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Adelphi

(12 risultati)

Sfidare il linguaggio / Clarice Lispector. La parola materica

“È con un’allegria così profonda. È un tale alleluia” (9). L’inizio è allegro, e il canale aperto è quello del desiderio, in un perimetro senza tempo né forma: c’è solo la materia, quella ruvida del tocco, dello slittamento, dell’attraversamento di faglie scoscese. Il libro di Clarice Lispector, Acqua Viva (1973), tradotto in italiano e pubblicato per la prima volta da Adelphi nel 2017, incede per movimenti progressivi che sgretolano la funzione significante della parola e celebrano l’eulogia del suo effetto materico. Acqua Viva è un corpo a corpo con la parola, da una posizione sofferta e obliqua, che della parola mostra la relazione con il corpo e il tatto, anziché il segno e il significato. È per questo che, in una delle prime mosse audaci di questa lotta energica, Lispector sconfessa il rapporto di privilegio tra parola e udito: “Mi accorgo che non ti ho mai detto come ascolto la musica… appoggio leggermente la mano sul giradischi e la mano vibra trasmettendo onde a tutto il corpo” (11). L’udito, creduto a lungo il destinatario d’elezione della parola, è la prima delle vittime designate, che lascia il passo a un sentire tutto corporeo – un corpo che è campo di...

Il grado zero della storia

È cosa nota che nell’immaginario e nella cultura storica francesi la prima guerra mondiale occupa uno spazio privilegiato (molto più rilevante di quello occupato dalla seconda, a differenza di quanto accade in Italia). Lo dimostrano le grandi celebrazioni e commemorazioni svoltesi quest’anno Oltralpe, nel ricordo di quel 1914 in cui tutto cominciò. Queste celebrazioni, d’altra parte, hanno mostrato, come sempre accade in questi casi, che l’episodio storico commemorato è progressivamente sparito dall’orizzonte, lasciando spazio a una mole di discorsi mirati a costruire grandi architetture interpretative e vulgate (emblematicamente rappresentate da un sito dedicato proprio a ciò). Sebbene nel 2012, al momento dell’uscita del suo romanzo dedicato alla prima guerra mondiale, Jean Echenoz non avesse ancora davanti agli occhi quella che sarebbe diventata poi la “mission centenaire”, senz’altro poteva immaginare quello che sarebbe accaduto allo scoccare della fatidica data. E così, opportunamente fuori fase rispetto alla ricorrenza, ’14 (tradotto proprio quest’anno da Adelphi)...

Il mondo torbidamente esistenzialista de I diabolici

Adelphi, che con il mastodontico lavoro di recupero integrale di Simenon ha fatto del rilancio di certa letteratura di genere quasi una missione, ha ora inaugurato la pubblicazione di alcune delle opere di una pressoché dimenticata coppia di autori che ha scritto la storia del noir, registrata all'anagrafe letteraria sotto il nom de plume Boileau-Narcejac, con una nuova traduzione di Celle qui n'était plus (Éditions Denoël, 1952). Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, così come avevano già fatto i traduttori che li hanno preceduti (Sarah Cantoni per A. Mondadori nel 1981 e Francesca Rimondi per Fazi nel 2003), scelgono di adeguarsi alla versione cinematografica di Clouzot che di quel libro aveva fatto la fortuna e di intitolare quindi il volumetto I diabolici. D'altronde fin dal 1955, anno d'uscita nelle sale di Les Diaboliques, anche le numerose riedizioni francesi adottano questo titolo a fianco di quello originale (spesso confinato tra parentesi tonde e recuperato soltanto in tempi recenti come titolo primario) – e ciò avviene nonostante il film di Clouzot si discosti non poco dal romanzo di Boileau-...

Alla rincorsa di Guido Ceronetti

Quando la rivista spagnola El Estado Mental mi chiese d’intervistare Guido Ceronetti, uno di quegli scrittori sbanditi che l’Italia ha dimenticato nelle sue piazze e nei suoi vicoli per conservarne cimeli testimoniali nelle librerie, la casa editrice Adelphi mi avvertì che non sarebbe stato facile: “È un uomo anziano che vive in un piccolo paesello di provincia; mantiene i contatti con il mondo via posta o via telefono”. La gentile responsabile dei rapporti con la stampa non si riferiva, naturalmente, a un telefono cellulare; bensì a uno di quei vetusti apparecchi provvisti di cornetta e disco combinatore che richiedono la fortuita presenza del proprietario tra le quattro mura di casa, per poter parlare con lui.   Decisi di spedirgli una lettera, che gli sarebbe stata recapitata dagli editori, essendo l’indirizzo di Guido Ceronetti uno dei segreti meglio protetti del Belpaese. Nella missiva descrivevo sommariamente i temi da trattare nell’intervista e mi dicevo disponibile a fissare un incontro nei termini preferiti dal filosofo. Quando la cortese impiegata di Adelphi mi confermò che il viaggio postale era...

