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strage

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3 agosto 2014 - 3 agosto 2019 / Come narrare le atrocità umane senza perpetuare il dolore?

“Sono venuti a Shingal per annientare tutti gli Yazidi. Quando sono arrivati a Shingal noi eravamo in Europa. Noi siamo quelli che non sono stati uccisi. Noi non viviamo. Dico, semplicemente, che non siamo stati uccisi.” (Ronja Othmann)   A Ronya Othmann, una ventisettenne yazida cresciuta in Germania, è stato conferito il “Premio del pubblico” alla 43esima edizione delle Giornate Letterarie di Klagenfurt, per il testo Vierundsiebzig. Ha dato voce a un avvenimento indescrivibile, le cui conseguenze sociali, politiche e psicologiche sono venute alla luce solo con il passare tempo. Nel 2018 le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa gli hanno dato un nome: genocidio.   Il 3 agosto 2014, gli Yazidi – popolazione del Nord dell’Irak che pratica una religione antichissima, con radici preislamiche e precristiane – sono stati assaliti da gruppi armati del cosiddetto Stato Islamico. Gli uomini, e gli adolescenti maschi, non disposti a convertirsi immediatamente alla “religione” fanatica dei fondamentalisti, sono stati fucilati; le donne, e le bambine di età superiore ai nove anni, sono state rapite e poi vendute; anche i bambini maschi più piccoli sono stati rapiti, per essere...

Solidarietà con le minoranze / Ebrei e Rom

Questo documento, serioso anche se un po’ azzardato, potrebbe essere fra i primi a occuparsi di alleanze possibili in luogo di inimicizie acclarate. Limitarsi a condannare l’antisemitismo moderno non serve a un granché se poi non si sa come combatterlo, e nemmeno a chi rivolgere lamentele (al governo?). Potremmo intanto allearci con il popolo dei rom? Al comando della Senatrice a vita Liliana Segre? Nome di battaglia a Roma: “La Tosta”?    Ecco qui dunque un elenco, per punti, di somiglianze e differenze fra ebrei e rom nel disordine in cui mi vengono in mente.   a) Noi oggi andiamo, almeno sembra, meglio dei rom (poverini!).   b) La strage nazista accomuna i due popoli dal punto di vista emotivo ma può anche essere oggetto di studio comparato per meglio esaminare le ossessioni genocide, a tutt’oggi ben lontane dall’essere spiegate con la precisione dovuta. Se non altro perché si possono ripetere, come diceva Primo Levi a ogni piè sospinto. Sappiamo a memoria tutti i punti nefandi della ideologia antisemita nazista: noi ebrei siamo un corpo estraneo all’umanità, infettante il sangue ariano, siamo il non-essere, agenti bolscevichi e di Wall Street ... Invece una...

Dereck Black e Dylann Roof / Odio bianco

La strage alla sinagoga di Pittsburgh, il 27 ottobre, ha spazzato via anche l’ultima illusione. Undici morti, sei feriti. È stato l’attacco antisemita più grave nella storia degli Stati Uniti, uno dei successi più clamorosi del suprematismo bianco. Eppure, mentre le settimane scorrono, cresce l’amaro del dejà vu. Questo è un film già visto troppe volte. Gli attori cambiano ma non il finale e tanto meno il regista. È già successo, succederà di nuovo. I segnali d’allarme sono sotto gli occhi di tutti. Lo stesso micidiale impasto d’odio tiene insieme il massacro di Pittsburgh; le violenze neonaziste a Charlottesville, dove un anno fa ha perso la vita la ventiquattrenne Heather Heyer; l’attacco alla chiesa di Charleston dove nel 2015 Dylann Roof ha trucidato nove afroamericani; la furia crescente contro immigrati, ispanici, musulmani, donne, Lgbt, intellettuali e correttezza politica. Il mandante rimanda al vasto arcipelago del suprematismo bianco che, smessi i cappucci del Ku Klux Klan, gioca ormai un ruolo di primo piano sulla scena politica sotto l’etichetta più neutra di “white nationalism...

Anders Breivik, una persona normale

Sto scrivendo la recensione momento per momento, mentre leggo, senza avere terminato, correggerò le mie impressioni man mano che il testo prosegue, mi è impossibile leggere senza scrivere. Oltre 600 pagine dedicate ad Anders Behring Breivik, supposto pronipote del fondatore dello stretto. Sottolineo, segno, tremo. Poi penso. Si presenta la madre Wenche, infermiera, e il padre, diplomatico che non ha rapporti col figlio. Madre sola, nessuna inclinazione alla socialità, iper-maltrattata da bambina. Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, scrive Tolstoj.  Si scrive della dolcezza e della brutalità della madre verso il figlio, delle richieste di assistenza sociale e psichiatrica, delle valutazioni di rischio, tipiche dei servizi sanitari, della ricerca di una famiglia affidataria, che potrebbe diventare adottiva, della richiesta del padre, che ora sta in Francia, di avere l'affido del figlio, poi la sua ritrattazione. Molto rumore per nulla.   L'infanzia di Anders fa venire in mente il Franti di De Amicis. Però, crescendo, il giovane vive un'adolescenza che si potrebbe definire normale, tra hip hop e graffiti. Ma...

