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romanzo

(86 risultati)

Fiction e memoir / Nona Fernández, Fuenzalida

«Una fotografia è sempre incriminante. Quello che sospettiamo viene dimostrato in modo irrefutabile se compare in una foto.» Fuenzalida (Gran Via, 2019, traduzione di C. A. Montalto) è composto da tre livelli, stratificati, mischiati, Nona Fernández gioca su tre diversi piani narrativi. Ogni piano è reale, ogni piano è inventato. Il primo strato è la storia che sta in maggior rilievo: una donna separata vive con Cosme, il suo bambino, suo marito se ne è andato quando il piccolo aveva solo un anno. La donna, la nostra narratrice, di lavoro scrive sceneggiature per telenovelas. Lei e Cosme vivono a Santiago del Cile. Una sera tra i rifiuti trova una vecchia foto, quasi cancellata dal tempo, in quel ritratto sbiadito – un uomo in kimono nero – crede di riconoscere suo padre, Fuenzalida. Di suo padre, che è stato un ammirato maestro di arti marziali, non sa più nulla da molti anni, è semplicemente sparito. Sa che ha avuto altre donne oltre sua madre, che ha avuto altri figli. Sua madre ha ritagliato la faccia di Fuenzalida da tutte le foto di famiglia, penseremo che l’avrà fatto per dimenticare. Questa storia, però, ha almeno due risposte per ogni domanda. «Difficile ripercorrere la...

“Aver incominciato tutto tardi” / Elvira Navarro, La lavoratrice

Il titolo di un libro, che sia scelto dall’autore o dalla casa editrice, serve, oltre che banalmente a nominarlo, a suggerire una chiave interpretativa, un accento o un’intonazione da mettere al testo.  Così accade spesso di chiudere un romanzo, dopo aver raggiunto l’ultima pagina, e imbattersi nuovamente in quella parola iniziale con disposizione ovviamente diversa da quando il libro ancora non si era srotolato sotto i nostri occhi e non aveva svelato mondi e personaggi. Giunti al termine, a seconda di com’è andato questo srotolamento di parole, durato alcuni giorni o settimane, il titolo diventa rivelatore di qualcosa che prima era sfuggito, o conferma un sospetto di significato, o al contrario prende in contropiede e retrospettivamente confonde, e quella confusione può essere bella e gravida se apre a dubbi, domande o contraddizioni, oppure fastidiosa quando smaschera un titolo che serviva solo ad ammaliare o più prosaicamente a vendere.   Nel caso di La lavoratrice (in lingua originale La trabajadora), titolo del romanzo di Elvira Navarro, proprio perché riferito a un romanzo scritto oggi, suggerisce da subito l’atmosfera cui andiamo incontro. A tutt’altra idea...

Benedetta Cibrario / Il rumore del mondo

Inoltrandosi nelle pagine dell’ultimo libro di Benedetta Cibrario, il lettore di romanzi – il lettore, o la lettrice – non può sfuggire alla confortante sensazione di trovarsi a casa. Il rumore del mondo (Mondadori, pp. 736, € 22) è un romanzo storico nel senso più tradizionale del termine: ci sono personaggi a tutto tondo, tratteggiati e lavorati con cura; l’io narrante segue la prospettiva ora dell’uno ora dell’altro, evitando avvicendamenti troppo bruschi; gli antefatti sono narrati con generosa chiarezza; sullo sfondo dell’azione prendono forma ambienti ben definiti, e non si fatica a indovinare che l’autrice si è documentata con appassionato impegno sull’epoca e sui luoghi di cui parla. Che sono, a proposito, sostanzialmente due: l’Inghilterra, o meglio Londra, e il Piemonte sabaudo, nel decennio 1838-1848.  In breve, la trama. Anne Bacon, secondogenita di un ricco mercante di seta londinese, ha sposato il giovane Prospero, ufficiale e diplomatico, figlio unico del marchese Casimiro Vignon, discendente d’una delle più antiche famiglie del Piemonte. Entrambi sono cresciuti senza madre: rimasta orfana presto, Anne e la sorella erano state affidate alla premurosa e...

