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Università Statale di Milano

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Tra innocenza e tragedia. Un dibattito tra generazioni

Igino Domanin Nel segno del Post e non di un Inizio   Raccontare è prendere posizione sul terreno minato della Storia, spingendosi fin là dove la Storia prentende di aver ammutolito il proprio senso, di essersi votata, cioè, alla propria cancellazione ed estinzione, al proprio volontario suicidio. Questo motivo mi ha spinto a comporre uno degli episodi narrativi di Festa del Perdono, ed è anche il leitmotiv che riconosco nelle altre tessere di questo libro.   Festa del Perdono è una scena milanese, che, come ricorda Raccis, esiste e fa da sfondo a una vicenda che attraversa intere generazioni. La nostra, come la sua, come quella di supposti padri. In questa vicenda di confronti generazionali, in cui tutto sembra muoversi, tutto alla fine torna uguale e commensurabile e, perciò, suona come un disco rotto: l'eterno ritorno del tempo della giovinezza e degli studi. In fin dei conti Raccis intende, retoricamente, Festa del Perdono come un topos, un luogo intensamente simbolico e vissuto che funge qui da catalizzatore di esperienze e di memorie, di aspettative e d'inquietudini che identificano una generazione. S...

Festa del Perdono: uno spazio sfinito

«Ci vediamo in chiostro». Centro nevralgico, luogo di ritrovo e di passaggio; luogo di stanza: nella pausa caffè, nella pausa pranzo, e nei giorni di sole tiepido anche luogo di studio, secondo un’idea quasi bucolica dell’impegno universitario. Questo è stato – ed è ancora – il chiostro di via Festa del Perdono per chi abbia fatto la Statale di Milano. Oggi, l’università finita, le fragili carriere lavorative avviate, passare in chiostro vuol dire rischiare di vedere facce che credevi – ti auguravi – lontane dall'università da almeno 4-5 anni. Facce che credevi avessero maturato il lutto e, preso il pezzo di carta, si fossero involate verso le impervie strade del lavoro precario, che spinge a rinnegare il passato. O piuttosto a reinventarlo.   E invece, proprio questi lavoretti, i part-time sottopagati, gli stage da tre mesi e la disoccupazione latente lasciano crepe vertiginose nelle vite già sbilenche di chi oggi si avvicina alla soglia dei trent’anni. Crepe che vengono stuccate con il ricordo, con il risanamento di un cordone ombelicale effettivamente mai...

Massimo Recalcati. Il vuoto e il resto

Per misurare il successo che ha riscosso l’opera di Massimo Recalcati negli ultimi anni, non basta andare a vedere gli straordinari dati di vendita dei suoi libri, la sua regolare presenza nei maggiori festival culturali italiani, i numerosi editoriali su La Repubblica o la partecipazione e l’interesse che riscuotono sempre le sue conferenze pubbliche. Ci pare ancora più significativo il fatto che le riflessioni di Recalcati siano ormai diventate parte del discorso culturale pubblico. L’influenza di un intellettuale non la si giudica soltanto dagli interventi di cui è direttamente protagonista, ma anche da come le sue parole d’ordine e riflessioni diventino patrimonio collettivo e si riproducano in modo “virale” indipendentemente dal suo controllo. Per chi lo segue da qualche anno non può che fare un certo effetto – anche se non sorprendere fino in fondo – vedere espressioni come “padre simbolico” o “desiderio dell’Altro”, che fino a poco tempo fa erano conosciute soltanto dalle piccole comunità di chi si interessava alla psicoanalisi lacaniana, essere pronunciate da...