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(56 risultati)

Intervista a Sybille Krämer / Per un nuovo ‘illuminismo digitale’: pensare i media oggi

Sybille Krämer è tra i più noti filosofi dei media e della conoscenza tedeschi. Dal 1989 al 2018 ha occupato la cattedra di Filosofia teoretica presso la Freie Universität di Berlino. Un elenco completo delle sue pubblicazioni e ulteriori informazioni sulla sua ricerca sono disponibili sul suo sito personale.   In occasione della pubblicazione in traduzione italiana (2020) del suo libro del 2008, Piccola metafisica della medialità. Medium, messaggero, trasmissione già tradotto in giapponese e in inglese (tr. a cura di F. Buongiorno, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2020) , Sybille Krämer ripercorre in questa intervista alcuni temi fondamentali della sua proposta filosofica. Il percorso delineato culmina nella proposta di un lavoro filosofico comune per un nuovo ‘illuminismo digitale’ che, senza dimenticare la natura ambivalente dei media, permetta la maturazione di una coscienza critica diffusa che sappia riconoscere e assumere tale ambivalenza e sfruttarla nella costruzione di buone pratiche sociali, culturali e politiche.   Partiamo da una domanda di contesto. Alcune delle tesi centrali del tuo libro, Piccola metafisica della medialità, appena uscito in italiano...

Virus e informazione / Patente per i media

È noto come Karl Popper abbia destato molta attenzione alcuni anni fa proponendo d’istituire una patente per tutti coloro che realizzano e trasmettono dei programmi televisivi. Il filosofo austriaco ha formulato tale proposta nel 1994 all’interno di una conversazione con Giancarlo Bosetti uscita nel volume Cattiva maestra televisione, ora riproposto in una nuova edizione dall’editore Marsilio nell’Universale Economica Feltrinelli. Popper intendeva affermare l’idea che chi si trova a gestire una televisione, la quale oggi è il mezzo di comunicazione più seguito e potente, ha un’elevata responsabilità nei confronti della società e pertanto, come per chi deve guidare un’automobile o curare degli ammalati, è necessario che venga valutato dallo Stato e che gli venga concessa un’autorizzazione a compiere il suo lavoro solamente se è in possesso dei necessari requisiti. Un’autorizzazione che può anche essere ritirata se colui al quale è stata concessa non adotta più dei corretti principi etici.    La proposta di Popper ritorna d’attualità in questi giorni, dopo lo scoppio in Italia di un’epidemia di coronavirus, e potrebbe essere estesa a tutti media. Popper, infatti, ha...

Pazienza / Paranoia e virus

Il 11.9.2001, quando una aggressione terrorista distrusse le Torri Gemelle, abitavo a New York. Mi misi a studiare tutto quello che riguardava la paranoia e cominciai a scrivere un libro sulla presenza di questo disturbo: non nelle istituzioni psichiatriche ma nella popolazione “normale” e nella vita qotidiana. Non ero rimasto sconvolto tanto dall’attacco: si conosceva già l’esistenza di un fondamentalismo islamico paranoico, i proclami di Osama Bin-Laden si leggevano in internet. A quello si poteva esser preparati. Nuova era invece la paranoia collettiva che in un attimo ci aveva circondato. Quella che Jung chiamava “infezione psichica” stava contagiando tutti: malgrado i nostri sforzi per mantenerci lucidi, anche me e i colleghi psicoanalisti.   Così, ho dedicato anni a studiare non l’11 settembre, ma il 12, 13 e così via. Lo scatenarsi di una psiche primordiale nell’uomo comune di quello che si crede un mondo civilizzato. A New York cominciarono a circolare le tipiche “voci”, che prendono vita spontaneamente nelle situazioni di allarme e di pericolo collettivo: un ritorno involontario alla civiltà orale, studiato da Marc Bloch nella Prima Guerra Mondiale. Alle voci,...