1960 - 2013 / Philip Roth, Perché scrivere?

Davanti a un volume di «collected nonfiction» (questo il sottotitolo originale), riesce difficile abbozzare un compendio, sia pure approssimativo, tanto più che gli scritti raccolti in Perché scrivere? coprono un arco temporale molto vasto, che va dal 1960 al 2013, l’anno successivo a quello del fatidico annuncio di non scrivere più. In questo libro ricchissimo e a suo modo labirintico, l’unica cosa possibile è perdersi, o magari provare a tracciare dei percorsi particolari, alla ricerca di una risposta a quell’interrogativo che campeggia in copertina. Occorre dirlo subito: la risposta, per lo meno in termini diretti, non c’è, perché Philip Roth non fa che girare attorno al nucleo della sua e della altrui scrittura, in brevi saggi, in conversazioni straordinarie con altri scrittori o in vari scritti d’occasione.    In questo itinerario, che naturalmente ogni lettore può percorrere secondo le proprie inclinazioni e i propri interessi, si incontrano delle pietre miliari, dei landmarks essenziali e inaggirabili, a cominciare da uno dei testi più belli mai scritti dallo scrittore di Newark, giustamente collocato in apertura: «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno»...

Sciascia Trenta / Sciascia e Gesualdo Bufalino

Sono trascorsi 30 anni da quel giorno di novembre in cui Leonardo Sciascia ci ha lasciati, trent'anni in cui il paese, che lui ha così bene descritto, è profondamente cambiato, eppure nel profondo è sempre lo stesso: conformismo, mafie, divisione tra Nord e Sud, arroganza del potere, l'eterno fascismo italiano. Possibile? Per ricordare Sciascia abbiamo pensato di farlo raccontare da uno dei suoi amici, il fotografo Ferdinando Scianna, con le sue immagini e le sue parole, e di rivisitare i suoi libri con l'aiuto dei collaboratori di doppiozero, libri che continuano a essere letti, che tuttavia ancora molti non conoscono, libri che raccontano il nostro paese e la sua storia. Una scoperta per chi non li ha ancora letti e una riscoperta e un suggerimento a rileggerli per chi lo ha già fatto. La letteratura come fonte di conoscenza del mondo intorno a noi e di noi stessi. De te fabula narratur.   Alla Nuci, con Gesualdo Bufalino.   La storia è nota. Era arrivato in casa editrice un testo di questo ignoto professore di Comiso suggerito dall’erede di un vecchio nobiluomo che aveva fatto ai primi del novecento delle interessantissime fotografie della vita del paese. Leonardo...

Diego Zúñiga / Camanchaca, memoria e condensazione

Le pagine di Camanchaca, dell’autore cileno Diego Zúñiga (La Nuova Frontiera, 2018, trad. Federica Niola), sono composte di conversazioni mancate, dettagli omessi, ricordi solo parzialmente veri, racconti familiari trasmessi al buio e senza testimoni, di parole pronunciate mentre l’interlocutore s’infila gli auricolari nelle orecchie annuendo con il lettore mp3 in mano. L’interlocutore in questione è anche protagonista anonimo e voce narrante della storia, un ventenne che vorrebbe diventare giornalista sportivo, “[...] sognavo di avere grandi cuffie, uno studio, e di intervistare gli sportivi, o di condurre un notiziario” (p. 22). Ha due famiglie, perché i genitori sono separati, ha molti chili di troppo e i denti che sanguinano quando dorme. Anche la madre ha lo stesso problema, che obbliga il figlio a intraprendere un lungo viaggio col padre e la sua nuova famiglia per farsi salvare la bocca da qualche bravo dentista fuori dal Paese.    Il viaggio è in auto, verso nord, da Santiago del Cile a Tacna, costeggiando l’oceano, che gli abitanti di quei luoghi associano alla possibilità imminente della catastrofe, il maremoto che un giorno seppellirà tutto sott’acqua. ...

