Categorie

Elenco articoli con tag:

meme

(6 risultati)

Simboli / Greta Thunberg non è una ragazzina

È difficile restare indifferenti di fronte a Greta Thunberg, l’attivista climatica svedese che da qualche tempo è salita agli onori della cronaca per il notevole successo, anche mediatico, incontrato dai suoi appelli per un risveglio della coscienza ecologica globale.  Greta è una donna, giovane, che si è esposta nel dibattito pubblico fin dall’inizio senza filtri particolari, e soprattutto sfuggendo a ogni stereotipo di sessualizzazione della propria immagine.  Il volto, la figura tutta, di Greta attirano per questo, fin dal principio, sentimenti di identificazione o di repulsione, ma più raramente i commenti sessisti e gli shitstorming dal disgustoso sfondo sessuale riservati ad altre donne influenti o particolarmente presenti dal punto di vista mediatico. Da parte dei suoi detrattori il primo livello di delegittimazione delle sue argomentazioni e prese di posizione si gioca su questo livello primario e basale, quello della sua immagine e della narrazione che essa veicola.    Come ha sostenuto, infatti, il filosofo e mediologo Stefano Di Pietro nel suo Comunicazione di massa e scienze della mente (2016) anche con riferimento a Trump e Berlusconi, è dall’...

Prima lezione di semiotica / Fiori, cappelletti, Peanuts: il senso collettivo

Certe volte per capire come funziona una cosa occorre perderne la prospettiva individuale. Dichiarazione forse sempre un po’ sospetta e irritante in una cultura e in un’epoca, le nostre, in cui vige una psicologia popolare che esercita con convinzione idee quali quella di “trovare noi stessi”, “credere nella nostra unicità”, “esprimere il nostro stile” e così via. Anche a fronte di fenomeni tipicamente collettivi, come il sorgere e il tramontare dei colori nella moda, stagione dopo stagione, o come quello che investe il modo in cui un neologismo si stabilizza nell’uso dei parlanti di una lingua, è arduo accettare che la dimensione di un evento o di un processo trascenda le nostre preferenze e convinzioni.    Qual è stato l’esito delle crociate attorno a “petaloso” di due anni fa? Pare di poter dire nessuno, ed è questo il dato interessante. La disputa attorno al vituperato aggettivo ha mostrato, cioè, quale resistenza esista davanti all’opportunità di concepire un problema come intersoggettivo. “Petaloso” era orrendo per uno, squallido per un’altra, teneramente fanciullesco per un altro ancora. A chi è poi interessata la risposta della linguista dell’Accademia della...

Expo. Minchia, ma il ragazzo NoExpo è l’emblema dei meme

Chiude Expo: sei mesi di passione – nel senso della via crucis – cominciati con un meme. Chi si ricorda di Tia Sangermano?       Venerdì 1 maggio 2015 si è inaugurata a Milano la 65a Esposizione Universale. L’evento è accompagnato dalle proteste dei NoExpo, “convinti che la rassegna non sia un’opportunità, ma una sciagura per il territorio, i beni comuni, le casse pubbliche”. Le frange più violente dei manifestanti finiscono per trasformare il centro della città in un campo di battaglia, imbrattando muri, devastando vetrine, auto, arredi urbani. Il giornalista Enrico Fedocci di TgCom intervista un giovane che ha partecipato al corteo e che giustifica gli scontri con parole e toni che osservatori, media e utenti social giudicano sbagliati, inadeguati, ridicoli: “Boh, io quando sono in mezzo ai disastri sono contento comunque, cioè, è una protesta e ci sta”. Dopo qualche domanda, forse imbarazzato dall’incalzare del giornalista, il ragazzo ammette: “Mi esprimo male probabilmente”.   Fotogramma dalla videointervista a Mattia “Tia...

Il meme che non fa ridere

Venerdì 4 settembre 2015. Scrivendo su Google le lettere “ay”, la prima parola suggerita dall’autocomplete è “Aylan”. Tutti sappiamo della foto del “bambino che dorme”, tutti abbiamo visto l’immagine che ha “commosso il mondo” e “scosso le coscienze”, pubblicata da tutti i quotidiani, mostrata da tutti i media, rimpallata tra le polemiche su tutte le bacheche di tutti i social. Tutti conosciamo il nome del bambino (“scognomato” come si conviene a praticamente tutti i “piccoli” costruiti dal discorso giornalistico), tutti ne conosciamo la storia. Aylan (in realtà, Alan) è entrato nell’enciclopedia globale: la sua voce su Wikipedia è stata creata la notte tra il 2 e il 3 settembre. Cioè, subito. Schema dell’immagine del “bambino che dorme” È da ingenui – o romantici del cinismo – pensare che la foto non avrebbe dovuto essere pubblicata. È un’immagine troppo fotograficamente e giornalisticamente perfetta. Un frammento della disperazione del mondo impaginato in una composizione di sorprendente essenzialità, rigore formale, compostezza. E per questo ancora più potente, perché capace di fare scattare immediatamente un meccanismo empatico, identificativo fortissimo: “...

La vignetta di Giannelli

“Non mi ha fatto ridere”   La vignetta di Emilio Giannelli pubblicata il 18 luglio sul “Corriere della Sera” mostra una strana scena di convivenza forzata, un istante tutto da decifrare e interpretare. Una famigliola rientra a casa dopo le ferie (lo capiamo dalle valigie e lo esplicita la didascalia), e si trova, con stupore (lo capiamo dagli sguardi, dalla bocca spalancata del papà e dalla domanda che lui o la mamma – questo non si capisce bene – pronunciano), il salotto occupato da un gruppo di “profughi” (lo capiamo dall’aspetto dei personaggi e lo esplicita il baloon-risposta di uno di questi). La vignetta ha scatenato un putiferio, è stata accusata di razzismo e di non fare ridere. Sul primo giudizio mi sento di dissentire. Sul secondo non posso che concordare.   In che modo la vignetta potrebbe essere razzista? Qualora la si legga come l’esagerazione, la caricatura, appunto, di una situazione giudicata e proposta come realtà di fatto: i profughi stanno invadendo l’Italia, “la nostra terra”, “casa nostra”, e allora ce li troviamo, letteralmente, dentro...

Se puoi cucinare una torta, puoi fare una bomba

“If you can bake a cake, you can make a bomb”. Così recitava uno slogan messo in circolazione durante la Seconda Guerra Mondiale dal governo statunitense, bisognoso di reclutare manodopera femminile da destinare alle fabbriche di munizioni. Adottata poi da diversi movimenti femministi, questa ironica e iconica frase (spesso circola sotto forma di immagine: una donna pensosa sullo sfondo di formule matematiche) è anche un’involontaria celebrazione della potenza delle istruzioni. Le ricette di cucina infatti non sono poi così diverse dagli algoritmi; tanto che per spiegare come funziona concettualmente un software spesso si mostra agli studenti un diagramma di flusso che schematizza la preparazione di una... torta al cioccolato.   Una serie ordinata (e finita) di passi semplici e non ambigui volta alla soluzione di un problema. Questa la definizione canonica dell’algoritmo, vera e propria forma simbolica del nostro tempo, scandito e regolato da migliaia di “processi”: nient’altro che set di istruzioni impartite alle macchine sotto forma di software. L’onnipresenza di quest’ultimo – che...