La biblioteca di Atlantide / Oltre il senso del luogo, di Joshua Meyrowitz

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.   Dobbiamo a Marshall McLuhan l’idea che i media siano in grado di costituire dei veri e propri ambienti immateriali in tutto e per tutto simili a quelli fisici. Nel corso degli ultimi decenni, tale idea si è progressivamente diffusa e ha dato vita a un importante filone di analisi relativo al ruolo sociale esercitato dai media. Tra gli autori che si collocano in questo filone di ricerca, lo statunitense Joshua Meyrowitz dev’essere senz’altro considerato uno dei più significativi. È nato nel 1949 e ha insegnato prevalentemente nel dipartimento di Comunicazione dell’Università del New Hampshire di Durham, pubblicando numerosi saggi relativi agli effetti sociali prodotti dai media. È conosciuto in Italia soprattutto per il volume Oltre il senso del luogo. Come i media...

Visioni e inquietudini da un futuro presente / Specchio nero

Diverse serie televisive degli ultimi anni si sono interrogate sulle più avanzate frontiere di cambiamento delle società contemporanee, ma è soprattutto la serie britannica Black Mirror a essere interessante da questo punto di vista. Creata nel 2011 per la casa di produzione Endemol dal giornalista, produttore e sceneggiatore Charlie Brooker, che si è ispirato alla serie fantascientifica statunitense degli anni Cinquanta e Sessanta Ai confini della realtà, è arrivata oggi alla quinta stagione e presenta la caratteristica di essere basata su una serie di episodi concepiti come storie totalmente autonome.  Uno schermo di un’apparecchiatura elettronica spento sembra uno specchio nero, un “black mirror”, e questo è il titolo scelto per una serie televisiva che vuole presentarsi come un vero e proprio specchio in cui vedere riflessa la nostra condizione attuale, vuole cioè mostrare come i media stanno rendendo sempre più problematico il nostro rapporto con la realtà.     Ad esempio, Ricordi pericolosi, l’ultimo episodio della prima stagione di Black Mirror, è incentrato su come i media modifichino radicalmente il nostro rapporto con il tempo in conseguenza del loro...

Media e Illusione / Le tetradi perdute di Marshall McLuhan

Appunto per un prossimo viaggio a Toronto: andare alla Roberts Library dell’Università, dirigersi verso la sezione Thomas Fisher e cercare il settore Rare Books and Collections. Sembra che lì dentro sia conservato un appunto di Marshall McLuhan sul cavallo a bastone, il famoso manico di scopa usato dai bambini a mo’ di cavallino che tanto piaceva a Ernst Gombrich. Chissà che non si riesca trovare interessanti connessioni, e relativi cortocircuiti, fra il grande studioso dei media (quello della Galassia Gutenberg e di Understanding Media) e il grande studioso di storia dell’arte e delle immagini (quello di Arte e illusione, Immagini simboliche e Il senso dell’ordine). Si tratterebbe di un dialogo comunque intrigante, di una bella sinapsi in più nella rimpianta cultura del Novecento. Il geniaccio canadese, cattolicissimo e irriverente, che studia le invenzioni umane come protesi del corpo, da un lato. Il compassato connoisseur austriaco, emigrato al Warburg Institute di Londra e divenuto sir studiando il nesso fra norme e forme, dall’altro.    Il brogliaccio in questione avrebbe dovuto far parte dell’ultimo progetto di ricerca di McLuhan, lasciato in eredità al figlio Eric...

Quell'intervista a Playboy / McLuhan, cinquant’anni dopo

Per diverse serate, tra il dicembre del 1968 e il gennaio del 1969, Marshall McLuhan ha ricevuto nella sua casa di Toronto il giornalista Eric Norden, che poco tempo prima aveva intervistato il regista Stanley Kubrick. Fuori faceva molto freddo e McLuhan e Norden hanno chiacchierato per parecchie ore davanti al tepore del caminetto acceso. Ne è uscita una lunghissima intervista pubblicata sul numero del marzo 1969 di Playboy, che all’epoca era una rivista alla quale collaboravano alcuni degli intellettuali statunitensi più importanti, compreso McLuhan, che nel dicembre del 1968 vi aveva pubblicato l’articolo Il capovolgimento dell’immagine surriscaldata.    Quella pubblicata da Playboy può essere considerata la più famosa intervista rilasciata da parte di McLuhan e si tratta di un lungo dialogo nel quale il più importante studioso dei media ha riassunto con efficacia il suo originale pensiero. L’intervista è apparsa per la prima volta in italiano all’interno del volume Percezioni. Per un dizionario mediologico (Armando), curato alla fine degli anni Novanta da Gianpiero Gamaleri, ed è poi uscita in una nuova versione nel libro Intervista a Playboy. Un dialogo diretto con...