Santiago, la coppa nello stadio di Pinochet

  Intervistato dalla emittente radiofonica Adn subito dopo la vittoria del Cile nella finale di Coppa America del 4 luglio, il trentunenne centrocampista Jean Beausejour ha dichiarato di sentirsi felice. Era felice, ha detto, non solo perché la Nazionale aveva vinto ma anche perché per una volta lo Stadio Nazionale di Santiago aveva rallegrato il Cile. " È un posto dove ci sono stati tanta tristezza e tanto dolore, oggi abbiamo dato allegria al Paese”. Data per scontata la sincerità del giocatore – un uomo sensibile a detta di tutti – né la sua buona fede né la funzione compensatoria che invoca riescono a giustificare una scelta che molti considerano facilona o spregiudicata anche se non ha mai smosso masse né attivato eccessive proteste: quella di utilizzare per eventi ludici (finora settanta partite di Coppa America e diversi concerti e riunioni politiche) il simbolo della repressione di Pinochet, teatro del primo sterminio e tortura dal 12 settembre al 9 novembre del 1973 e gesto inaugurale degli orrori a venire, non importa che una piccola zona di panchine in legno sia stata adibita, oggi, a omaggio alle vittime.     “È un po' come ballare sui cadaveri”, ci ha...

Lo spago della biancheria

Lo spago della biancheria sta sopra la nostra testa, lascia pendere mutande, reggiseni, camicie e camicette. Eppure in questi giorni, da come arrivano le notizie, è stato il pretesto di una strage. La notizia della vicenda di Secondigliano si aggiunge alle altre, senza neppure avere quell'intervallo di tempo, tra l'una e l'altra, per indignarsi, prima, e poi cercare di capire. Potremmo pensare alla devastazione sociale e urbana di quella zona, alla criminalità organizzata che mostra sintomi disorganizzati. L'impulsività in primo luogo, classico sintomo differenziale tra camorra e mafia.   Si potrebbe evocare l'opera di David Riesman, La folla solitaria [The Lonely Crowd, 1950], che descrive la tendenza all'isolamento dell'individuo delle culture metropolitane, profetica! O il film Il giorno della locusta [1975], di John Schlesinger, con la figura di Homer Simpson, interpretata da Donald Sutherland, impiegato sessualmente represso, potenziale gigante omicida. Opere a scarso gradimento, chi se le ricorda più? Tuttavia, fino a qualche anno fa, i gesti che producevano lacerazione nel tessuto sociale erano considerati rari...

Conversazione con Flavio Favelli. In volo siamo dei

Michele Dantini: Questa nostra conversazione inizia in modo casuale e insieme inevitabile, proprio da questa rubrica. Quasi come una reminiscenza. Tutto ruota attorno alla figura dell’anello. Appare in alcuni piccoli ready-mades di Piero Manzoni, e ne ho scritto qui su doppiozero. All’imbatterti nel mio articolo su Manzoni tu stesso mi scrivi di avere un rapporto potente con l’anello, tanto da inserirlo in alcune sculture o fotografarlo nel Museo della memoria di Ustica, nei pressi dell’aereo abbattuto. E che la coincidenza ti sorprende...   Flavio Favelli: L'anello ha a che fare con il corpo, con i tessuti della pelle, come quando è al naso del toro. È legato ai sensi, alla precisa sensazione che da qualche parte qualcosa sia legato per così dire nella carne. Forse è una sorta di lapsus, per quanto mi riguarda. L’anello ricorda che da qualche parte queste sculture hanno un legame remoto con il corpo, legame che non voglio tuttavia  manifestare in modo aperto.   Flavio Favelli, Balaustro, 2004   Curioso: coltivi il segreto e al tempo stesso desideri misurarti con la Grande Storia, il Trauma...

Bologna, Museo della Memoria di Ustica

Non è la città dei portici e della letteratura, e neppure quella dello spritz e dello shopping la Bologna che si percorre, un po’ smarriti e persino inquieti, per arrivare, dopo molte fermate di autobus e qualche richiesta di informazione, agli ex depositi tramviari di via di Saliceto, alla Zucca. Qui, poco lontano da via Stalingrado, dalle larghe strade operaie un tempo ai limiti della campagna, dal 2007 riposa, per sempre senza pace, il relitto del DC9 Itavia abbattuto nei cieli di Ustica nel giugno del 1980. Ci sono ancora i binari a segnare, metallica e moderna nervatura, il percorso che conduce, attraverso l’aperto di un giardino pubblico senza troppe pretese, ai capannoni imponenti che accolgono le scarne spoglie dell’aereo e dei suoi ottantuno passeggeri, lamiere e pettini, maniglie e bambole strappate con chirurgica pazienza dal fondo del Mediterraneo e destinate alla discarica dopo aver raccontato in infinite sedi giudiziarie la loro storia di morte improvvisa.     L’Associazione dei familiari della vittime ha voluto però che quella storia – quelle tante, singole storie – continuassero ad...