Ritratto 1 / La normalità di Primo Levi

L’uomo con la lattina in mano è il più noto scrittore italiano. Il suo nome lo conoscono tutti gli studenti delle nostre scuole. Di lui si parla di continuo soprattutto in corrispondenza del 27 gennaio, giorno che è dedicato alla memoria dell’enorme crimine perpetuato contro l’umanità, il primo di un’ininterrotta serie, avvenuto oltre settanta anni fa nel più colto paese dell’Europa: la Germania. Lui c’era quel 27 gennaio del 1945, quando cessò. Era là a Monowitz, il campo di lavoro dove faceva, già da qualche mese, parte del Kommando Chimico nel laboratorio della Buna, la fabbrica di gomma sintetica, sui cui margini sorgeva il suo Lager. La foto scattata da uno psicologo dell’organizzazione, Giuseppe Varchetta, lo ritrae molti anni dopo, nel settembre del 1979 a Milano.   Si trova al Festival dell’Unità a discutere di “Romanzo e lavoro” insieme a un altro scrittore. Ha pubblicato da poco un libro su quel tema, che contiene una delle più belle frasi pronunciate nel Novecento nella nostra lingua: “l’amare il proprio lavoro (…) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra”. Si sta girando verso un interlocutore che gli parla. Tiene in mano la birra...

Manuel Vilas / In tutto c’è stata bellezza

Ho letto In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas (Guanda, traduzione di Bruno Arpaia) mentre avevo sulla scrivania Tutte le poesie di Giorgio Caproni. Un giorno, sfogliando la raccolta di Caproni, sono incappato in una poesia dal titolo L’ignaro, che fa:  “S’illuse, recuperato / l’oggetto accuratamente perso / d’aver fatto un acquisto. / Fu gioia d’un momento / E rimase / turbato. / Quasi / come chi si sia a un tratto visto /spogliato di una rendita. / (Lui, / ignaro che ogni ritrovamento / – sempre – è una perdita)”.  Ed è stata una coincidenza fatale. Perché per entrare nel romanzo di Vilas è richiesta una chiave a doppia mappa, una chiave che abbia stampate sulle due ali proprio le parole ritrovamento e perdita. Ma cos’è quel tutto in cui c’è stata bellezza?  È qualcosa di impalpabile che si trova al confine del tempo, della famiglia, del sogno, dei ricordi; è il passato, ossia lo spazio affollato in cui si è fatto e si è vissuto ciò che ci ha reso infine gli esseri umani che siamo. Manuel Vilas inizia a raccontare in un momento in cui vede l’illogicità di tutte le cose, per “dare sfogo a tanti messaggi oscuri che provenivano dai corpi umani, dalle strade,...

Éric Chevillard / Ma che diavolo è Palafox?

Éric Chevillard è un autore da molti anni attivo sulla scena contemporanea francese. Vecchio alunno dell'École supérieure de journalisme de Lille, comincia a pubblicare per Les Éditions de Minuit, casa editrice che si distingue per la cura e l’attenzione che dedica agli autori di letteratura sperimentale, a fine anni ottanta. Al giorno d’oggi ha collezionato una vasta produzione narrativa (soprattutto romanzi), al centro della quale spicca, per sagacia e intelligenza, un’opera curiosa, reperibile online: L’Autofictif. Ogni giorno, esattamente alle 00.02, Chevillard vi scrive tre brevi frammenti, vivaci, pungenti. L’impresa va avanti dal 18 Settembre 2007, tanto che la casa editrice L’arbre Vengeur ne ha già fatti uscire tre massicci volumi, che raggruppano tutte le puntuali riflessioni dell’autore, che spaziano dalla vita privata alla letteratura, non mancando di soffermarsi su quel fondamentale interstizio dove le due sovrapponendosi si toccano. Ecco come ne parla l’autore:   «Nel settembre del 2007, senza altra intenzione che quella di distrarmi dalla scrittura di un romanzo, ho aperto un blog, che brutta parola, ebbene ho aperto un brutto blog e gli ho dato per di più un...

