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pensione

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Riciclaggio del negativo? / Vecchi potenti

Uno quando va in pensione si dice che è “uscito dalla vita attiva”, con una delle espressioni più grottesche in circolazione nella nostra società. Come se uno a un certo punto si mettesse in modalità OFF. La fine del lavoro sarebbe la fine di tutto. Alla vita rimarrebbe dunque non più il fine (del lavoro) che la rende attiva, ma solo la fine. È terribile pensare di “essere attivi” solo se si produce reddito, cioè ricchezza. Tutto il resto sarebbe non un fine, ma una semplice fine.   Un affare va “a buon fine” quando chi compra e chi vende raggiungono la soddisfazione dei propri interessi. Il fine dell’affare è il suo scopo, generativo per così dire, mentre la fine è il suo annullamento. Il fine dà futuro, la fine lo fa cessare. Il fine di un agire lo stimola, la sua fine lo esaurisce. Naturalmente il fine e la fine sono entità fenomenologiche diverse nel bene e nel male: il fine e la fine dell’educazione (o della solidarietà o della tortura…), poniamo, determinano conseguenze assai lontane. E anche per la vita probabilmente è così: il suo fine la incoraggia, la stimola, non la sua fine. È un po’ come avere o non avere un sogno da realizzare.   Le ragioni della vecchiaia...

Freelance ieri, oggi e domani

Non sono una freelance, ma ne conosco moltissimi. Uno di questi freelance che conosco è mio padre. Lo è ininterrottamente dal 1978, anno in cui ha lasciato un impiego a sua detta “da suicidio” in un’assicurazione e ha iniziato a esercitare come avvocato. Mio padre ed io viviamo in città diverse, quindi gli ho fatto un’intervista telefonica.   “Ciao, amore, come stai?” “Ciao, babbo. Sto bene, ma ti ho chiamato perché devo chiederti delle cose sul tuo lavoro per un pezzo che devo scrivere. Tanto per cominciare, sei consapevole di essere un freelance?” “Fri che? Possiamo parlare in italiano?” “Ce l’hai la partita IVA?” “Certo, se no come farei a emettere le fatture?” “Ecco, veniamo subito al dunque: ma queste fatture, poi, te le pagano?” “Eh?” “Intendo dire, ti è mai capitato che una fattura non ti venisse saldata?” “Eccome.” “E cosa hai fatto?” “Beh, di solito faccio fare un decreto ingiuntivo.” “E funziona?” “Non sempre.” “In questi anni...

Americanate

Sono passati quasi vent’anni da quando sono venuto a vivere negli Stati Uniti. Il mio rapporto con l’Italia è rimasto però forte grazie ai frequenti viaggi e ai sempre più numerosi ed efficaci strumenti di comunicazione via internet. Un passatempo tipico di chi come me divide la propria vita fra due paesi diversi è fare il confronto dei rispettivi modi di vivere. Lo si fa specialmente quando si torna in patria e si racconta cosa fanno gli stranieri.   Dopo un po’ di questo traffico transatlantico, sarà stato verso la fine degli anni novanta, ogni tanto, quando stavo in Italia, mi prendeva come il vago sospetto di essere ancora negli Stati Uniti. Non era per la lingua, per l’alluvione di vocaboli inglesi dentro l’italiano, quello no: ascoltare i connazionali masticare l’inglese dentro le loro cadenze regionali mi faceva invece sentire tutta la distanza che ci separava dall’America. Non era per le parole che mi prendeva la sensazione di essere rimasto di là, ma per le cose, le abitudini, il modo di vivere. Ogni volta che tornavo in Italia mi accorgevo che intorno a me c’erano sempre...

Matteo Speroni. Brigate Nonni. I ribelli del tramonto

“Zolfo curry orina zafferano sudore”. È con questa sensazione olfattiva che inizia il romanzo Brigate Nonni. I ribelli del tramonto (Cooper, p. 255, euro 14) di Matteo Speroni. E poi con una raffica di kalashnikov esplosa all’impazzata in uno squallido supermarket di periferia. Eppure nulla è come sembra. Niente banditi, niente ladri, nessun criminale. Solo un gruppo di ribelli, una banda che ricorda le sgangherate accozzaglie di reduci, che popolano i romanzi di James Crumley.   Loro sono la formazione denominata Stella del mattino, capeggiata dall’ultrasessantenne Vincent Guerra, la frangia esecutiva più pericolosa delle Brigate Nonni, sorte in seguito al collasso del sistema previdenziale, che non ha più fondi per pagare le pensioni. Il campo di battaglia è il cuore nevralgico del paese: la città di Milano, teatro principale della misteriosa operazione di primavera, organizzata a colpi di “saltarola”: un gioco, ma anche un modo di comunicare attraverso messaggi criptati. E poi c’è l’altra faccia della medaglia, le forze dell’ordine, ancora più...

Disastri psichici e sottomissione

Nella biblioteca del mio studio incontro un libro che non cercavo e non ricordavo di avere: Spinoza Dictionary, pubblicato negli Stati Uniti dalla Philosophical Library, nel 1951, prefazione di Albert Einstein. Si tratta di un’antologia delle opere spinoziane tradotte in un inglese ottocentesco. Alla voce Obbedienza trovo una citazione dal Capitolo XVII del Trattato Teologico-Politico: “Se coloro che sono i più temuti possedessero il maggiore dominio, il maggior potere lo deterrebbero i sudditi del tiranno, perché costoro son coloro che i tiranni temono maggiormente”. Secondo Spinoza il tiranno intende esaurire la differenza tra il diritto naturale dei soggetti e la legge dello Stato, come in un’immagine di Adone Brandalise: “Colmare il vuoto con una gettata di cemento”. Tuttavia i tiranni temono massimamente i sudditi perché il ghetto di cemento provoca rivolte. Per questo il tiranno inganna i sudditi mostrando insegne mitiche, religiose, nazionalistiche che li tengono a freno. Così i sudditi combattono per la propria schiavitù, come se combattessero per la propria salvezza. Le persone, per essere...

La democrazia zippata

  Che cosa ci sta accadendo, cosa sta accadendo a noi come persone? C’è un’agenzia di rating che declassa i nostri titoli morali, il nostro prestigio di esseri umani. In giro vediamo solo facce scontente. L’ardore viene scambiato per follia. Il modello è la rete, è Facebook. Una cosa la dico io, una la dici tu e andiamo avanti. La parola come porta girevole. Siamo in mezzo a questi spifferi. L’occidente occulta la sua bancarotta spirituale mettendoci davanti agli occhi la crisi economica. In Italia discutiamo da anni di un uomo terrorizzato dalla morte senza essere capaci di vedere dove va a inabissarsi ognuno di noi ogni giorno. Siamo inumati nelle fosse comuni dell’autismo corale, la rete è il nostro nuovo cimitero. Al posto della faccia sul profilo di Facebook dovremmo mettere una croce. La soluzione non è tacere, non è andare altrove, verso un reale che non c’è. Bisogna solo avere il coraggio di dire come ci sentiamo, dove pensiamo di trovarci. Questo possiamo fare per il mondo, dire la nostra insofferenza, dire la nostra immaturità, la nostra incapacità di scegliere,...