Virgilio è urgente. Anche Ovidio

6 Marzo 2026

“Descrizioni di descrizioni di descrizioni” così, nella presentazione (pp.12-13), l'autore definisce questo “piccolo libro”, Virgilio è urgente. Lettori moderni dei classici, uscito da poco per Interlinea di Novara. L'autore è Roberto Andreotti, editor del supplemento culturale del “Manifesto”, “Alias Domenica”. Gli fa eco, nella nota finale (p.233), Piero Boitani (attuale direttore della collana Valla-Mondadori): “questo è a book on books about books”. Bastano questi due piccolissimi assaggi, che rimandano da un lato a Pasolini, dall'altro, più vagamente, a Gertrude Stein e che inoltre sono disposti circolarmente (Ringkomposition direbbe un filologo), e già possiamo vedere la caratteristica che più spicca nel testo, ossia la sua densità.

Noi, dovendo produrci in una descrizione di queste descrizioni di descrizioni di descrizioni, cerchiamo di seguire il metodo di Andreotti, ossia quello dei “prelievi istologici” (p.111) estratti dalle viscere di un testo così ricco e informato.

Il quale testo si occupa sì di Virgilio e Ovidio, prevalentemente, oltre che di altri autori più tardi (Seneca, Apuleio, Rutilio Namaziano), ma non direttamente, perché è semplicemente impossibile farlo. Si deve di necessità passare per tutta la mole di commenti, saggi, articoli che questi autori hanno sollecitato nel corso dei secoli, in modo tale che nemmeno un solo singolo verso o brano di prosa è sfuggito alla presa di un'esegesi stratificatissima, come le foglie di un carciofo, secondo la felice metafora di uno di questi esegeti, Nicholas Horsfall, dottissimo e ricco anche di humor. Questo studioso, venuto a mancare nel 2019, è uno dei più citati da Andreotti. Nel 2013 ha pubblicato un commento al libro sesto dell'Eneide. Per decenni nessuno, a parte Austin, si era azzardato a misurarsi con la catabasi virgiliana, dato che il commento di Eduard Norden (terza edizione nel 1927) pareva insuperabile. Horsfall, pur con la debita reverenza, non ha avuto paura di misurarsi con l'interpretazione di Norden e contraddirla in più d'un punto, soprattutto per quanto riguarda il ruolo e il peso di Posidonio per la particolare concezione virgiliana dell'aldilà. Questo interprete inglese non ha simpatia per le concezioni generali, per le cornici ideologizzanti e preferisce misurarsi con questioni particolari, anche minute, che richiedono grande pazienza e grande erudizione. Perché il ramo d'oro, che Enea deve staccare per poter entrare nell'Ade, resiste? Perché è definito proprio “cunctans”? Perché la versione della morte del timoniere Palinuro differisce così radicalmente dal libro quinto al libro sesto?

La filiera delle interpretazioni dovrà quindi ora passare per Horsfall, così come per decenni è dovuta passare per Norden. Ciò sta anche a significare che, mentre una volta erano gli studiosi di area tedesca a detenere una sorta di primato tra i filologi classici, ora sono quelli di area anglosassone a dettare legge.

Sì, ci sono davvero passaggi obbligati. Per Virgilio, prima del commento di Norden, con uguale valore di spartiacque, ci fu la pubblicazione della Virgils epische Technik di Richard Heinze, uscita una prima volta nel 1903. Questo volume, tradotto in italiano solo nel 1996 (e oggi introvabile anche sul mercato antiquario), sottolineò, fra le altre cose, che l'originalità di Virgilio stava nel tono emotivo e patetico del suo epos, partecipato sentimentalmente e non più distaccato e impersonale come quello omerico. Heinze si diffondeva sull'Empfindung (sensibilità) virgiliana, che “intride” di sé i vari momenti del racconto.

Così come il libro di Heinze segnò l'avvio di una rinascita virgiliana, il saggio di Italo Calvino sulla contiguità universale in Ovidio (1979) diede in un certo senso il la a una forte ripresa d'interesse per questo autore, prima derubricato a frivolo e superficiale manierista.

Due dei saggi del libro sono dedicati al commento delle Metamorfosi uscito per la Fondazione Valla, per la precisione al terzo e quarto tomo. Quest'ultimo è a cura di un altro maestro degli studi classici, Eduard J. Kenney, di Cambridge. Oxford è, si sa, più incline a Virgilio. Siccome il “iudicium fit ex comparatione”, è proprio attraverso un frequente confronto reciproco che i due poeti hanno modo di illuminarsi a vicenda. Ovidio agisce spesso agonisticamente verso Virgilio e l'Eneide è un ottimo liquido di contrasto per capire la natura non augustea di Ovidio, nonostante che gli ultimi libri delle Metamorfosi, con la loro cosiddetta “piccola Eneide”, tentino di accreditare esattamente il contrario. Virgilio è guidato nella sua opera da un telos, da un fine che è anche una fine: l'instaurazione di un nuovo ordine, fondato sulla ripresa di un ordine originario. Ovidio è guidato dal principio del dispendio, che è senza fine: “omnia mutantur, nihl interit” (tutto muta, nulla muore), tesi sostenuta da Gianpiero Rosati, assieme ad Alessandro Barchiesi uno dei principali artefici italiani della renaissance ovidiana.