China MiévilleI, La fine di tutte le cose / Visioni

Che i generi appartenenti al campo del “non realistico” – fantascienza, horror, fantasy, e così via – stiano godendo di una generale riabilitazione è cosa nota. Così com’è altrettanto risaputo che quegli stessi generi godono oggi di straordinaria salute: sotto la generica etichetta del weird prolifera un’incredibile vitalità che a poco a poco finalmente emerge alla luce. Quello che, almeno in Italia, non è invece ancora abbastanza noto, è che questo terreno così fertile ha generato da una decina d’anni uno scrittore poderoso e importante: China Miéville, inglese, nato nel 1972. In Italia lo pubblica Fanucci, e ha già all’attivo nove romanzi su cui è molto difficile imporre una catalogazione di genere: alfiere dell’urban fantasy, sì, ma di quel new fantasy contemporaneo che da anni si propone (con successo) di riformulare radicalmente i canoni del genere irrigiditi sul modello tolkieniano; autore fantascientifico, ma dotato di una superba capacità stilistica; inventivo e visionario, eppure rigoroso militante politico trotskista e no-global; giallista e horror alla bisogna, ma dotato di vastissima strumentazione culturale e teorica; scrittore capace di scrupoloso realismo e allo...

Enrico Palandri / Verso l’infinito di Giacomo Leopardi

A duecento anni dalla stesura dell’Infinito, Enrico Palandri dedica a Giacomo Leopardi un omaggio appassionato, il saggio narrativo Verso l’inifinito, edito da Bompiani nella collana «Passaggi». Palandri ha esordito nel 1979 a vent’anni con Boccalone, un romanzo scritto quando era uno studente dell’università di Bologna negli anni caldi delle lotte politiche, tracciando il ritratto di una generazione. Oggi Palandri ha sessant’anni, molti libri importanti al suo attivo e tre figli, tutti in età di studi superiori e universitari: leggendo questo scritto, tenuto in equilibrio perfetto tra il racconto, lo studio di documenti e il saggio filosofico, dedicato a un poeta che si può definire come il più classico e il più irregolare della letteratura italiana, si ha l’impressione che il suo autore abbia pensato a loro. Nel racconto degli anni di Recanati, quando Leopardi progetta la fuga dalla casa dei genitori, pianificandola nei dettagli, Palandri ci mette di fronte alla vicenda di un ragazzo insofferente dell’educazione familiare. Nonostante la natura eccezionale delle sue doti intellettuali e della sua formazione, avvenuta sotto la guida di un padre innamorato dei libri al punto da...

Ritornare / Mario Benedetti, Impalcature

Il ritorno, nell’arco del viaggio dell’eroe, così come lo ha fissato il mitologo americano Joseph Campell (poggiando su Propp, riallacciandosi a Jung) è uno dei momenti più difficili del percorso. Chi torna fatica a riconoscere il mondo da cui era partito – i suoi luoghi, le sue abitudini, le voci e i gesti di chi è rimasto: perché, tanto quanto quel mondo è mutato durante il tempo della sua assenza, così lui stesso si è trasfigurato nell’essere e nello sguardo. L’esempio più banale e però più archetipico è quello di Odisseo che, giunto a Itaca dopo vent’anni, da un lato non viene riconosciuto se non dal suo cane (l’animale pare essere l’unico in grado di annusare l’essenza, quello che c’è di immutato), e che dall’altro non riconosce: trova la propria casa ostile, diversa, invasa. Una casa che durante la sua lontananza ha continuato a vivere e che dunque è cambiata e di cui ora simbolicamente non è più padrone, che deve riconquistare per poter “conoscere di nuovo”.    Pochi giorni fa è uscito per Nottetempo Impalcature, di Mario Benedetti, un “puzzle narrativo” come lo definisce l’autore, in cui, mescolando vicende reali, trasformandole e sublimandole, racconta il...

