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sinistra

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Metafisica del populismo II / La Sinistra postuma

“Il re è morto, viva il re!”. Nelle monarchie assolute pre-rivoluzionarie questa formula celebrava, come è noto, il “corpo immortale” del sovrano, accidentalmente incarnato in una esistenza particolare ma in qualche modo “eterno” nella successione dinastica. Con un po' di sano umorismo storico, si può aggiornare il detto alla vicenda della “Sinistra” in Occidente. C'è un fatto abbastanza sconcertante che caratterizza il nostro presente, un fatto sotto gli occhi di tutti che però gli analisti non evidenziano come invece meriterebbe. La Sinistra “politica” è indubbiamente morta e tuttavia la Sinistra sta conoscendo a Destra, all'estrema Destra, proprio quella populista e xenofoba, un singolare successo postumo. La sua retorica è diventata patrimonio di chi apparentemente l'avrebbe liquidata e rimpiazzata. La parola “popolo” non appartiene forse al suo lessico? Il lavoro come valore morale e fonte di ogni valore economico non era forse il fondamento della prassi politica della Sinistra? La redistribuzione del reddito ai cittadini non è forse un suo obiettivo? Ciò a cui stiamo assistendo, non solo in Italia, è perciò un inquietante gioco delle parti dove ciò che resta della Sinistra “...

Atlante occidentale / Conservazione

Ci siamo sempre dichiarati progressisti, ma ora il cosiddetto progresso, se continua a procedere secondo gli attuali schemi del modello di sviluppo ultraliberista cino-anglosassone, sta prendendo una brutta piega. Quindi la Sinistra dovrebbe cercare di conservare le conquiste sociali del '900, conservare il ruolo centrale della politica, conservare il ruolo dell'ideologia e degli intellettuali, conservare la cultura, la bellezza, la biodiversità, le differenze, il territorio, il mare, le buone maniere, i linguaggi, i partiti veri, la memoria, gli ospedali, le scuole, le pensioni, i diritti, l'antifascismo intransigente, i ghiacciai, le melonaie, gli artigiani, i sindacati... Come? Conservando la capacità di analizzare, studiare, ricercare, elaborare una Nuova Teoria che sia in grado di interpretare e gestire il presente, senza correre dietro alla pseudomodernità. Non bastano i social, ci vogliono i socialist. 

Un'inchiesta (parte I) / Tre domande sull'antifascismo oggi: Valerio, Cortellessa, Manera

Per provare a interrogarci e confrontarci sull'antifascismo oggi abbiamo posto ad alcuni intellettuali e collaboratori queste tre domande, a cura dello storico Claudio Vercelli. Pubblichiamo oggi le prime tre risposte.   1. Perché si dovrebbe continuare ad essere antifascisti se è vera l’affermazione, che si fa assunto di senso comune, per cui destra e sinistra sarebbero due distinzioni che non hanno più motivo di esistere? Se invece continua a sussistere una linea di differenziazione tra i due aggregati, quali ne sono le discriminanti in senso antifascista?   2. Se l’antifascismo non si è esaurito, in cosa si deve allora sostanziare? Allo stesso tempo, se il fascismo non è mai del tutto scomparso, sotto quale natura e con quali aspetti si manifesta oggi?   3. Prova a legare alla parola «fascismo», in successione, secondo una scala decrescente di pertinenza, questi cinque termini; ciò facendo ne deriverà quelli che per te sono i tratti salienti e prioritari in cui esso si sostanzia: A) razzismo; B) populismo; C) sovranismo;  D) identitarismo; E) [termine a tua scelta, da scegliere al di fuori dei quattro già indicati; es: ...

