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narrare

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Una vita / Julian Barnes, L’unica storia

L’unica storia è un romanzo strano. Un romanzo che per certi versi crea delle aspettative e le disattende. Il concetto centrale del racconto è chiaro sin dalla prima pagina. Nella vita abbiamo tutti una sola storia da raccontare. Tra i tanti avvenimenti che attraversano un’esistenza spicca però una sola narrazione, l’unica che conti davvero, l’unica che, in qualche modo, meriti di essere raccontata. La storia di Paul è dettagliata e puntuale. Il suo racconto è realistico, approfondito in ogni aspetto. Il dolore non è temuto, la mistificazione, bandita. Siamo agli antipodi della Trilogia della città di K, in cui la Kristof definisce la finzione letteraria l’unico modo per proteggersi dall’inevitabile dramma dell’esistenza. Barnes il dolore lo prende a testate, lo guarda negli occhi. Fermo, dignitoso, mai scomposto. Veritiero in ogni dettaglio.    L’unica storia è quella di Paul, studente diciannovenne. Borghese, annoiato, irriverentemente intelligente. Sono arrivate le vacanze estive ed esasperato dal tedio umidiccio e masturbatorio del suo far niente in un ipocrita sobborgo londinese degli anni ’60 – villette, siepi curate, partite di cricket e circoli del tennis –...

Letteratura necessaria / Perché le storie ci aiutano a vivere

Può sembrare un’iperbole editoriale, di quelle che da qualche tempo vanno di moda in Italia, ma il titolo del nuovo densissimo libro di Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere (Raffaello Cortina, 33€), indica perfettamente il risultato a cui perviene la sua ricerca: narrare non è un’attività con finalità eminentemente estetiche. Prima di essere arte il narrare è una necessità dell’uomo, un suo bisogno originario, una sua prerogativa fondamentale, come per altro indica il sottotitolo del libro: “la letteratura necessaria”.   Ma di che necessità si tratta e quale aiuto danno le narrazioni alla vita?   Per rispondere a questa domanda l’autore si toglie il gusto di far provare al lettore di antica (e probabilmente antiquata) tempra umanistica, ignaro delle numerose implicanze antropologiche della letteratura, una serie di salutari e stranianti confronti con quella che potremmo chiamare la physis del narrare, la sua radice biologica e la sua funzione evolutiva nella lunga storia della specie umana. Così facendo introduce da subito un concetto che si è fatto recentemente disciplina e su cui poi gravita l’intero impianto argomentativo del suo saggio-trattato,...

Eco dopo Eco

“Se avesse voluto sostenere una tesi, l’autore avrebbe scritto un saggio (come tanti altri che ha scritto). Se ha scritto un romanzo, è perché ha scoperto, in età matura, che di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare”. È il settembre del 1980, e quest’aforisma rovesciato chiude il risvolto di copertina della prima edizione del Nome della rosa, dove un Umberto Eco alla prima prova letteraria sembra quasi volersene giustificare agli occhi di un pubblico che lo conosce grazie a pietre miliari come Opera Aperta, Apocalittici e integrati o il Trattato di semiotica generale. Molti falsi amici la interpreteranno, con astuta superficialità, come una rinuncia alla dottrina semiotica, come la resa di una scienza nuova, fortemente vocata alla critica culturale, che nel giro di pochi decenni – riunendo Saussure e Peirce, Hjelmslev e Husserl, Morris e Jakobson – si stava imponendo con forza nel dibattito intellettuale del mondo intero, grazie anche a quelle opere lì. Ma oggi che, attoniti, proviamo maldestramente a rimuovere una cupa mancanza tirando giù a casaccio i suoi libri dallo scaffale, troviamo conferma di tutt’altro. Si tratta di un’affermazione forte, che va intesa...

Twitter macchina narrativa

  È finita così, dopo 2797 tweets. Lo scorso 29 marzo il capitano Robert Falcon Scott (@CaptainRFscott) ci ha lasciati. Ha scritto le ultime righe del suo diario ed è morto. Esattamente come era accaduto in una tenda sull’altopiano antartico cento anni fa. Leggere quest’ultimo tweet “Last entry. For God’s sake look after our people”, per chi ne aveva seguito la storia, è stato come leggere la parola Fine al cinema. C’è qualcosa di terribile e assieme potente, in questo tweet. È la stessa forza che Roland Barthes, in Camera Chiara, riconosce nella fotografia del giovane condannato a morte Lewis Payne, fotografato da Alexander Gardner nel 1865:     Roland Barthes, commenta: “È morto. E sta per morire”. Guardando questa foto e leggendone la storia sappiamo che il giovane Lewis è morto da tempo, eppure la foto lo coglie nell’attesa della morte e per noi, mentre lo osserviamo, “sta per morire”. È a questa immagine che ho pensato la notte del 29 marzo, quando ho letto l’ultimo tweet di Sir Falcon Scott: “è...