Una stroncatura / Houellebecq, Serotonina

  La Serotonina del titolo dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (trad. it. V. Vega, La nave di Teseo, p. 332) è quella sintetizzata da un farmaco di nuova generazione, il Captorix, che viene prescritto al quarantaseienne Florent-Claude Labroust, il suo protagonista narratore, per permettergli di affrontare una crisi depressiva che l’ha colto da quando ha deciso di sparire da tutto e tutti, in primo luogo dall’ultima giovane fidanzata, la giapponese Yuzu, dopo aver scoperto la sua predilezione per rapporti sessuali di gruppo (i cosiddetti gangbang) e persino con animali, diffusamente descritti a partire da video incautamente lasciati sul suo pc dalla ragazza. Il Captorix “non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo” ma “trasformando la vita in una serie di formalità […] aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo.” Tutto bene quindi. Se non che uno dei suoi affetti collaterali è che blocca la produzione del testosterone, con conseguente inibizione della vita sessuale, che per Florent è praticamente tutto. A parte, o meglio: assieme all’amore, a cui il romanzo vorrebbe elevare il suo canto.  Serotonina è la storia del congedo...

Una vita / Julian Barnes, L’unica storia

L’unica storia è un romanzo strano. Un romanzo che per certi versi crea delle aspettative e le disattende. Il concetto centrale del racconto è chiaro sin dalla prima pagina. Nella vita abbiamo tutti una sola storia da raccontare. Tra i tanti avvenimenti che attraversano un’esistenza spicca però una sola narrazione, l’unica che conti davvero, l’unica che, in qualche modo, meriti di essere raccontata. La storia di Paul è dettagliata e puntuale. Il suo racconto è realistico, approfondito in ogni aspetto. Il dolore non è temuto, la mistificazione, bandita. Siamo agli antipodi della Trilogia della città di K, in cui la Kristof definisce la finzione letteraria l’unico modo per proteggersi dall’inevitabile dramma dell’esistenza. Barnes il dolore lo prende a testate, lo guarda negli occhi. Fermo, dignitoso, mai scomposto. Veritiero in ogni dettaglio.    L’unica storia è quella di Paul, studente diciannovenne. Borghese, annoiato, irriverentemente intelligente. Sono arrivate le vacanze estive ed esasperato dal tedio umidiccio e masturbatorio del suo far niente in un ipocrita sobborgo londinese degli anni ’60 – villette, siepi curate, partite di cricket e circoli del tennis –...

Claudio Piersanti, “La forza di gravità” / La ghigliottina e l’arte della fuga

Claudio Piersanti si autodefinisce «un vecchio orso solitario», ma a conoscerlo e parlarci insieme non si può evitare di esserne affascinati. È un narratore di razza, sia che racconti dei gruppi anarchici che frequentava in gioventù, sia che riveli le misteriose alchimie che legano ricercatori e topi di laboratorio. Sornione, con una parola in più o in meno può farti ridere a crepapelle, oppure lasciarti sconcertato e inorridito: il più delle volte, tutt’e tre le cose insieme. Sembra che possieda un repertorio inesauribile di storie, aneddoti, personaggi. Tantissimi, per un orso solitario. «È il vantaggio di aver sessantaquattro anni invece di trenta: se hai vissuto più a lungo, hai più cose da raccontare».   Anche per questo è stata una piacevole sorpresa, per me, ritrovare quel tono nel suo ultimo romanzo, La forza di gravità (Feltrinelli 2018, pp. 297, euro 18,00), apparso in libreria all’inizio dell’estate senza troppo clamore. Dario Posatore, professore di filosofia in pensione, dà lezioni di vita e di pensiero scientifico a Serena, diciottenne desiderosa di accedere, dopo la maturità ottenuta da privatista, alla facoltà di medicina. «Quando un uomo ha avuto l’esistenza...

Sull'intervento di Giorgio Fontana / Il romanzo è morto?