Ira e mediocrità / Fantozzi e Kafka. Vittime

Franz Kakfa era lo scrittore preferito da Paolo Villaggio. Questo non mi sorprende affatto, perché il Fantozzi che Villaggio ha fatto entrare nell’Enciclopedia dei Caratteri – assieme all’ipocrita, al misantropo, al millantatore, al soldato sbruffone, all’avaro, all’ipocondriaco, ecc. della commedia classica – è la versione burlesca, popolaresca, dei maggiori personaggi di Kafka, tutti un po’ fantozziani, anche se in chiave tragicissima. In fondo, anche Kafka spesso muove al riso, solo che la risata ci si congela in bocca, si storce in un ghigno di angoscia. La Repubblica ha riproposto Villaggio con lo slogan “Ci ha fatto piangere dal ridere”, Kafka invece ci fa ridere pur piangendo.   Disegno di Aaron Nosan.  I protagonisti di Kafka sono quasi tutti, in effetti, delle vittime assolute. La più assoluta è forse Gregor Samsa, l’impiegato – guarda caso! – che un bel mattino si ritrova trasformato in scarafaggio, nel racconto La metamorfosi. Non solo Gregor è mutato nell’essere più abietto, ma la famiglia lo colpevolizza per questo, e suo padre finirà per punirlo con la morte. Impiegato vittima è anche Herr K. protagonista di Il processo. Si suol dire che K. subisce un...

Una dichiarazione di rottura con la sinistra / Žižek e l'antifascismo necessario

Il pamphlet di Slavoj Žižek, La nuova lotta di classe. Rifugiati, terrorismo e altri problemi coi vicini, ha sicuramente un merito. Alla domanda cruciale – “di che cosa abbiamo bisogno, dunque, in una situazione così disperata? Che dovrebbe fare l'Europa?” ­– dà una risposta che, se è confusa nel versante propositivo, è assolutamente precisa nella sua pars destruens. Ciò di cui l'Europa non ha più bisogno è la sinistra. La sinistra è bête, la sinistra è stupida perché con la sua retorica umanitaria è divenuta un'inconsapevole alleata dell'ondata xenofoba e fascista che sta sommergendo l'Europa. Žižek non lo cita, ma sembra qui avere in mente un passo del seminario di Jacques Lacan sull'Etica della psicoanalisi in cui lo psicoanalista francese distingueva destra e sinistra assegnando alla prima la palma della canaillerie e alla seconda, appunto, quella della stupidità. L'anno era il 1960 e l'Europa stava vivendo un momento altrettanto difficile, stretta com'era nella morsa della guerra fredda e ossessionata dall'incubo nucleare. Il “cynisme de droite”, spiegava Lacan ai propri ascoltatori, non è altro che una maschera della ...

Paolo Volponi. Discorsi parlamentari

Scrittore e poeta, dirigente industriale, politico, Paolo Volponi è stato anche appassionato collezionista e intenditore di pittura. Meno conosciuto sotto questo aspetto, ha in realtà disseminato le sue opere maggiori di riferimenti a antichi maestri e artisti contemporanei, come Burri, Fontana e Schifano; e a critici d’arte come Brandi e Argan.   Desta dunque emozione trovarlo impegnato nel 1991, in Commissione cultura del Senato, nella difesa dell’Istituto centrale del Restauro, di cui appunto Brandi è stato direttore per lungo tempo; o ricostruirne l’intesa, negli stessi anni sempre in Senato, proprio con Argan, con cui condivide dirimenti istanze politiche e culturali.   Parlamentare dal 1983 al 1993 per il Partito comunista prima, Rifondazione poi, Volponi è un eterodosso nel vasto fronte della sinistra italiana del tempo, provvisto di competenze manageriali. Tagliente nei confronti delle grandi associazioni industriali, porta con sé la sua esperienza di uomo d’azienda e di umanista persuaso dell’importanza di quella che chiama “cultura industriale”.   “Nell’industria...

PolitiCamp. Manca

Questo testo è stato letto da Stefano Bartezzaghi a Livorno, la mattina del 13 luglio 2014, nel corso del PolitiCamp "È possibile" convocato da Giuseppe Civati.     Introduzione   Vi dico il titolo del mio intervento, che è il mio primo, e plausibilmente ultimo, intervento in una manifestazione politica: «Manca». Non nel senso che il titolo non c'è, ma nel senso che il titolo è proprio quello: «Manca». Quando diciamo «a destra e a manca», manca significa «sinistra», da cui l'aggettivo «mancino». Deriva dal latino «mancus», una strana parola formata dalla radice di «manus», mano, e dal suffisso «-cus» che in latino denotava difetti fisici. La sinistra è la mano che, «normalmente», è la più debole.   Fuori dalla politica essere destri è una buona cosa, essere sinistri no; come aggettivo «sinistro» è un sinonimo di torvo, bieco, pauroso; come sostantivo è sinonimo di incidente, disgrazia. Sono doppi sensi, di quelli che servono solo in...

