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rifugiati

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L’estate dei festival / Odori, incroci, donne al Suq di Genova

La prima cosa è il suono. Sia che si arrivi da via San Lorenzo sia che si passi dall'Acquario, il ritmico e tribale martellare degli jambè accompagna l'ingresso al Porto Antico: il passo aumenta inseguendo il battito delle mani sui tamburi, difficile rimanere indifferenti.  Poi c'è la gente. Avvicinandosi alla tensostruttura sul mare e superati i primi musicisti di strada, grandi e coloratissime donne propongono ai passanti eclettiche acconciature. La folla aumenta: qualcuno chiacchiera animatamente seduto attorno a bassi tavolini su larghi e pesanti tappeti, c'è chi mangia accampato, c'è chi sfoglia libri sotto una tenda aperta e verde; qualcun altro osserva l'anziano signore che crea al tornio meravigliose stoviglie di argilla, di quelle che si comprano nei mercati marocchini.  E il profumo travolge i sensi. Una stratificazione di aromi e odori di spezie, condimenti, fiori secchi, incensi, profumi riempie le narici: siamo entrati nel grande mondo del Suq di Genova, aperto venerdì 14 giugno e che prosegue fino al 24 (festa patronale della città) per poi andare in trasferta, come ormai da tradizione, al Museo Preistorico dei Balzi Rossi di Ventimiglia il 27 giugno....

L’involuzione della società psicotica / Dopo le Ramblas e Piazza Indipendenza

Ero lontano quando è accaduto lo sterminio delle Ramblas, anche in Brasile è risuonata la voce di Mario Vargas Llosa, una condanna al fanatismo, soprattutto un ricordo di luoghi dove aveva vissuto per anni, con cui aveva un legame. Un grande scrittore ha saputo ricordare, in un momento in cui rabbia e tristezza pervadono la nostra essenza. Bisogna ringraziarlo.   Nel frattempo, su media e social network escono nuove/vecchie cose, come l'intervista a Wafa Sultan del 21 febbraio 2006 su Al Jazeera Qatar. Wafa Sultan, parla arabo e dice che il messaggio del Corano è ben diverso da quello della Bibbia o del Libri cristiani. Secondo Sultan l'origine di ogni fanatismo islamico sta dentro le radici stesse del messaggio guerrafondaio, essenzialmente presente nel Corano. Infine dice che l'unica soluzione sarebbe una riforma del Corano. Però, durante gli stessi giorni in cui queste dichiarazioni riemergono, venti milioni di Islamici si mettono in marcia contro ISIS. Smentiscono Wafa Sultan. Il Corano c’è anche chi lo sa leggere, ove per “leggere” si intende inserire la lettura dentro il contesto storico in cui si vive. Raccogliere il legame all’indietro presente nelle parola “religione...

Il tempo che viviamo / Anche in Germania la paura è un tarlo

Gli autisti dei FlixBus che ogni giorno collegano il nord Italia con la Germania lo sanno bene: ogni notte alla frontiera qualche posto resta vuoto. Salgono a bordo a Torino, Milano, Trieste con una borsa di nylon. Poi si sistemano insieme agli altri: studenti, pendolari di lunga tratta, lo sciame della nuova umanità che si sposta su gomma per l’Europa. Prendo spesso la linea tra Torino e la Baviera. Di giorno siamo in pochi, sedili vuoti e panorama. Una fermata a Milano e poi si tira dritto. Pochi controlli e dieci ore dopo lo sbuffo delle porte apre la Germania. Di notte è tutta un’altra cosa. È un brulicare di persone, l’ora di arrivo a Monaco è un terno a lotto, dipende da tre polizie, quella svizzera, quella austriaca e quella tedesca. Siamo in molti che speriamo di non arrivare in Baviera troppo tardi, sono altrettanti quelli che sperano di arrivarci punto e basta. A volte la volante affianca il bus, l’autista annuncia lo stop all’altoparlante, e dentro l’aria si fa dura. A noi non chiedono niente, guardano distratti il documento. Da loro vogliono sapere chi li aspetta, che treno prenderanno. Poi li fanno scendere. Si portano dietro la borsa di nylon perché sanno come andrà...

I migranti vanno dove c’è un futuro, altro che Italia! / Xenofobia. Perché non serve

Alcuni dati statistici pubblicati di recente gettano una luce sorprendente e ilare sul rigetto dei rifugiati da parte dell’Europa, su quella che sbrigativamente chiamiamo xenofobia. Questi numeri mostrano che i paesi dove la gente si dice più favorevole ad accogliere i rifugiati – a parte la Spagna e la Grecia – sono anche quelli dove i rifugiati e gli immigrati aspirano ad andare più che in ogni altro paese europeo. Il paese più favorevole in assoluto è la luterana Svezia (94%), seguita da Paesi Bassi (88%), Danimarca (86%) e Germania (83%). La maggioranza degli esuli afferma di voler andare proprio in questi paesi. I paesi più contrari – prima di tutti l’Ungheria (67%), poi, in ordine decrescente, Repubblica ceca, Bulgaria, Slovacchia, Lettonia e Italia (46%) – sono invece paesi dove questi esuli non hanno nessunissima intenzione di andare, se non come paesi di passaggio verso Germania o paesi scandinavi, o Gran Bretagna. È il paradosso della paura degli stranieri: essa è più forte quanto meno gli stranieri in quel paese ci vogliono restare.   Quando Timothy Garton Ash ha chiesto a un profugo afgano sedicenne a Berlino perché non se ne fosse restato in Italia, costui ha...