Di solito si interviene in una discussione per esprimere un netto dissenso, ma non è questo il mio caso. Le riflessioni di Fontana sono l'espressione di un lungo lavoro e di molte letture. Se ci sono delle differenze nei nostri ragionamenti si tratta di sfumature, di particolari, qualche volta di accenti. A me non interessa se uno scrittore è giovane o vecchio. L'età non vale come scusante, non vale neppure come spiegazione. Leopardi ha scritto L'infinito a vent'anni. Devo anche dire che senza la sollecitazione di Doppiozero non scriverei questo intervento. Non perché sottovaluti i contenuti espressi da Fontana, che come dicevo trovo intelligenti e per nulla giovanili, ma perché ho già vissuto diverse stagioni di questi dibattiti, alla fine di una tale inutilità che sarebbe noioso riassumerli. Con il passare del tempo dei dibattiti non resta traccia, e neppure delle dichiarazioni di poetica: restano, e non sempre, pochissime opere. Le prime ad appassire le opere delle avanguardie italiane (sempre accademiche o di regime), che dopo una fase involontariamente comica svaniscono nel nulla da cui provenivano.   Il romanzo muore a ogni ciclo generazionale. Ed è giusto così, perché...

Scacciare i mercanti dal tempio / Appunti per il futuro prossimo del romanzo

Forse è strano cominciare un intervento a un festival dichiarando una perplessità di fondo, ma tant'è: i festival di letteratura sono cose bellissime e godono di ottima salute — eppure i lettori di romanzi diminuiscono. Ci ritroviamo qui, tutti insieme, animati da una passione che diventa sempre più inattuale. Tante le cause, educative e sociali; ma da scrittore posso occuparmi di quelle letterarie. Mi sono detto: meglio fare i conti con noi stessi. Come può il romanzo rivaleggiare all'altezza con altre forme di narrazione? C'erano anche prima, ma oggi hanno raggiunto un livello di qualità e forza di intrattenimento davvero fenomenale — videogiochi, social media, serie tv, fumetti, film, longform giornalistici, podcast, persino un evento come questo. Secondo il CEO di Netflix, Reed Hastings, il suo vero concorrente non è Amazon o YouTube o la tv: è il sonno. E lo sta sconfiggendo. Si può dire lo stesso del romanzo? Ne dubito, fuori dalla bolla in cui ci troviamo.   Diciamo pure che la grande tradizione del romanzo sembra essere in crisi, perché è in crisi il contesto culturale che l'ha prodotta e difesa. Rileggere oggi la veemente descrizione che fa Manganelli del romanzo al...

In uscita Nuova Prosa n. 69 / Intervista a Valerio Evangelisti

Come è nato il tuo libro d’esordio? In quali condizioni è stato realizzato, e come è stato accolto?   Se per libro intendi “romanzo” (avevo già pubblicato testi di storiografia), la sua nascita è stata un po’ casuale. Da alcuni anni mi divertivo a scrivere storie “fantagotiche”, per me e per gli amici. Era una distrazione dalla mia attività di saggista semi-accademico. Dopo la nascita del Premio Urania, nel 1990, pensai di inviare alla giuria uno dei miei lavori. Si trattava de Le catene di Eymerich. Non contavo su una pubblicazione, volevo solo avere un giudizio. Questo fu così lusinghiero, per quanto non vincessi, che partecipai alle edizioni successive del premio. L’obiezione era che si trattava di opere molto lontane dalla fantascienza tradizionale proposta da Urania. Finalmente proposi una storia in cui c’erano astronavi e mondi alieni: Nicolas Eymerich, inquisitore. Vinsi nel 1993, fui pubblicato nel 1994. Sarebbe finita lì, se non fosse stato che vendetti 15.000 copie (poi divenute 17.000), quasi il doppio del romanzo americano più venduto quell’anno. Di lì partì il mio successo, inizialmente con modesti prodotti da edicola. Se c’è un autore pulp, in Italia, sono io,...