Un diario del tempo in rete / La vita sociale dei media

In questi primi giorni dell’anno, gli unici, insieme a quelli centrali d’agosto, in cui la vita scorre un po’ più lenta e ricevi meno email del solito, mi sono accorto di aver speso più tempo del solito a consumare media di varia natura e ho provato a tenere un diario quotidiano del tempo speso con i media e in che modo ho speso questo tempo. È un esercizio per le vacanze che avevo assegnato ai miei studenti del corso in Big data, media digitali e società che tengo all’università di Siena, un esercizio che ho preso in prestito (se non quasi integralmente riprodotto) dalla ricercatrice americana della Aarhus University Annette Markham, che ha pubblicato un articolo scientifico su questo metodo: Critical pedagogy as data literacy.      L’idea è quella di rivolgere lo sguardo su di sé in maniera critica, prendendo coscienza, cioè portando in primo piano, delle pratiche quotidiane legate al consumo dei media e di quanto queste pratiche producano flussi di dati che non controlliamo. Ma via via che compilavo questo diario, mi sono reso conto di qualcos’altro, che non aveva a che fare con la politica dei dati, bensì con il nostro rapporto quotidiano, intimo e fertile, con...

I media e l'arte della menzogna / Il tramonto della realtà

In aula da un paio d’anni faccio sempre questo esperimento: chiedo agli studenti quanti sono secondo loro i migranti che vivono in Italia rispetto al totale della popolazione. Il risultato è sorprendente, anche se molto meno, per fortuna, rispetto al resto della popolazione. Secondo i dati forniti dall’Euro Barometro, l’Italia è il paese dove la distanza tra la percezione e la realtà in tema di immigrazione è più significativa: gli italiani credono, in media, che gli immigrati siano il 27% della popolazione, quando invece rappresentano solo l’8% (anche se nel 2007 erano il 4%).   I miei studenti invece li collocano tra il 10 e il 20% della popolazione, un risultato lievemente migliore, dovuto, credo, al maggiore capitale culturale in loro possesso. Tra la realtà e la sua percezione, c’è sempre stato un fossato, ma la sensazione è che, recentemente, la progressiva mediatizzazione di ogni aspetto della quotidianità stia contribuendo ad allargare questa distanza, tanto quasi da far scomparire la realtà. È di questo che parla il libro di Vanni Codeluppi, espresso dall’affascinante titolo Il tramonto della realtà, una parafrasi del Tramonto dell’Occidente di Spengler. Codeluppi...

Il Sessantotto di chi non c'era / Ho incrociato il 1968 nel 1998

La prima volta che incrociai il 1968 fu nel 1998.  Avevo ventun’anni ed ero uno studente di Scienze della Comunicazione a Siena. Per un corso di multimedia qualcuno di noi insieme al suo professore progettò un CD-ROM interattivo, ormai consegnato all’archeologia dei dead media, che raccontava la cronologia del 68. Per il corso di Storia Contemporanea del professor Labanca, ognuno di noi doveva scrivere una tesina, un saggio di 3.000 parole, su un evento del novecento. Avevo una camicia a quadri da boscaiolo umbro e i miei gruppi preferiti erano i Nirvana e gli Smashing Pumpkins. Scelsi di fare ricerca su Pasolini, il 68, Valle Giulia. La tesina iniziava con le parole di PPP: “Smettetela di pensare ai vostri diritti, smettetela di chiedere il potere. Un borghese redento dovrebbe rinunciare a tutti i suoi diritti, e bandire dalla sua anima, una volta per sempre, l’idea del potere. Tutto ciò è liberalismo: lasciatelo a Bob Kennedy.” PPP era affascinante perché rappresentava una modello di intellettuale duro e puro, critico anche coi giovani sessantottini.  Nel 1998 a Siena, tra noi studenti fuori sede si finì per discutere molto del 68, nell’unico bar “alternativo” della...

