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Spotify

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Scrivere musica oggi

L'avvento di Internet ha cambiato completamente il modo di pensare la musica sia per chi ascolta che per chi scrive; si tratta probabilmente di un fenomeno unico in tutta la storia e non credo sia ancora possibile comprenderne la portata epocale per chi ha la fortuna (o la sfortuna, a seconda dei punti di vista) di viverlo nella propria contemporaneità. Le somme di questo nuovo approccio al pensiero musicale si tireranno forse tra un secolo, ma intanto non si può fare a meno di notare il divario abissale che esiste tra chi studia composizione oggi e chi ha cominciato anche solo trent'anni fa. Chi appartiene alla mia generazione (quella dei cinquantenni) ricorda bene le code in biblioteca al Conservatorio per poter dare un'occhiata alle partiture contemporanee presenti in archivio, oppure le attese di mesi per riuscire a ottenere una certa partitura in arrivo dall'estero oppure un Cd con qualche novità di musica contemporanea. Oggi la maggior parte degli studenti ha accesso istantaneo a tutto quello che viene prodotto, spesso trasmesso in diretta streaming. Migliaia di partiture sono disponibili gratuitamente online e collegandosi a YouTube o...

Vite postume del libro

Un recente articolo del New York Times ha annunciato al mondo che il libro di carta non è morto. Ripresa in Italia da La Repubblica, la notizia ha fatto un rapido giro dei social, dove gli integrati hanno lautamente sbeffeggiato gli apocalittici con variazioni sul (notoriamente scivoloso) tema del ride bene chi ride ultimo. Il falsetto di questo dibattito tra posizioni appiattite da un’irresistibile forza centrifuga, fino a ridursi a sagome grottesche, è in sé degno di nota. Da un lato il sottotesto è la dubbia teoria della disruptive innovation: è come se tutti aspettassero una qualche dirompente invenzione tecnologica o di business model, capace di sparigliare tutto e poi riassettare la filiera e il mercato editoriale in forme altre e impreviste. Da quel momento in poi il libro gutemberghiano entrerebbe nella classe dei dead media, in buona compagnia tra il betamax e il jukebox. È in tutta evidenza un’aspettativa indotta da un clima ideologizzato: tradisce una visione aggressiva del mercato da parte di soggetti accentratori, che ambiscono a sgominare la concorrenza con un barbatrucco. È anche in un certo senso una...

C’è Sharing e sharing

Negli ultimi mesi ho preso in affitto una casa su Airbnb per pochi giorni, ho ascoltato musica su Spotify, ho usato solo la bici gialla del comune di Milano, ho preso un passaggio da Milano a Firenze su Blablacar, ho affittato per pochi minuti un’auto con Car2Go, ho chiamato un autista di Uber una notte che pioveva e ho finanziato un documentario attraverso una piattaforma di crowdfunding online. Inoltre, anche se io non ne ho ancora bisogno, conosco molti amici che hanno affittato scrivanie in un co-working. Solo un anno fa, queste attività che oggi considero quasi un’abitudine, lo erano molto meno. Tutte queste attività vengono genericamente indicate come declinazioni di una economia emergente chiamata comunemente “Sharing Economy”, o meno comunemente, economia collaborativa, consumo collaborativo, economia della condivisione.   È vero, tutte queste attività hanno in comune una cosa: la messa in condivisione di risorse private (la mia auto, la mia scrivania, la mia musica, la mia casa, la mia bici, ecc.), pratiche che già da tempo erano possibili. Ciò che però è nuovo nella “sharing...

Apocalittici e i falò

«Il più potente alleato che l’analfabetismo musicale abbia incontrato nella storia, il disco: questo frigorifero incaricato di custodire interpretazioni nate al di fuori di ogni rapporto con ascoltatori determinati, e che con incredibile faccia tosta si pretendono valide a ogni ora, in ogni luogo, per chiunque, come titoli al portatore. Forse non tutti ce ne rendemmo conto l’altra sera, uscendo dalla casa amica. […] La musica ci era riapparsa nella sua indifesa e naturale fragranza. Così diversa da quella, congelata, che i mercanti offrono su tutte le cantonate, ci rovesciano da tutti gli altoparlanti, nel tentativo di persuaderci che il privilegio della “high-fidelity” spetterebbe alle mummie».   Così Fedele D’Amico terminava la sua cronaca di una serata passata nella bella casa della scrittrice Maria Luisa Astaldi, alle soglie di Villa Borghese (Il concerto in casa, 9 dicembre 1960). Non so esattamente se Umberto Eco avrebbe fatto rientrare D’Amico nel novero degli acerrimi “moralisti culturali”. Di sicuro, nemico giurato di ogni forma d’arte e spettacolo tecnologicamente mediata...

L’identità tra rete e “realtà”: I used to be Pamela

Prendiamo due situazioni qualunque della mia vita quotidiana: in una ci sono io che scambio due parole di circostanza col mio vicino di posto (già, ero in tribuna) aspettando il concerto dei Queens of the Stone Age; nell’altra ci sono sempre io, ma stavolta sto commentando una foto postata sulla pagina Facebook ufficiale della medesima band. Quale dei due contesti è più “reale”? Dove la mia identità è più “virtuale”? Sono domande che hanno segnato lo studio di Internet almeno dal 1984, l’anno in cui “The Second Self” di Sherry Turkle finiva sugli scaffali delle librerie. Ora che i pomeriggi passati a far finta di chiamarsi Pamela sulle chat anonime sono esclusiva di pochi nostalgici, i tempi sono maturi per un cambio d’approccio. Il “dualismo digitale”, ossia l’idea che vi sia una netta discontinuità tra il mondo sociale offline e quello online, ha finora dominato gran parte del discorso pubblico e accademico intorno ai social media. Peccato che, mentre veniva alternativamente dipinto o come un cyber-spazio egualitario capace di garantire libere sperimentazioni...

