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Domani alle OGR, Torino / Iphone. Due o tre cose che non sapete di avere nelle tasche

La macchina che portate a spasso nelle vostre tasche è una tecnologia che ha sintetizzato in un unico apparecchio media e tecnologie precedenti. È una delle più potenti macchine a nostra disposizione, peccato che sia a disposizione anche di chi raccoglie dati per fini commerciali e politici.  Proverò a fornire, per questa occasione, una lettura provocatoria sulle potenzialità e i rischi più invisibili che il vostro smartphone si porta con sé, dallo zapping pseudo-televisivo delle app, alla slot-machine delle notifiche, all'inferno delle chat per genitori.   Alan Key è un programmatore americano e computer scientist tra i più importanti del novecento. È uno dei padri della programmazione orientata agli oggetti, ha concepito i laptop, ha inventato, insieme a Douglas Engelbart le interfacce grafiche moderne, tra le altre cose. Nel 1984 ha lavorato per la Apple, e successivamente per la Walt Disney e molti altri.  Prima ancora che esistessero i telefoni cellulari, Key scrisse in un saggio del 1984: «Il computer è un medium che può simulare dinamicamente le caratteristiche di altri mezzi di comunicazione» 34 anni dopo quella sua definizione, oggi...

I selfie non fanno male

Nonostante la pratica del selfie sia oggi ormai comune a tutte le classi sociali, in tutto il mondo – Google riporta che nel 2014 le persone hanno scattato circa 93 milioni di selfie al giorno soltanto su telefoni Android (Brandt, 2014) – in Italia continuano a uscire articoli denigratori di questa pratica, che inquadrano il fenomeno come frutto di un carattere narcisista o addirittura come una pratica che può sfociare nella patologia. Il selfie nella narrazione dei media è spesso denigrato e utilizzato come bersaglio (fare alcuni esempi di titoli..). Questa narrazione non è affatto nuova.   I media fanno male! Se passiamo in rassegna la storia dei media, in parallelo alla comparsa di un nuovo strumento di comunicazione è sempre emersa una retorica narrativa che tendeva a patologizzare o a mettere in allarme la popolazione sui rischi di un uso eccessivo di quel mezzo. Se fossimo nel 1890 e potessimo usare Facebook, le bacheche di molti maschi italiani sarebbero piene di articoli ironici sul carattere patologico delle donne delle famiglie borghesi che passano ore al telefono (il nuovo medium dell’epoca) a parlare con le amiche,...

Una telefonata con Primo Levi

Nel 1966 Primo Levi è ritornato sulle circostanze in cui è nato Se questo è un uomo: “Il libro tratta del campo di Auschwitz, ed è nato ad Auschwitz. [...] “speravamo non di vivere e raccontare, ma di vivere per raccontare”. Racconto orale, detto, fatto risuonare con la bocca, che Levi definiva l’“officina della parola”. Ma il racconto si cristallizza “in una forma definita, costante: per scriverlo non mancavano che la carta, la penna e il tempo”. Trova la carta, la penna e il tempo (a proposito del quale la narrazione verrà compiuta à rebours dal capitolo finale al viaggio iniziale) e così il racconto orale stava diventando racconto scritto. Ma Levi ce lo dice nel momento in cui il racconto scritto tornava a diventare orale. Stiamo infatti leggendo la Nota che Levi ha scritto per l’edizione della riduzione teatrale di Se questo è un uomo.   Nei primi anni Sessanta Levi aveva ascoltato un radiodramma che la Radio Canadese aveva prodotto da Se questo è un uomo. Non proprio a caso, trattandosi della radio di un Paese bilingue, gli autori della riduzione...

Corpo e iPad

Non possiamo permetterci di lasciare la tecnologia a tecnici, tecnologi o tecnocrati. Computer, telefoni cellulari ma anche automobili, frullatori e, naturalmente, l’onnipresente iPad, non sono soltanto dispositivi definiti da certe caratteristiche tecniche né il mero supporto ad attività che avremmo compiuto senza di essi. Nel momento in cui entriamo in contatto con loro, veniamo alterati. Di colpo non siamo più noi. Non solo possiamo fare una telefonata in qualunque momento, ma vogliamo farla. Non soltanto possiamo controllare la posta elettronica ovunque, ma non possiamo farne a meno. Prima detestavamo cucinare dopo eccoci punto di riferimento della famiglia grazie a un frullatore che è stato capace di riprogrammare letteralmente il nostro rapporto con i fornelli. Riprogrammati noi? Stanno così le cose? Stiamo diventando come le macchine che usiamo, tanto da avere qualche dubbio, alla fine, su chi usi chi, che cosa che cosa?   La notizia però non è questa – almeno a leggere l’ultimo saggio di Maurizio Ferraris intitolato ANIMA e iPad – ma il suo esatto contrario. Ovvero che macchine come l...

Benjamin, Facebook e la fine della distanza tra la radio e il suo pubblico

È vero. Il titolo suona blasfemo. Accostare la parola Facebook a Walter Benjamin può suonare come “un porno al cinema d’essai” (l’espressione non è mia, ma di un direttore di Radio Popolare per definire il programma Bar Sport all’interno del palinsesto di una radio come quella milanese). Eppure questo articolo farà proprio questo: accosterà il pensiero radiofonico di Benjamin ai cambiamenti che social media come Facebook hanno portato alla radio stessa. Si parla molto di user generated content, come se fosse un tratto distintivo dei soli social media digitali. E invece già negli anni trenta, all’alba dell’era della comunicazione di massa, Benjamin aveva intuito la radicalità di questi strumenti, se solo fossero stati aperti alla partecipazione dei lettori/ascoltatori/spettatori. I social media di oggi rappresentano solo la tappa finale di un lungo processo di abbattimento delle barriere tra emittente e ricevente. Proverò brevemente a ripercorrerne le tappe e a proporre una riflessione su cosa cambia nel fare la radio oggi, ai tempi di Facebook.   Nel 1933 Brecht,...