Processi creativi e basi cognitive / Biologia della letteratura

Nella breve ma intensa storia della teoria della letteratura coesistono – ora fronteggiandosi, ora avvicendandosi – spinte verso l’astrazione e spinte verso la concretezza. Con ogni evidenza, nella fase attuale sono queste ultime a prevalere. In uno dei più importanti contributi recenti alla ricerca narratologica, Marco Caracciolo ha parlato di un «approccio E» (E-approach), dove «E» sta per embodied, enactive, embedded, engaged (The Experientiality of Narrative, De Gruyter, Berlin 2014). L’esperienza letteraria si cala nella realtà corporea: s’incarna, s’incastona nell’empiria, s’intreccia con l’azione; si vuole implicata, interessata, coinvolta. A seconda dei casi gli studiosi possono proporre orizzonti relazionali diversi, ma le varie prospettive convergono nella dimensione del rapporto con ambienti concreti e condizioni vive di esistenza. Niccolò Scaffai, in un bel volume da poco recensito su queste pagine da Gianfranco Marrone, ha messo in evidenza la tematica ecologica (Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione letteraria, Carocci 2017), in una prospettiva squisitamente comparatistica. Da tempo assai attivo sul versante della riflessione teorica, in Biologia...

Aprire alla co-progettazione, cambiare gli algoritmi / Possono esistere delle (nuove) tecnologie conviviali?

Stavo ascoltando la radio. Era un mese fa, il 7 giugno. Su Radio3 sento la voce di Derrick De Kerckove che parla di datacrazia, della supremazia dei dati. Mi fermo all’ascolto, poi interviene Belpoliti. Capisco che è un dibattito sulla memoria e sugli strumenti per preservarla, ma che verso la fine ha preso altre strade. La discussione è molto interessante, e come al solito, lascia più domande che risposte. La potete riascoltare per intero qui. La discussione parte da un articolo di De Kerckhove pubblicato da La Stampa, in cui afferma che   “Come ha scritto Umberto Eco, la verità è che stiamo perdendo la memoria, «quella personale, inghiottita dall’iPad, e quella collettiva, forse per la pigrizia di non voler comprendere il passato per capire il presente». (…) Ma adesso, tornando digitale on line, la memoria culturale emigra completamente fuori del mio corpo e se ne va nel cloud. Si chiama «amnesia digitale» da uso eccessivo di Google e smartphone. (…) Nella partecipazione immediata e permanente che intratteniamo con il mondo digitale, nell’accelerazione continua e nel total surround dell’informazione, sparisce l’intervallo necessario per riflettere e...

Voce non bella né di suono né di senso / Il grammatico si è detto "linguista"

“Cerusico”: chi l’ha più sentito dire? E “speziale”? “Passa a prendermi un’aspirina dallo speziale, per favore”: suvvia! Ecco due nomi di mestieri usciti dall’uso. Non ne sono però usciti perché i mestieri che designano sono scomparsi. Questo è il caso, si ponga, di “carbonaio” o di “lavandaia”. In futuro sarà forse il caso di “bancario”. Persino di “giornalista”...   “Speziale” e “cerusico” designano invece mestieri che esistono ancora e prosperano, solo che nessuno li chiama più così. E c’è il sospetto che, per esempio, sopra “cerusico” si sia ormai stesa l’ombra di un tabù. Dare del “cerusico” al chirurgo che si prepara a praticarvi una prostatectomia potrebbe infatti guastarvi con lui, quasi si trattasse di un insulto.   Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632.  “Grammatico” rischia oggi di procedere sulla stessa strada di “cerusico”. Certo, come parola è diventata rara. Il mestiere di grammatico non è però scomparso né sono svaniti i grammatici (perdoni il maschile generico chi è sensibile alla faccenda: in questo caso, non si sa proprio come cavarsela meglio). Grammatici ne circolano a iosa, oggi, e fuori dei loro tradizionali recinti....