Babel Festival 2018 / Anatomia do Paraíso

Beatriz Bracher (San Paolo, 1961), scrittrice brasiliana ancora inedita in Italia, è una delle voci attualmente più rispettate e ammirate nel suo Paese. Il crescente consenso critico sinora ottenuto ha premiato l’originalità della scrittura e la capacità dell’autrice di rinnovarsi in ogni sua nuova opera. In rapporto alla trama e alla dimensione psicologica dei personaggi, la narrativa di Bracher è caratterizzata da scelte molto particolari, che ogni volta dettano e stravolgono anche la struttura formale del romanzo.   Con il suo ultimo lavoro, Anatomia do Paraíso (Editora 34, 2015) – del quale presentiamo in anteprima alcuni estratti in traduzione – Bracher ha ottenuto importanti riconoscimenti, come il Prêmio Rio de Literatura, e il Prêmio São Paulo de Literatura espressamente dedicato alla narrativa. Dopo anni dedicati al lavoro editoriale (è stata tra i fondatori della casa editrice Editora 34 di San Paolo), Beatriz Bracher esordisce come scrittrice nel 2002 con un romanzo, Azul e dura, il cui stile già maturo richiama subito l’attenzione della critica. Alternando i romanzi alle raccolte di racconti, Bracher crea un solido percorso nel quale, attraverso la scelta di...

Jon McGregor, Bacino 13

“Si trovarono al parcheggio un’ora prima dell’alba e aspettarono che qualcuno gli dicesse cosa fare. Faceva freddo e si parlò poco. Certe domande restarono non dette. La ragazzina scomparsa si chiamava Rebecca Shaw. L’ultima volta che l’avevano vista portava una felpa bianca con il cappuccio. Sulla brughiera aleggiava una foschia bassa e il terreno era indurito dal gelo.”  Così inizia, come un thriller, Bacino 13 (trad. it Ada Arduini, Guanda, 2018), notevole quarto libro del quarantunenne inglese, ma nativo delle Bermuda, Jon McGregor, accolto benisssimo in patria da critica e pubblico come i precedenti. Il romanzo, diviso in 13 capitoli, uno per ciascun anno successivo alla scomparsa della ragazza avvenuta durante una passeggiata con i genitori, narra la vita della comunità che abita nel paese immerso nelle brughiere di un distretto di bacini idrici e cave, dove Rebecca era ospite per le vacanze natalizie.   La scomparsa, con le indagini che si protraggono per anni, fa da esile filo conduttore all’interno di una composizione strutturata come un’elaborata partitura musicale; o piuttosto costituisce la linea melodica che ritorna nelle improvvisazioni dei solisti jazzisti...

Dell'importanza dell'azione / La donna abitata

La donna abitata è un romanzo del 1988, pubblicato in Italia da e/o nel 1995. La collana Le cicogne lo ripropone oggi, insieme ad altri sette “grandi successi” della casa editrice, tutti con copertina rigida e sovra coperta elegante, a texture astratte, alcune geometriche, altre a motivi floreali stilizzati, tutte a colori accesi e vivi. Una veste grafica che suggerisce il peso e il carisma dei titoli che vi sono collezionati. Sono già le forme e già i colori giallo zafferano e blu petrolio che s'intrecciano nella copertina, a richiamare la materia della scrittura della Donna abitata. Sinuosa e morbida, di sicuro avvolgente ma in lacci anche duri e stretti che richiedono sguardo lucido, impongono domande, esigono prese di coscienza e posizione; e poi viscerale e impetuosa, sporca di sangue e di terra ma anche pura, cristallina, impregnata di ideali e assolutezza che s'incarnano nel reale e nell'urgenza; una scrittura raffinata, ed estremamente concreta, corporea in ogni sua parola. Questa è la voce di Gioconda Belli, autrice nicaraguense quasi coetanea di Ortega, che negli anni '70 fu parte attiva della lotta del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale contro Somoza e partecipò...