Ludwig Josef Johann Wittgenstein

Lo scorso inverno mi è capitato di leggere un libro molto bello: Wittgenstein. Una biografia per immagini, curata da Michael Nedo e pubblicata da Carocci. Non leggevo più il filosofo austriaco dalla fine degli anni Ottanta, dopo il termine dell’università, quando, insieme a Walter Benjamin, Wittgenstein era lettura obbligatoria: Benjamin ai seminari con Luciano Anceschi e i suoi allievi; Wittgenstein nelle letture che ne facevano Massimo Cacciari e le persone del suo giro, Michele Bertaggia e Giorgio Franck, da cui ho imparato l’importanza di Della certezza.   In quegli stessi anni Aldo Gargagni lo traduceva e ne scriveva in modo affascinante; poi la rivista “Nuova Corrente”, da cui appresi molte cose. Prima ancora c’era stata la tesi di laurea di Mario Porro sul Tractatus, discussa con Giovanni Piana; l’ho letta alla fine dei Settanta, ma non era molto facile. L’ultimo libro del filosofo austriaco che avevo preso in mano era stato Pensieri diversi (Adelphi), che mi sono trascinato dietro per un decennio, o quasi, con letture e riletture, e annotazioni a margine (oggi del tutto incomprensibili). Poi più...

Editoria indipendente?

Bisognerebbe stare più attenti ai salti semantici e ricordarsi quando si è passati a definire la "piccola editoria” “editoria indipendente”. All’inizio – sono circa gli anni ’90 del secolo scorso – nascono tanti piccoli editori che, sull’esempio di Adelphi e poi di Sellerio, propongono un’editoria di ricerca, alternativa. Libri belli, curati, che scoprono nicchie non ancora coperte dall’editoria italiana (in realtà sempre piuttosto aggiornata) e cercano i lettori anche attraverso nuove occasioni di incontro (paradigmatica la Fiera di Belgioioso) dove espongono cataloghi che, anno dopo anno, crescono.   I nomi sono noti: Minimum Fax, Iperborea, Marcos y Marcos, E/O, Quodlibet a cui si aggiungono negli anni Keller (Zandonai), Hacca, La Nuova Frontiera, Nottetempo, Voland e tanti altri che compongono un pulviscolo di iniziative, a volte baciate dalla fortuna e dall’abilità di avere un autore che va in classifica e che desta l’attenzione dei media e dei librai. Dopo il 2000 cominciano le concentrazioni editoriali, alcuni piccoli-medi editori sono acquisiti in grandi gruppi,...

Einaudi, 80 candeline

Nel 1933, quando comincia la sua attività d’editore, Giulio Einaudi pubblica una rivista, “La Cultura”, fondata da Cesare de Lollis. È lì, intorno al mensile, che si forma il gruppo che si trova in via dell’Arcivescovado, a Torino, al civico 7, nello stesso palazzo dove aveva avuto sede “Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci. Ci sono Leone Ginzburg, Cesare Pavese e Massimo Mila, tutti usciti dal liceo D’Azeglio. Come se non bastasse, l’anno seguente, il giovane Giulio prende a carico la rivista del padre, l’economista e futuro presidente della Repubblica, Luigi Einaudi: “La Riforma Sociale”.   Da questo nucleo di collaboratori, amici e studiosi, nasce la casa editrice che porta il suo nome, un aspetto spesso sottovalutato nella genesi del più importante editore italiano del secondo dopoguerra, di certo il più prestigioso e carico di cultura. Essere un editore di riviste vuol dire privilegiare due aspetti: l’interventismo culturale e il gruppo. Che Einaudi sia stato ben presto un editore “militante”, nel senso forte del termine, è evidente anche all...

Editori sul lettino dello psicanalista digitale

Ho tra le mani L’impronta dell’editore di Roberto Calasso, che celebra con eleganza e discrezione i primi cinquant’anni di vita dell’Adelphi. Il libro è una raccolta di interventi perlopiù apparsi altrove, di vario tenore e intenzione: da quelli che rievocano momenti e figure fondamentali della storia editoriale europea, e sono i più belli, a veementi orazioni sulla crisi prima di tutto identitaria che ormai da anni attraversa questo settore, e sulla decadenza rispetto a un modello primo-novecentesco di “editore come forma” che Adelphi incarna al meglio; nel suo catalogo di pezzi unici e profondamente solidali, frutto in gran parte postumo delle idee chiare e trascendenti di Roberto Bazlen, si è realizzata un’opera pari alle migliori creazioni dell’intelletto umano: è questa, appunto, la forma di cui parla Calasso.     Nella sua accezione militante il libro è dunque la difesa di un mestiere antico quanto Manuzio, tanto più appassionata quanto desolante è il quadro generale: il ruolo dell’editore si annacqua e diventa sempre meno essenziale, a vantaggio...