Goethe Institut Turin / Il Grande Vecchio ovvero La guerra delle immagini

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Oliviero Ponte di Pino per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Si spara e si muore, tra le colline, nei deserti, nelle foreste. Si muore nelle città e nei villaggi. Si muore sulle mine e sotto il mirino dei droni. Si muore davanti alle telecamere, sgozzati da un ragazzino. Si muore falciati da un kalashnikov su una spiaggia. Sono sofferenze indicibili. Una violenza insensata, disgustosa, inaccettabile. Sta togliendo vita e dignità a decine di migliaia di esseri umani. È impossibile trovare le parole per questo dolore, per queste sofferenze.   Ma le guerre, oggi più che mai, non si combattono solo con le armi. Una delle guerre più lunghe e profonde, in atto da millenni, vede fronteggiarsi parole e immagini. Parole...

Maestri, guru, ingegneri / Conversazione con Paolo Fabbri

  Dopo l'intervento di Giusi Marchetta pubblichiamo oggi il secondo intervento legato all’incontro Che cos’è un maestro? promosso dal progetto Hangar Piemonte e da da doppiozero: l’11 luglio, a Torino, un’occasione di confronto e riflessione sulla figura dei maestri, sulla comunicazione oggi dei saperi pratici e teorici a partire dal racconto di alcune esperienze concrete dei partecipanti in realtà non istituzionali.      Con Paolo Fabbri si parla bene di molte cose, dall’ultimo libro sul pensiero cinese antico al sorriso enigmatico dei suoi cani, dalle nuove edizioni degli scritti di Benveniste alle avventure di Tex, dagli Zombie a Pinocchio, passando per gli artisti contemporanei, la poesia sperimentale, i contorsionismi della comunicazione politica, le strategie militari vecchie e nuove, i terrorismi, i capricci della moda e, ossessione fondamentale, i destini della semiotica.   Paolo ha seguito le sorti della scienza dei segni sin dai suoi esordi, da quando a metà degli anni Sessanta teneva seminari su media televisione e pubblicità a Firenze, ma anche corsi sulla sociolinguistica nell’esordiente Centro studi semiotici di Urbino, seguendo a Parigi i...

Ancora sulle dinamiche del web 2.0 / Media e processi imitativi

Il contributo di V. Codeluppi torna su una questione molto dibattuta in seno alla cosiddetta Communication Research, ovvero la tipologia e l’intensità degli effetti dei media sulle persone. L’analisi del sociologo prende piede da un evento che dimostra come la narrativizzazione di alcuni modelli comportamentali attraverso le serie televisive (a loro volta recuperati dalla “strada”), sia effettivamente in grado di modificare il comportamento delle persone nella loro vita “reale”. Tiziano Bonini risponde a tale questione sottolineando la complessità del processo fruitivo e soprattutto il peso delle variabili contestuali, come nel caso del celebre studio di Cantril che analizzando “in profondità la ricezione dimostrò come l’effetto di quella trasmissione radiofonica sugli ascoltatori variasse moltissimo in base ad una serie di variabili socio-culturali e psicologiche che non c’entravano nulla con il testo del messaggio”. Al di là della risposta diretta a tale questione, che appunto potrebbe scomodare numerose (e tra loro molto diverse) teorie sui media, a me pare ancor più rilevante il rapporto tra spiegazione sociologica e quadro epistemologico che tale domanda implica. ...