Fatte la vespa!

La vedi venire verso di te, tranquillamente contromano, l’aria sdegnata di chi si sente nel giusto, piena di disprezzo per noi motorizzati, il suo bravo cestino davanti al manubrio a stanga della sua  bicicletta vintage nera che peserà 15 chili (come quelle prodotte nel 1914 dalla Bianchi ad uso militare), priva di cambio o al massimo con tre rapporti, altrimenti c’è troppa tecnologia e la tecnologia, benché lei come noi tutti ci viva immersa fino al collo, è male. Probabilmente ha passato i cinquanta, porta non dico un gonnone Anni Settanta, ma qualcosa che ricorda i gonnoni Anni Settanta, i capelli grigio naturale, oppure fiammeggianti di henné, ma per il resto è sobria, senza fronzoli, anzi con qualche capo costoso, forse una sciarpa multicolore in maglina di cotone, la borsa a tracolla, oppure accroccata nella cesta, in testa talvolta un cappellino, talvolta di paglia, talvolta a larghe tese. Lei è puro ceto medio riflessivo: a vederla farebbe la gioia di Paul Ginsborg e di quelli di Libertà & Giustizia.   È probabile che faccia la traduttrice, oppure che insegni a scuola o all’...

M. Delaporte e A. de la Patellière. Le Prénom

Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière hanno sbancato i botteghini in Francia, con il loro film ma, prima ancora, con l’omonima pièce teatrale da cui è tratto.  Ma va subito fatta una brutta nota alla distribuzione che ha stravolto immagine e titolo del film. La scelta caduta su un titolo come Cena tra amici vuole chiaramente evocare il successo, ormai datato, di La cena dei cretini di Francis Veber, anch’esso tratto da una nota pièce teatrale e anch’esso film “tutto in una stanza”. Ma la strategia distributiva, supportata anche da un manifesto ammiccante tutto corna e code da diavoletto, è sbagliata e mortificante per un film che, senza averne minimamente l’autorialità, si avvicina molto più a Carnage che non alla vecchia – e ampiamente sopravvalutata… – commediola di Veber. Questo Le Prénom – Il nome, non sarebbe stato un titolo fedele ed azzeccato? Si tratta infatti di una satira divertente e a tratti caustica della borghesia francese, dei rapporti personali e famigliari.       Il film parte da un assunto opposto a Carnage...

Quelli di sinistra credono di sapere tutto

  Francesco Tullio Altan ha appena pubblicato Tunnel (Gallucci, pp. 245, € 16,50), una raccolta delle vignette disegnate per “L’Espresso” e per “La Repubblica” negli ultimi anni. Nelle scorse settimane ne abbiamo pubblicate alcune, affiancando un breve commento di Marco Belpoliti.   Pubblichiamo qui, grazie ad Altan, altri disegni tratti dal libro, lasciando ai lettori il compito di pubblicare dei loro commenti. Chiediamo solo di non superare le 500 battute.

Dopo la rivolta

Lei ha di recente pubblicato un libro, La rivolta (Cronopio), tradotto immediatamente anche in Francia, in cui ipotizza che l’età delle rivoluzioni abbia lasciato il posto a quella delle rivolte. Le pare che gli avvenimenti degli ultimi anni e soprattutto mesi le diano ragione, dalle banlieue ad Atene, da Londra a Roma?   Naturalmente ogni rivolta esprime una propria peculiarità con elementi differenti che non vanno minimizzati. Premesso ciò, credo sia possibile individuare un filo rosso che lega le rivolte che stanno ciclicamente infrangendo la normale esistenza del mondo. Si tratta, per dirla in breve, di un rifiuto politico della politica che emerge con il collasso dei tradizionali centri di governo dell’esistenza ed il fallimento sociale dell’architettura neo-liberale. Il contagio delle rivolte, la loro diffusione a catena, il tratto esemplare che ognuna di esse esprime, mi sembra confermare il carattere politico di queste insorgenze. Nel volume cui lei fa riferimento, in questo senso, cerco di pensare un fondamento onto-antropologico delle rivolte: il declino complessivo del progetto politico moderno, lascerebbe spazio alla...