Non sentirsi in colpa con Spotify

Questo articolo nasce da una domanda personale. Era appena uscito il disco di un musicista che amo, Bill Callahan. Dieci anni fa sarei andato in un negozio di musica e avrei comprato il cd. Cinque anni fa lo avrei acquistato su iTunes. Quella sera invece lo stavo ascoltando su Spotify, con grande godimento e soddisfazione, perché invece di spendere 10 euro per gli mp3 del suo nuovo disco, con la stessa cifra ogni mese su Spotify ascoltavo molti più dischi. Faccio evidentemente parte di quella generazione di ascoltatori cresciuti più col digitale che con il vinile (a parte il meraviglioso regno di mezzo delle audiocassette C-90). È colpa nostra, dicono, se dal 1999 (anno di fondazione di Napster) al 2012 l'industria musicale mondiale ha perso continuamente soldi (da 25 miliardi di entrate nel 2000 a 16,2 nel 2011, secondo Wikipedia).   Eppure, per me che sono un maniaco della musica ma non un feticista del supporto, la vita da ascoltatore ossessivo non è mai stata più bella, ricca e interessante di adesso, nel pieno dell'era dello streaming. Ma la domanda che mi feci quella sera è questa: per un musicista oggi la...

Editoria: vivere di nuvole

La persistenza tenace di un’organizzazione del mercato basata sulla filiera lunga e sulle concentrazioni funzionali dei grandi gruppi, che di questa lunga filiera controllano ogni passaggio, dalla produzione alla distribuzione, rende il sistema editoriale italiano simile a una specie di goffo lucertolone giurassico votato a una rapida estinzione in un mondo dove i meteoriti fatali si chiamano immaterialità, commons, condivisione dei saperi, intelligenza collettiva, post-scarsità, accesso, disintermediazione.   Refrattario alla sperimentazione di modelli diversi, nel suo inesorabile declino questo sistema sta trascinando con sé anche molti soggetti antagonisti, piccole librerie ed editori indipendenti, ed esasperando la precarizzazione del lavoro editoriale a livelli finora mai sperimentati. Questa causa endogena dell’attuale sfacelo, il discorso ufficiale e istituzionale sulla crisi del libro tende a passarla sotto silenzio. Esplorare alternative è più che mai urgente. Il settore discografico, che negli ultimi anni ha spesso anticipato fenomeni e tendenze dell’editoria, è un buon punto di partenza.  ...

Londra: La radio sullo schermo

Sono dentro la nuova Broadcasting House della BBC, in Portland Place, Londra. Sto entrando negli studi della radio. Per quelli come me è come essere dentro una cattedrale gotica del Trecento a dodici navate. Al posto degli affreschi, le foto dei padri fondatori del servizio di broadcasting più famoso del mondo. Al posto dell'altare, i mixer digitali. Al posto del leggio, il primo microfono dal quale tutto ha avuto inizio.     Sono qui insieme ad altri studiosi e producer di radio di tutta Europa, riuniti per un convegno nel college londinese della Sunderland University, uno di quei college che le università britanniche aprono a Londra per attirare i figli dell'upper class globale che hanno solo bisogno di una scusa per trasferirsi a vivere qui per un paio d'anni. Il giorno prima è venuto in visita il direttore di BBC One (la stazione pop creata nel 1967 per contrastare la rivoluzione delle radio pirata e dei dj), Ben Cooper, un uomo atletico tra i quaranta e i cinquanta, con la faccia da marine americano.   Ben Cooper   Il direttore (che qui si chiama controller) esordisce così: “Da piccolo...

Scintille rock sul mare Adriatico

Qualche giorno fa sono stati annunciati i vincitori della Targa Giovani MEI 2.0: il gruppo che il 28 settembre salirà sul palco del Teatro Masini di Faenza per ritirare il premio come Migliore Band dell'anno sono i pesaresi Brothers in Law.   Nella foto di gruppo in copertina su La Repubblica XL di luglio/agosto troviamo un'altra pesarese DOC: la cantautrice pop Letizia Cesarini, meglio nota come Maria Antonietta. È da qualche anno che la “scena pesarese” fa parlare di sé a livello nazionale e, addirittura, internazionale. Se ai Be Forest è stato chiesto di aprire tutte le date del tour europeo dei Japandroids, i Brothers in Law sono stati invitati a partecipare al SXSW Festival 2013 a Austin, Texas. I Soviet Soviet sono un'altra band che spesso gira l'Europa in tournée, riempiendo i locali, come pure gli STRi. In Italia, afferma Marco Roscetti di Villa'n'Roll, “Maria Antonietta è sulla bocca e sulle cuffie di tutti, tanto da essere tra le artiste del nuovo manifesto politico-culturale di Manuel Agnelli 'Hai Paura Del Buio?'”, mentre “Gli Ebrei finiscono ad essere...