Un capolavoro di noia / Gerard Reve, Le sere

«Il libro non si presta a una massiccia campagna pubblicitaria, visto che non è fatto per il grande pubblico. Molti librai si sono già rifiutati di venderlo. La direzione ha ricevuto una quantità di lettere in cui i lettori manifestavano la propria ripugnanza. Il fatto che ci siano circa mille esemplari ancora non rilegati e difficili da piazzare prova che il libro è “morto e sepolto”».    Il libro in questione è De avonden, scritto nel 1947 da Gerard Reve, e considerato il superclassico della letteratura olandese del novecento. Si descrivono gli ultimi dieci giorni del 1946, così come li vive l’adolescente Frits van Egters, palese alter ego dell’autore, e così come ce ne parlerebbe Kafka se fosse lo sceneggiatore di sitcom ambientate nel dopoguerra in un quartiere periferico di Amsterdam. Benché nel romanzo non accada nulla, e nonostante i settant’anni di ritardo, la stampa anglosassone ha accolto calorosamente la traduzione inglese, senza lesinare sulla parola “classico”. Anno 2018 Le sere approda in Italia per le cure di Iperborea. “Morto e sepolto”: come mai nel 1949 De Bezige Bij, l’editore presso cui uscì il libro, ci vide così corto?     Fin dalla sua...

Country dark / Il sogno cupo di Offutt

“La linea degli alberi era sparita e la cima delle colline si confondeva con l’arazzo scuro della notte. Era nero come la pece, com’è sempre in campagna. Chiuse gli occhi sentendosi al sicuro.” Capita, se siamo particolarmente fortunati, durante la lettura di un libro di commuoverci o di avvertire – ad esempio – un dolore fisico; quasi mai non sapremo collocare quei momenti in un punto preciso del racconto, è più facile che arrivino a coacervo di una serie di pagine, di azioni svolte dai personaggi, dall’alternanza dei capitoli, dal passo e dal ritmo che l’autore imprimerà alla storia. In Country dark di Chris Offut (trad. Roberto Serrai, minimum fax 2018), la commozione, la pietà e il dolore esplodono in un punto preciso del romanzo.    Ci troviamo nel 1964, all’inizio della seconda parte del libro: una coppia di pubblici ufficiali, Hattie e Marvin (oggi li chiameremmo assistenti sociali), si reca a casa della famiglia di Tucker, il protagonista (noi lo abbiamo lasciato un paio di pagine prima e una decina d’anni più indietro quando sta per sposare la sua Rhonda) e vengono accolti da Jo, una delle figlie, che li avverte del fatto che la madre non sta benissimo. Entrano...

Il senso dell’attenzione per Roberto Casati / La lezione del freddo

La lezione del freddo (Einaudi, p. 184, € 18,00) è il racconto di dieci mesi vissuti in un ambiente inconsueto per il protagonista, perché dominato a lungo dal freddo, e dell’ingegno necessario per capirlo e affrontarlo.  Roberto Casati, filosofo delle scienze cognitive, deve abitare e insegnare per un anno accademico nel college di Hanover, nel New Hampshire, nel nord est degli Stati Uniti. Qui la neve e il gelo sono una presenza costante per cinque mesi, da dicembre ad aprile, con temperature che scendono anche a venti sotto zero. Un mondo del freddo che non è dominato né dal bianco, come si potrebbe pensare, né dall’oscurità, bensì dall’azzurro. Non è il freddo del mondo alpino, ricco di vette e grandi orizzonti, ma di un territorio pianeggiante e collinare, con boschi senza fine, dove è facile e pericoloso perdersi. La casa presa in affitto si trova a duecento metri dall’Appalachian Trail, l’ampio sentiero di duemiladuecento miglia che inizia in Georgia e conduce al Maine.    La vita di Casati, della moglie Beatrice, delle due figlie, Ninni e Anouche, e del loro cane Blacky, inizia nel colore di un autunno unico al mondo per varietà e sfumature, pervaso da una...