CUCULA- Refugees Company for Crafts and Design, Berlin

Dal divano di casa a cui Enzo Mari lamenta di essere inchiodato da ormai un paio di anni, le sue invettive e le sue parole caustiche non smettono di risuonare e di ispirare progetti radicali e visionari. Dopo anni di militanza e di critica programmatica verso un mondo del design che – a dispetto delle lotte politiche degli anni ’60 e ‘70 – si è drammaticamente convertito ai diktat di un mercato onnivoro e ha tristemente ridotto la figura del designer da filosofo-creatore a semplice esecutore delle tendenze e dei trend del momento, nel 1999 Mari stendeva e firmava il Manifesto di Barcellona, in cui dichiarava l’urgenza e la necessità di tornare a quella "tensione utopizzante delle origini del design", dichiarando quanto l’etica dovrebbe essere il fine primo di qualsiasi progetto di design. "Tutti dovrebbero progettare per evitare di essere progettati”, diceva allora e continua a ripetere oggi. Perché “la creazione è un atto di guerra, non un armistizio con la realtà”[1].   È sullo spunto di queste parole di Mari che vorrei qui introdurre l’esperienza e la...

Emergenza continua di fronte al silenzio generale / Migrare

Arrivano: per mare e per terra, in treno e in bici, a piedi… Sono tanti, troppi, aumentano con progressione geometrica, travolgono i confini esistenti come quelli creati ad hoc. Occupano spiagge e giardini, costruiscono “corridoi” per uomini, attenti a evitare quelli delle mine, le vie delle armi e quelle della droga che si intrecciano con quelle del petrolio. Rischiano la nuda vita per poter continuare a vivere. Nell’estate del 2015 la vecchia Europa, vecchia alla lettera con un tasso di natalità che fatica a toccare il 2%, è stata pacificamente invasa da uomini e donne, in gran parte giovani e giovanissimi con tanti bambini. In fuga dalla guerra e dalla violenza, dalla miseria e dalla repressione. Hanno attraversato il Mare nostrum, nutrito con i loro cadaveri, hanno accumulato chilometri e polvere, scovato nascondigli nelle macchine e nei camion, hanno corso a perdifiato – un pellegrinaggio parallelo al viavai delle vacanze.  Con la forza della disperazione ci hanno raggiunti. La loro guerra è diventata la nostra, gli “effetti collaterali” di quanto accade nell’Altro mondo sono penetrati, in una estate rovente, con il peso specifico dei loro corpi che si possono...

Sacchi d'argento buttati sugli scogli

La figura dei migranti abbandonati. Una delle immagini, direbbero alcuni – e ci pare perlomeno banale, vista la situazione – in quanto “figura emblematica” o “simbolica” dei poveri, migranti, arrivati dal corno d’Africa. Certo ci tocca, ci impressiona. Ma al tempo stesso sembra svolgere un ruolo tipico delle immagini dei media attuali: sono immagini dense, in senso tecnico; in grado cioè di assorbire e fare lavoro di sintesi e di condensatore. Di condensare appunto, al tempo stesso, sul piano del contenuto  e delle narrazioni. Con gli estremi e i luoghi comuni più crudeli: i temi e i valori, la fine della solidarietà; i valori e le passioni; ancora, affetto contro indifferenza, distacco. E al tempo stesso il discorso del “li abbiamo abbandonati lì”, senza più alcun dubbio o possibilità. Ma anche: arrivano come se si trattasse di materiali, sì, umani, ma alla deriva. E poi ecco il piano che, forse, ci tocca di più, in quanto punto di vista espressivo e percettivo.     Non voglio certo qui giocare sulla tragedia e sproloquiare/speculare, o fare arzigogoli...

Football Club al-Wihdat

Non è che mi interessi particolarmente di calcio, anzi, se devo proprio dirla tutta, mi annoia terribilmente. Ciononostante, il tempo che ho passato nel campo di rifugiati di al-Wihdat è stato scandito da serate interminabili di fronte ad uno schermo TV a guardare partite di calcio. Strano. Strano perché quando ho iniziato la mia ricerca nel 2009 avevo letto che i campi di rifugiati palestinesi erano luoghi particolarmente politicizzati, abitati da individui intrinsecamente politici: i “rifugiati palestinesi”. E Al-Wihdat è un campo di rifugiati palestinesi, fondato nel 1955 nella periferia di Amman e oggi completamente incorporato dall'espansione urbana della capitale giordana. Eppure qui la politica sembrava e sembra tuttora avere un ruolo piuttosto marginale nella vita di questa gente. Strano anche perché l’assenza pressoché totale di impegno politico tra i miei amici del campo coincide con l’infuriare delle rivolte arabe in Nord Africa e in Medio Oriente.   Football Club al-Wihdat, ph: Jihad Nijem   Ma se il vento della Primavera Araba non sembra soffiare su al-Wihdat, la passione...