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Ma veniamo al punto che riprende quella che Andreotti chiama “il piccolo choc da copertina”. Ossia l'urgenza di Virgilio (e, aggiungiamo noi, di Ovidio e di tutti gli altri autori antichi). Per l'Ovidio delle Metamorfosi, questo carme perpetuo delle trasformazioni senza sosta, un lettore può tirare in ballo temi attualissimi, cogenti, urgenti come “manipolazione della materia; mutilazione del corpo umano; fantasia genetica; potere catastrofico del desiderio” (p.91). E le vicende legate a Tiresia, Ermafrodito, Salmacide, Ifi, Ceneo e Vertumno non richiamano irresistibilmente l'odierno concetto di gender fluid? Ma tutte le Metamorfosi, dove, nell'ultimo libro, risuonano gli insegnamenti di Pitagora: “nec species sua cuique manet” (nessuna forma si mantiene) e “cuncta fluunt” (tutto scorre) e “requieque sine ulla corpora vertuntur” (senza tregua i corpi mutano), non si possono forse leggere all'insegna di un oggi più che mai valido paradigma identitario sfumato, cangiante, versipelle, esattamente come il testo di Ovidio? O “discolor” come il ramo d'oro di Virgilio.

Quanto a quest'ultimo si consideri ad esempio la teoria delle due voci della scuola di Harvard (p.71 e 184). Secondo questi studiosi, Adam Parry in primis, Virgilio disporrebbe nell'Eneide di una voce pubblica e di una voce privata. Ossia, accanto al Virgilio cantore dell'impero e della missione di Enea, trasparirebbe in controluce un altro Virgilio, un secondo Virgilio, pensoso delle sorti dei vinti, chino sui corpi dei cadaveri che la Storia o il Fato ammucchia nel suo corso spietato. Di qui l'attenzione per personaggi come Didone o Turno. Per Horsfall questo è solo un fantasma interpretativo. Nemmeno La Penna o Paratore credevano a questa teoria. Anzi ci ironizzavano sopra. Eppure essa potrebbe rivelarsi più attuale che mai. E Virgilio andrebbe letto in controluce, come un prefiguratore di Walter Benjamin o Leo Strauss.

Sia lui, Virgilio sia Ovidio, in certi punti della loro opera, paiono anticipare il cinema. Ovidio ama campionare visivamente le sue storie, tagliando in modo imprevedibile la stoffa del mito, per poi montarla a piani di ripresa alternati, con zoom, dissolvenze e controcampi (p.102). Anche Rutilio Namaziano, autore del quinto secolo dopo Cristo, sceneggia il proprio ritorno in Gallia, lungo le coste di un'Italia devastata dai Goti, come se le riprendesse girando al rallentatore. Non è un caso che dal poemetto De reditu sia stato girato proprio un film nel 2004.

Rutilio del resto aveva come modello del suo viaggio, più esilio che nostos, esattamente Ovidio, il quale, relegato a Tomi, nei suoi testi del periodo ama presentarsi a sua volta come un novello Enea cacciato dalla patria troiana.

Anche Apuleio, autore del secondo secolo dopo Cristo, ha conosciuto una lunga fase di latenza, discreditato per parecchio tempo dai “docti viri” come autore di melensaggini nonché incline al sadismo. Da una quarantina d'anni a questa parte è stato riabilitato. Andreotti dedica largo spazio ai due volumi delle Metamorfosi o Asino d'oro che la Fondazione Valla ha pubblicato recentissimamente, 2019 e 2023, contenenti i primi sei libri dell'opera, a cura di Lara Nicolini e altri (L.Graverini, C. Lazzerini, N. Campodonico). Il rinnovato interesse ha riguardato, da una parte, l'aspetto narratologico, dall'altra il significato morale, allegorizzante del testo. Si sa che il protagonista, Lucio, dopo un “tirocinio zoomorfico” (p.146), prima mutato in asino e poi, dopo un seguito ininterrotto di peripezie, ridiventato uomo, si consacra infine al culto di Iside.

Il commento della Valla è meno interessato all'aspetto misterico-iniziatico che a quello della strategia discorsiva. Degne di particolare menzione risultano le analisi concentrate sulla “rottura dell'illusione narrativa”, per esempio attraverso palesi anacronismi, mediante i quali Apuleio richiama l'attenzione del lettore, ammiccando, strizzandogli l'occhio. Una delle parole chiave del testo è curiositas. Apuleio la riprende da Cicerone, unica attestazione precedente, e la trasforma, la risemantizza, dandole uno spettro di significati nuovi. Da lui passerà ad Agostino e agli autori cristiani che a loro volta le conferiranno valori inediti.

E così ci pare aver agito Andreotti, con sempre rinnovata “curiositas” verso un mondo antico, perennemente nuovo, che non ha mai finito di dirci quello che ha da dirci.

Forse però il modello di chiunque indaghi il mondo classico, sia o meno un professionista, è quello di Karl Bonstetten, virgilianista svizzero di inizio Ottocento, che setacciava indefessamente la campagna laziale per ritrovarvi i luoghi descritti negli ultimi sei libri dell'Eneide “nonostante la desolante attualità” in cui era “in gran parte precipitato il set del suo poema” (p.53).

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