L’istante eterno dei nuovi media / Tempo

Il tempo dei media elettronici presenta una natura estremamente differente da quello della scrittura e della stampa, che era lineare, strutturato e fortemente connesso con i ritmi tipici dell’era industriale e moderna. Si caratterizza infatti per il suo deciso orientamento verso l’istantaneità. I mezzi di comunicazione contemporanei chiedono cioè in continuazione agli individui di essere connessi in cambio della possibilità di condividere un’esperienza che si sta svolgendo nello stesso momento in cui il medium sta comunicando. Ed essere sempre connessi implica che il tempo tenda a disgregarsi. Che cioè non abbia più una vera e propria struttura, ma diventi fluido e malleabile. Anche perché essere sempre connessi implica l’esposizione degli individui a una enorme quantità di stimoli che spingono inevitabilmente verso una intensa moltiplicazione e liberalizzazione dei punti di riferimento impiegati. Ne risulta che il tempo dei media elettronici in apparenza potrebbe sembrare lineare, ma in realtà è frammentato, composto cioè di un gran numero di istanti intensi separati da degli intervalli. Si tratta dunque di un insieme di punti, quel tempo tipico della contemporaneità che il...

Ti scrivo. Noi sopravvissuti

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Interviste, lettere e poesie. Oggi proseguiamo con la seconda: lettere che scrittori e saggisti indirizzano a Pier Paolo Pasolini, come se lui potesse leggerle.   Apriremo questa sezione agli interventi dei lettori: potranno scrivere a loro volta delle missive (massimo 5000 battute) indirizzate al...

Kultura

Molti studiosi e molte discipline hanno provato a definire sinteticamente il termine «cultura», ma tale operazione presenta notevoli difficoltà. L’ambito in cui la cultura opera è infatti estremamente vasto e articolato. E negli ultimi anni si è fatto ancora più ampio. La cultura, perciò, dev’essere considerata non un semplice insieme organizzato di forme espressive, norme e valori, ma un vero e proprio mondo. Un mondo concreto e fisicamente sperimentabile, dove operano soprattutto i fenomeni di consumo, la moda, i media e l’industria culturale. Un mondo che dunque è sempre più globale e dominato dal capitale delle multinazionali, ma anche in grado di funzionare secondo la logica propria del Web e dello spettacolo mediatico. Un mondo comunque che non è più secondario e periferico, ma è riuscito a conquistare una posizione centrale nell’immaginario collettivo e individuale. E pertanto, proprio per questo motivo, è in grado di trasformare radicalmente la vita quotidiana delle persone e ambiti primari della società come la politica e i mercati.    ...

Somiglio alle mie scarpe

Me ne sono accorto oggi (che giorno è? È settembre). Ho guardato le pedule morbide, ormai al (viale del) tramonto, con la loro scritta dietro il tallone, discreta e anche evocativa, perché no? Modello "renegade". Le ho guardate bene: "l'ultima volta avevamo detto che era la fine. Avevamo scelto un grande luogo selvaggio. Ricordate? Poi ce l'avete fatta, mi avete indossato anche questa volta..." Loro due mi hanno guardato così intensamente, intrise di quell'umidità assorbita nelle ore tra foreste, pinnacoli e pascoli solitari, camminando come se nuotassi nell'Oceano Tetide. È così che all'improvviso ho visto il mio volto nel loro: la stessa espressione pensosa. Assomigliavo a loro.   Anzi, io ero le mie scarpe.   E ho pensato, che le scarpe non mentono mai. Ero partito al mattino presto per fare ordine nel tumulto di rifiuti mediatici che ogni giorno dobbiamo elaborare. Ma la risposta era lì, nelle mie scarpe: che consumandosi ti dicono della tua postura. Cioè raccontano come sta il tuo corpo. Ovvero, il corpo racconta come sta la mente e anche la tua psiche. S...