Tutti i segreti del Presidente

Dicono che un tempo (durante la prima Repubblica? durante la seconda? Nell’intervello tra le due o nei tempi supplementari dell’ultima?) le cose funzionassero grosso modo così. Il Presidente, qualche giorno prima della riunione del Consiglio, riceveva i più influenti dei suoi ministri che gli sottoponevano i decreti e le misure che avrebbero dovuto essere adottate. Poi c’era il giro delle udienze concesse a una mezza dozzina di grand commis dello Stato che facevano sentire la voce dell’alta burocrazia e delle istituzioni nodali. Su cosa? Essenzialmente sulle modalità e sui tempi con cui queste decisioni avrebbero dovuto “impattarsi” sullo status quo esistente. Il parere di queste voci non era sul “cosa” ma sul “come”. In effetti, dato che ognuno stava a guardia dei confini della propria nomenklatura di appartenenza,  la soluzione era inevitabilmente quella di sterilizzare ogni provvedimento. Così che interferisse il meno possibile su interessi piuttosto muscolosi, su realtà particolarmente permalose. Soggetti, insomma, pronti a reagire piuttosto ruvidamente nei confronti di...

Furio Jesi

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     Furio Jesi è uno studioso dall’impressionante varietà di interessi e dalla straordinaria capacità di scrittura, capace di far saltare i confini tra le discipline attirando su di sé un'attenzione proporzionale alla quantità di temi affrontati e alla complessità dei testi prodotti. Precoce egittologo e critico letterario, si è ritrovato, all'apice di un troppo breve itinerario intellettuale, germanista e mitologo di rilievo: non è facile circoscrivere gli interessi vasti e profondi di questo enfant prodige colto e geniale, di origine ebraica ma agnostico, militante radicale e poligrafo folgorante, che,...

Un osceno tran tran

Auden: “Ciò che realmente invidio è che tu stai ancora lavorando”. Britten: “Tu non lavori?” Auden: “Ogni giorno, ma non faccio nulla. Ho il vizio dell’arte; scrivo poesie di una gradevole domesticità, tentando di catturare le poche carbonizzate emozioni che vagano nel mio passaggio stralunato. In ogni caso, scrivere è apparentemente terapeutico”.   The Habit of Art (Il vizio dell’arte) è una delle commedie recenti di Alan Bennett: è andata in scena al National Theatre di Londra nel 2009 con Alex Jennings nei panni di Britten e Richard Griffiths in quelli Auden. All’ultimo Prix Italia si è vista una produzione televisiva di Channel Four, diretta da Adam Low, in cui Bennett e il regista teatrale Nicholas Hytner raccontano il making of di questa pièce, che è teatro nel teatro, la messinscena di una messinscena. Quei due, Britten e Auden, omosessuali e artisti, si incontrarono negli anni Trenta. La loro amicizia profonda durò un decennio, e poi si perse dopo il 1939, quando Auden andò in America con un giovane scrittore omosessuale,...

Alberto Arbasino

Inseguendo se stesso da un decennio all’altro, Alberto Arbasino ha finito per comporre la geografia della nostra memoria culturale.Da Parigi o cara a Trans-Pacific-Express, si può dire che non ci sia parte del globo, quasi, che non abbia confitta la sua bandierina. A completare la fodera del mappamondo, però, mancava ancora un tassello (e che tassello!): quello ora uscito col bellissimo titolo America amore (Adelphi, pp. 867, € 19.00). Vi è compresa gran parte d’un libro, già nel ’68 composito, come Off-Off (quella appunto dedicata ai gruppi teatrali dell’off off Broadway scoperti nel ’66: estranei sia alle convenzioni del teatro “borghese” che a quelle dell’avanguardia “ufficiale”), un po’ di reportage sciolti (“Altri luoghi” rispetto all’East Coast – direttrice Harvard-New York – e alla California – lungo la “mitica” Road 101), una corposa sezione dello “zibaldone” teatrale del ’65, Grazie per le magnifiche rose, e per sovrammercato “Trenta posizioni”, delle quali undici prelevate dalle mitiche Sessanta...