Società autoritaria e democrazia insorgente

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore e dell’editore un estratto dal saggio Società autoritaria e democrazia insorgente in La democrazia in Italia (Cronopio, Napoli 2011), che attualizza la riflessione sulla cultura di destra In Italia.     La Società Autoritaria è una risposta al disagio e alla crisi della democrazia spettacolare. In tale crisi, una classe o elite particolare si è effettivamente appropriata dello spazio simbolico della politica e ha chiuso realmente ogni possibilità di trascendenza democratica dell’esistente. La disgregazione dell’identità individuale, unita al suo solipsismo narcisista e al venir meno di ogni legame sociale e di ogni sicurezza materiale, costituiscono il fondamento propizio della Società Autoritaria. Questa dà una risposta immaginaria alla richiesta di uguaglianza e di cittadinanza, a cui la democrazia formale non sa più rispondere. Alla separazione astratta delle identità, la Società Autoritaria risponde col calore iniziale della fusione: alle identità già in via di dissoluzione, essa offre un’...

Il trota, Youtube e il sapore sbagliato

Scrivere un articolo su quello che sembra stia diventando un nuovo meme richiede tempismo. La cosa ti può colpire per il materiale in quanto tale, ma nell’enorme mole di dati che girano quotidianamente on-line è importante il fatto che i commenti e le condivisioni del tuo network ti spingano a rivedere, riconsiderare, dedicare più tempo, cambiare lo sguardo. Le tue reti sono le tue antenne, i tuoi filtri, una parte di intelligenza collettiva che lavora assieme a te. Per un giorno ci pensi ogni tanto, in bicicletta e in fila al supermercato.   Poi ad un certo punto lo vedi. La videointervista a Renzo Bossi al convegno “Vecchia TV vs nuova TV”. Dotato in qualche modo di vita propria, di un’unitarietà simbolica che lo fa emergere dal mare indifferenziato dei milioni di video pietosi, di commenti indignati, di insulti rancorosi. Perfetto, cristallino, inequivocabile. Ineluttabile.   Dopo il piacere intellettuale arriva quello animale. Senti il sapore del sangue. L’hai inchiodato. Scriverai un pezzo sagace. Sarai drastico, radicale, ma allo stesso tempo leggero e divertente. L’ultima volta che hai...

I maestri della destra

“Ma come, davvero esistono ancora la destra e la sinistra? Non era stato tutto archiviato, passato in giudicato, chiuso e sepolto?”. La voce di Massimo Cacciari tradisce uno stupore genuino. Sembra passato un secolo da quando, ed era soltanto una decina d’anni fa, i suoi interventi ai convegni della “nuova destra” accendevano discussioni furibonde tra gli intellettuali di sinistra. Eppure è bastato che Garzanti riproponesse a quattordici anni di distanza un testo come Cultura di destra dello scomparso germanista Furio Jesi per suscitare una reazione furibonda tra gli esponenti italiani di quell’area un tempo definita appunto “nuova destra”. Si tratta di una bieca “operazione commerciale”, tuona dalle colonne dell’Italia settimanale Gianfranco de Turris, un tentativo dei “residui dell’intellighenzia marxista di mettere ancora alla sbarra gli antichi nemici” e di “far compiere alla cultura italiana un balzo indietro di tre lustri, ricreando un clima di caccia alle streghe”. Insomma, una vera e propria demonizzazione, attuata “nonostante crolli e controcrolli” e...

Il culto politico della morte

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore un estratto da un lavoro di prossima pubblicazione sul tema del culto della morte nella cultura di destra.     Per entrare nel merito della nostra analisi è il caso di rilevare che, al contrario della sinistra, che – compresa la sua componente rivoluzionaria – si è sempre considerata un’articolazione della modernità, stabilendo con quest’ultima un rapporto positivo, tanto da immaginare la nuova società come il necessario prolungamento storico e logico del capitalismo, la destra, in particolare quella estrema e antipluralista, ha sempre vissuto un rapporto sofferto con la modernità.   Questa sofferenza l’ha condotta a interrogarsi sul destino dell’uomo, e dunque sulla morte. Che senso aveva la morte, se la vita dell’individuo era un confronto sofferto con la modernità? Esisteva un rapporto fra questa sofferenza del vivere e l’approdo biologico e naturale della vita umana? Che senso aveva la morte, se la vita era esperita in un panorama storico contrassegnato dal materialismo e dall’edonismo...