I selfie non fanno male

Nonostante la pratica del selfie sia oggi ormai comune a tutte le classi sociali, in tutto il mondo – Google riporta che nel 2014 le persone hanno scattato circa 93 milioni di selfie al giorno soltanto su telefoni Android (Brandt, 2014) – in Italia continuano a uscire articoli denigratori di questa pratica, che inquadrano il fenomeno come frutto di un carattere narcisista o addirittura come una pratica che può sfociare nella patologia. Il selfie nella narrazione dei media è spesso denigrato e utilizzato come bersaglio (fare alcuni esempi di titoli..). Questa narrazione non è affatto nuova.   I media fanno male! Se passiamo in rassegna la storia dei media, in parallelo alla comparsa di un nuovo strumento di comunicazione è sempre emersa una retorica narrativa che tendeva a patologizzare o a mettere in allarme la popolazione sui rischi di un uso eccessivo di quel mezzo. Se fossimo nel 1890 e potessimo usare Facebook, le bacheche di molti maschi italiani sarebbero piene di articoli ironici sul carattere patologico delle donne delle famiglie borghesi che passano ore al telefono (il nuovo medium dell’epoca) a parlare con le amiche,...

Che cos'è un medium

In senso lato, i media sono tutti quegli strumenti che durante la storia delle civiltà sono stati utilizzati dagli esseri umani per interagire in maniera efficace con l’ambiente in cui si trovavano. Generalmente, però, per media si intendono soltanto i mezzi di comunicazione, cioè quegli strumenti che sono comparsi in Occidente a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento e che si sono caratterizzati per la loro capacità di diffondere grandi quantità di messaggi nella società. Tra questi strumenti, è arrivato prima di tutto il quotidiano popolare e a esso sono seguiti poi la fotografia, il cinema, il telefono, la radio e la televisione.   Marshall McLuhan, negli anni sessanta, scriveva all’interno del volume Gli strumenti del comunicare che ogni nuovo medium, quando compare sulla scena sociale, non dispone di propri contenuti ed è costretto ad assorbire quelli generati dai media che l’hanno preceduto. Per questo era convinto che «il “contenuto” di un medium è sempre un altro medium». Da questa concezione della relazione esistente tra i media è nata l’...

Produrre e condividere

“Teste e colli. Cronache dell'istruzione ai tempi della Buona Scuola” è un progetto editoriale de il lavoro culturale che nasce dall'intreccio di riflessioni, spunti, interviste, connessioni nate fra autori che si occupano e lavorano nel mondo dell'istruzione pubblica in Italia e all'estero. Il titolo si richiama alla provocatoria immagine evocata dal filosofo Michel Serres per descrivere i ragazzi e le ragazze del XXI secolo: non più teste piene di nozioni o teste ben fatte, ma agili tronconi di teste aperte al vento di informazioni della Rete. I temi toccati sono i più svariati, come del resto impone un oggetto complesso quale è la scuola, dall'attuale progetto di riforma alla formazione degli insegnanti, dalla “migrazione digitale” nella didattica al tema abusato della valutazione, dalla retorica delle competenze e della prestazione scolastica alle politiche di inclusione a costo zero proprie delle visioni neo e ordoliberiste del welfare. Questa complessità è espressa anche da una forma inedita: non un saggio o una raccolta di saggi, ma interviste, glossari, saggi e narrazioni autobiografiche...

Mommy fino all'ultimo respiro

Il film “Mommy” (2013) di Xavier Dolan è uscito in Francia l’8 ottobre 2014; il titolo di “film de la rentrée” (“film del rientro”, letteralmente, dalla pausa estiva), attribuitogli all’unanimità dalla carta stampata e il battage mediatico, inedito per quanto riguarda il regista québécois, avevano nondimeno già portato il film a Parigi anche al di fuori delle sale cinematografiche. Durante tutto il mese di settembre, gli incontri-dibattito attorno al film, ai quali hanno presenziato lo stesso Dolan e il cast del film, come anche le presentazioni in anteprima hanno registrato rapidamente il tutto esaurito, com’è normale, del resto, per un film per il quale si è creata attesa, che è stato mediatizzato e in parte già mostrato prima ancora dell’uscita effettiva nelle sale.   Dalla presse alle affiches nelle stazioni del métro, Dolan è arrivato a Parigi da più di un mese, e in modo chiassoso: per nessun altro film “evento”, neanche per l’atteso “Saint-Laurent” di Bertrand Bonello, pure supportato da...