go-gli-oso? Si sono verificati nella mia biografia eventi noti, episodi che hanno trasgredito le regole, ma hanno permesso un cambiamento positivo? La risposta è sì ed è custodita dentro un periodo della vita che risale ormai a molti anni fa. Primi anni '90. Un postino, un giorno, mi recapitò un rettangolino di cartone. Color verde acquamarina...

Cyberchiefs: come funzionano le tribù online?

La lunga lotta tra la repubblica della libertà e il regno della burocrazia si è spostata su Internet. Avete mai pensato alle comunità che sviluppano Linux o che scrivono Wikipedia come a burocrazie? È quello che ha fatto il sociologo francese Mathieu O’Neil in Cyberchiefs - Autonomy and Authority in Online Tribes (pubblicato da Pluto Press e non ancora tradotto in italiano), un libro in cui analizza le strutture di potere presenti nel web senza limitarsi a celebrare acriticamente l’autonomia che la rete darebbe ai suoi utenti. I processi che regolano la produzione diffusa e orizzontale di contenuti che avviene in progetti come quelli di software libero o nella blogosfera sarebbero esempi di una nuova forma istituzionale - la burocrazia tribale online - tipica di internet e diversa dalle altre forme di organizzazione.   Il lavoro di O’Neil parte dall’idea che la ricerca di autonomia e autorganizzazione sia una delle forze trainanti della rete. L’ideologia di Internet ci spinge a diventare prosumer (producers-consumers), e quindi a sentirci liberi di essere produttori autonomi in quanto giornalisti, artisti, autori...

Gus Van Sant. L'amore che resta

C’è un aspetto dell’ultimo film di Van Sant che affascina nel momento in cui irrita o se volete, al contrario, irrita nel momento in cui affascina. È un aspetto indefinito e molto americano che riguarda l’estetica indie, qualcosa che si vede nei corpi dei giovani interpreti, nel loro taglio di capelli e nei loro vestiti vintage, che si ascolta nelle scelte calcolate della colonna sonora (i Beatles, Nico, Sufjan Stevens), che si respira come aria di carineria e abbandono, una cedevolezza che incarna lo sguardo dislocato di che afferma la propria ritrosia e al tempo stesso si mette in posa. È una patina, insomma, una serie di riferimenti iconografici e musicali che se oggi rimanda all’indie rock e all’ambiente hipster degli occupy più che degli indignados, all’origine ha proprio il cinema di Van Sant, la sua gioventù tradita ma pur sempre affascinata dalla vita. L’universo indie e underground è da sempre per il regista il filtro di una visione intima della realtà, un attestato di esistenza che si riconosce in due parole fondamentali per la cultura contemporanea, sinonime ma affiancate per...